A Dosi a Paparo a tutti i piacentini liberi e forti…

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Le ragioni di una vittoria elettorale  sono sempre numerose e complesse. L’elezione  a sindaco di Paolo Dosi non sfugge alla regola anche se poteva  sembrare ineluttabile, senza  possibilità di essere evitata dal centrodestra piacentino.  Lo sfarinamento del Pdl ed  il clima politico nazionale sicuramente hanno orientato i sempre meno numerosi elettori   a preferire Paolo Dosi, ma c’è di più. Due evidenze sono chiare: il centrodestra ha giocato a perdere non solo presentandosi diviso alle urne, ma soprattutto non favorendo la crescita della già buona immagine del candidato Andrea Paparo. Risulta chiaro come la candidatura di Tommaso Foti e l’attività elettorale di Marco Tassi non hanno giovato. Numerosi potenziali elettori dell’area liberal-radicale e di quella cattolica non hanno votato o hanno preferito Dosi, altri non lo hanno  votato per frenare lo sviluppo di una “deriva” civica all’interno dell’area di centrodestra. In estrema sintesi è passata la convinzione che Andrea Paparo avrebbe speso la maggior parte delle sue energie nel difendersi dai condizionamenti di casa sua piuttosto che per il  governo della città.

Per contro, Paolo Dosi ha vinto perché la staffetta Reggi  è apparsa più credibile. La candidatura scaturita dalle primarie è stata accettata nonostante gli aspri contrasti ed il poco convincente percorso all’interno del Pd. Determinante è stata la lealtà di Francesco Cacciatore spesosi per il successo di Dosi senza riserve. Pur essendo il maggior contribuente del successo della lista 5 Stelle al primo turno, il centrosinistra ha votato compatto ed ha vinto. Ruolo strategico e consistente   hanno avuto l’impegno di numerose parrocchie e la partecipazione di  esponenti di Azione Cattolica. Una partecipazione che si è sviluppata nell’alveo culturale e politico dello storico Partito Popolare fondato da Don Sturzo nel 1919.

Non credo abbiano avuto peso i programmi, entrambi i candidati hanno evitato  di affrontare gli argomenti più scomodi, tasse comunali, tagli alle spese, riorganizzazione della macchina comunale e la proposta di un’idea culturale e sociale della città. Su questo versante mi attendevo qualcosa in più da Paparo.  Se entriamo nella metafora sportiva, proprio per la staffetta più sopra accennata, Dosi era il detentore e Paparo lo sfidante, ma non ha osato. E’ mancata la visione,  il coraggio di proporre un percorso in controtendenza, di promettere e spiegare sacrifici, rinunce, per una migliore convivenza e recupero delle motivazioni che, soprattutto a quel popolo di giovani che gli è caro, non possono mancare. Per Dosi è stato facile conservare il titolo passatogli da Reggi. Gli è bastato contenere i colpi al bersaglio grosso portati da  Paparo senza troppa convinzione. Ora Dosi deve fare il sindaco, deve affrontare con la sua giunta quei problemi, scomodi da evocare  in campagna elettorale, ma non ulteriormente rinviabili. La situazione, forse è utile ripeterlo, è seria, molto preoccupante. Una parte sola non ce la può fare, occorre avviare e sviluppare un dialogo serio con tutte le opposizioni. Mi auguro che Paolo Dosi faccia suo l’appello che Don Sturzo lanciò quando costituì il Partito Popolare , naturalmente reinterpretato: “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”.  E che il primo a rispondere sia Andrea  Paparo. E’ troppo?

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