Carlo Berra: “Pd, futuro migliore
solo con un progetto”

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berra2La politica odierna, così poco attrattiva da tenere lontano dalle urne più di un terzo degli elettori, condivide lo stesso destino che avvolge anche l’erede del più grande partito della sinistra, oggi divenuto un centro-sinistra senza connotati riconoscibili e memorabili, tuttora in cerca di una identità a sei anni dalla fondazione, con un amalgama tra cattolici e laici, tra ex popolari ed ex democratici di sinistra eufemisticamente faticoso.
Una incertezza diffusa, una opacità della proposta che ancora oggi, alla vigilia delle importanti primarie (8 dicembre) convocate per designare il nuovo segretario (dopo le dimissioni del piacentino Pierluigi Bersani), suscita la seguente domanda: di quali peculiarità sono portatori i candidati alla segreteria  del Pd? Che cosa cambierà nel partito se vincerà l’uno o l’altro?
Carlo Berra ha certamente tutte le carte in regola per rispondere. Uomo di punta del Pci negli anni settanta e ottanta, è stato consigliere regionale e vicesindaco di Piacenza. Poi la trafila Pds-Ds, infine co-fondatore del Pd, Berra è autore del libro “Da sinistra” (Scritture Edizioni), una articolata riflessione – era il 2009 – sulla natura del nuovo partito.
“Innanzitutto, per quanto riguarda le primarie, è necessario ‘spersonalizzare’ la questione. I tre contendenti concordano sull’ingresso del Pd nella famiglia del socialismo europeo (in cui oggi non è inserito). Il dato significativo, dunque, è che tutti si riconoscono nello schieramento progressista, una formazione originariamente socialista e socialdemocratica aperta alle novità e ai nuovi problemi proposti dalla crisi. Per inciso, tutti e tre i contendenti, Cuperlo, Renzi e Civati, condividono anche una buona dose di narcisismo, ma questo è un segno dei tempi”.
E le differenze di contenuto?
“Civati ha un’idea di partito riformista collocato su posizioni riconoscibilmente di sinistra, per capirci vicine a Vendola, sensibile al richiamo movimentista. Cuperlo, a suo tempo giovanissimo segretario della Fgci, appartiene al filone socialdemocratico che definirei classico, erede del pragmatismo riformista che fu del Pci. Renzi, viceversa, incarna la linea più liberal, attribuendo alla definizione il significato originale, quindi  americano, del termine. Nella sua proposta l’accento cadrà con maggiore frequenza e forza sui temi collegati alla libertà, alle opportunità di partenza, al riconoscimento dei diritti”.
In che modo sono tutti quanti riconducibili alla socialdemocrazia di stampo europeo?
“Le tre posizioni citate sono presenti in tutte le socialdemocrazie europee, dalla Gran Bretagna alla Spagna, dalla Svezia alla Germania, e sono in costante confronto. E’ così anche da noi, anche se in Italia è tutto più complicato, quando non confuso”.
Ma cosa cambierebbe, in concreto, in seguito alla vittoria dell’uno o degli altri?
“Ciò che manca oggi è il dibattito sulla forma partito. Prevale l’idea di un partito personale anche se ciò confligge con l’idea stessa sottesa al concetto di partito. Dico questo ben sapendo che nell’era della comunicazione il leader conta moltissimo. Poi, in Cuperlo prevale l’accentuazione degli aspetti interni, in Renzi degli aspetti esterni. Comunque, più tattica che strpdategia.”
E’ risolto, a suo avviso, il nodo dell’identità?
“Questo è il punto centrale: in passato i partiti storici avevano una fortissima identità, una identità che scaturiva da schemi ideologici rigidi e ben definiti, a loro volta prodotto di culture politiche filosoficamente orientate: il marxismo nelle sue varie declinazioni per la sinistra, il cristianesimo per la Dc, il riferimento allo Stato, quindi un rigido statalismo, per le destre. Questi schemi sono saltati e il dibattito filosofico prescinde dal dibattito politico: ognuno si muove separatamente”.
Ma c’è qualcuno in grado di dare un’identità al Pd?
“Il tema dell’identità è comunque complesso e oggi c’è chi sostiene il primato della elaborazione programmatica. Ecco allora la necessità di un confronto sui programmi e non sull’identità del partito che si vuole guidare. Tuttavia, ai principali candidati manca ancora la capacità di elaborare un progetto complessivo, dichiarato nelle intenzioni ma non ancora sviluppato a sufficienza. E qui sta il punto: siamo ancora lontani da questo livello alto, che nemmeno Bersani è stato in grado di affrontare”.
C’è un futuro per la sinistra?
“Il problema reale, vero, della sinistra, anche quella europea, consiste nella sua impreparazione ad affrontare la crisi, poiché non ha gli strumenti per farlo. Questo sistema capitalistico come si riforma? Come si domina la bestia (la destra/il capitalismo)? La sinistra si trova di fronte al compito difficile di reagire alla disillusione di massa, al processo di secolarizzazione. Tramontata in Occidente la risposta religiosa tout-court e religioso-laica del comunismo nessuna nuova soddisfacente risposta è arrivata. Lo scenario è quello che abbiamo davanti: restano l’egoismo, il carrierismo, l’affermazione di sé”.

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