di Roberta Suzzani – «Piacenza? Una città omofoba, ma senza disturbare». No. Piacenza non è un’isola felice per gli omosessuali. Nessun evento eclatante, nessuna notizia da prima pagina, nessuna discriminazione manifesta, ma sotto una coperta troppo sottile per nasconderle, le magagne ci sono. Eccome.
Mentre la Camera amplia la legge Mancino – che condanna l’istigazione alla violenza per motivi religiosi, etnici e razziali con pene più severe rispetto all’articolo 61 del codice penale sulle aggravanti comuni – a omofobia e transfobia, noi, nel nostro piccolo, solleviamo solo un angolino della copertina fatta di silenzio e omertà e vergogna sotto cui si copre Piacenza. Lo facciamo con l’aiuto di Valeriano Scassa, presidente della sezione piacentina Arcigay e il ritratto che ci si presenta è tutto, tranne quello di una sonnacchiosa città di provincia.
«Anche se proprio il suo essere di provincia spiega tanti atteggiamenti oggettivi, ma anche soggettivi».
In sei anni alla guida sezione locale dell’associazione, Valeriano ha collezionato un repertorio di «situazioni surreali, che mai si immaginerebbero. Che mai io, per lo meno, con la mia storia serena, avrei potuto immaginare».
E subito accende le luci su volto dell’omofobia poco considerato. «Quello degli stessi omosessuali che, vivendo secondo pregiudizi che gli hanno inculcano negli anni, fanno su loro stessi. Io la definisco omofobia soggettiva».
Persone che vivono la propria omosessualità come un segreto, come qualcosa di cui vergognarsi. Come qualcosa da non riconoscere e far riconoscere. «La prima persona che conobbi nel primo anno della mia presidenza fu un uomo di 63 anni che solo allora, non avendo più parenti in vita, decise di venire allo scoperto e vivere la relazione che da anni aveva con il suo compagno, alla luce del giorno».
Anni di negazioni non passano senza lasciare il segno. E se quelli psicologici ed emotivi possono passare inosservati, ce ne sono altri che lasciano sbigottiti.
«L’omofobia interiorizzata porta a situazioni paradossali di completa impotenza – prosegue Valeriano che di storie come questa, nel suo cilindro, ne ha centinaia – Poco tempo fa è venuto da me un uomo distrutto dal dolore per la perdita del compagno con cui aveva una storia stabile, ma segreta, da sette anni. Un segreto che lo ha portato ed essere ignorato dalla famiglia del compagno, che non sapeva della sua esistenza, tanto che al momento della malattia di questo, non ha potuto rimanergli accanto».
Ma anche quando l’omofobia si manifesta per quello che è «in modo oggettivo, il velo di silenzio non è meno assordante. Piacenza non è un’isola felice. Discriminazioni sul lavoro e aggressioni fisiche ci sono state, si sono e purtroppo si saranno. Ma nessuno ne parla. Chi per timore che il “marchio” di omosessuale possa precludergli il mondo del lavoro. Chi per non dover confessare le proprie preferenze sessuali ai propri parenti. Chi per il timore del giudizio degli amici. Chi perché è ancora uno studente e non è facile rapportarsi con gli altri dopo l’outing. Io stesso ho accompagnato al Pronto Soccorso un ragazzo pestato, perché questa è la parola giusta, dai genitori di un suo amico eterosessuale, “preoccupati” perché a fine allenamento i due tornavano a casa insieme. Nonostante gli stessi medici lo abbiamo sollecitato a sporgere denuncia, lui ha preferito il silenzio».
Un muro di gomma evidentemente tenuto in piedi anche dagli stessi omosessuali che non trovano nella sonnacchiosa vita di provincia piacentina spazio per vivere la propria identità. Gli iscritti all’Arcigay di Piacenza sono 888. Non pochi. Ma di questi solo 50 frequentano veramente l’associazione e ancora meno sono piacentini “doc”. E ancora meno sono le donne.
Un altro aspetto “nascosto” dell’omofobia tra omosessuali è quella che divide uomini e donne.
«Difficilmente si condividono gli stessi spazi. Quando l’associazione fu fondata a dirigerla c’era una donna e questo aveva catalizzato il gentil sesso attorno all’Arcigay. Con il cambio di guardia in molte si sono allontanate. Ora, con l’aiuto di alcune ragazze, stiamo cercando di ricreare un gruppo di lavoro per colmare questa lacuna».
«Mancano spazi aggregativi sociali – continua Valeriano sottolineando la mancanza di locali pubblici anche solo lontanamente gay-friendly – l’associazione è un punto di riferimento importante per il sommerso di un mondo già sommerso di suo. Pensa agli omosessuali under 18 o agli stranieri che in più, magari, devono fare i conti con una cultura e una religione che li considera dei malati. I più giovani sono quasi completamente lasciati in balia di loro stessi. Non avendo una sede propria, e qui se vuoi stiamo facendo un appello al buon cuore di chi ci leggerà, ci appoggiamo allo Spazio 4 che però non è disponibile di giorno. Gli incontri serali escludono tutti i ragazzi che non possono uscire la sera, ma che avrebbero bisogno di un ambiente protetto dove aprirsi e confrontarsi con la confusione tipica di un adolescente. La nostra psicologa e i contatti legali che abbiamo fanno molto, ma serve molto di più».
E tutto questo è solo la punta di un iceberg molto più grande.




