
Nel cuore di un’aula gremita, tra taccuini che frusciano e telefoni che lampeggiano come piccole boe nella corrente informativa, si è chiusa l’ultima tappa di EUthentic Voices, il progetto europeo che ha intrecciato redazioni scolastiche, professionisti dell’informazione e istituzioni locali in un percorso di educazione civica e mediatica senza precedenti per il territorio piacentino. Un progetto, finanziato dalla Regione Emilia-Romagna e sostenuto da una rete di partner locali e comunitari, che ha tentato di rispondere a una domanda fondamentale: come si costruisce oggi una notizia, e come si trasforma l’osservazione in partecipazione attiva?
A raccontare l’impianto di questa avventura è stata la coordinatrice del progetto, Gessica Monticelli, che dal palco ha pronunciato parole che sintetizzano l’anima del percorso: “Questo progetto nasce per rafforzare il legame tra territorio e istituzioni europee, e lo fa rimettendo al centro il giornalismo partecipativo, quello che parte dalle esperienze concrete dei ragazzi e li porta a capire non solo cosa sia notiziabile, ma anche perché lo sia. È stato un lavoro corale, una vera coprogettazione”. Accanto a lei, le istituzioni hanno sottolineato il valore civile di questa esperienza. La sindaca Katia Tarasconi ha ricordato quanto sia complesso, oggi, “fare informazione e comprendere davvero cosa si nasconde dietro una notizia. Un mio professore, all’università, ripeteva che, quando scrivi, devi esporre prima i fatti e solo dopo la tua opinione, e deve essere chiaro che lo stai facendo. È un principio semplice, certo, ma nel caos comunicativo attuale è più prezioso che mai”.
Sul palco, insieme a lei, c’erano anche figure che hanno contribuito al percorso di EUthentic Voices: tra queste, Francesco Brianzi ha ricostruito la genealogia del progetto: “Abbiamo iniziato con ‘Scelgo Io’, tre anni fa, per formare i giovani al voto. Poi sono arrivati i Corner of Europe, e ora EUthentic Voices, perché è ora di dare voce e strumenti ai ragazzi, senza distinzione di scuola o provenienza”. Ha voluto ringraziare “gli insegnanti che hanno scelto di portare temi così importanti nelle classi” e gli operatori dell’informazione che hanno accompagnato i ragazzi, “senza i quali nulla di tutto questo sarebbe stato possibile”. Altro intervento significativo è stato quello di Paolo Menzani, per il partner progettuale Sol.Co. Piacenza: “Da anni collaboriamo con le Politiche Giovanili del Comune, offrendo spazi come lo Spazio Too e sportelli dedicati. Il merito di questo progetto è in realtà di Gessica, che lo ha immaginato e portato avanti con determinazione. Io ho solo suggerito che la giornata finale terminasse con lo spettacolo su Ventotene”, conclude sorridendo. Un passaggio forte lo ha offerto infine la referente scolastica, Giorgia Babini, che ha tratteggiato con lucidità il contesto complesso in cui i giovani oggi cercano di orientarsi: “Viviamo in una sovrabbondanza informativa che non siamo in grado di processare. Troppa informazione può produrre disinformazione. Senza strumenti critici, ci si perde. La parola è un atto di identità, e gli studenti devono essere messi in condizione di esercitarla. Insegnare significa questo: aiutare a comprendere la realtà”.
La mattinata è poi continuata con un gesto collettivo: le studentesse e gli studenti delle diverse redazioni scolastiche, rappresentanti di istituti di vari indirizzi, hanno raccontato insieme gli incontri, le idee nate, i dubbi emersi, le prospettive future. In un periodo segnato da sfide globali, cambiamento climatico, crisi democratiche, conflitti armati, disinformazione, rafforzare l’identità europea tra le giovani generazioni diventa cruciale: più della metà dei giovani italiani, a prescindere dalla propria estrazione sociale e livello e qualità di istruzione, percepisce l’UE come influente nella propria vita quotidiana, e ha già partecipato a iniziative di politica dal basso, firmando petizioni o aderendo a raduni; un terzo si impegna attivamente per i diritti umani o per l’ambiente, quasi un terzo per la parità dei diritti. Tuttavia, l’attivismo giovanile si sviluppa spesso in modo spontaneo e frammentato proprio per la molteplicità di realtà che frequentano, sia online sia offline, e non sempre trova spazio in percorsi educativi strutturati. È proprio in questo contesto che i laboratori di EUthentic Voices hanno rappresentato una concreta occasione di cittadinanza attiva, trasformando la curiosità e la partecipazione in strumenti concreti per osservare, interrogare e raccontare la realtà. E un aspetto che merita un riconoscimento speciale, infatti, è proprio la varietà dei percorsi scolastici coinvolti in un unico progetto coeso, non soltanto indirizzi classici o liceali tradizionali, ma anche giovani di corsi professionali, come alcune classi di Tutor e Don Orione, che si sono messi in gioco con la stessa curiosità e determinazione, dimostrando che il giornalismo partecipativo non è un privilegio riservato a chi ha già certe competenze, ma un’opportunità educativa aperta a chiunque voglia mettersi in ascolto, imparare a osservare e dare voce alle proprie comunità.
Le loro restituzioni, una dopo l’altra, hanno composto una sorta di reportage corale, un mosaico di impressioni, dubbi, scoperte, entusiasmi e domande. Un giovane studente racconta che il laboratorio di giornalismo d’inchiesta con la giornalista esperta di storytelling ha aiutato a capire davvero come nasce un’inchiesta: “Abbiamo capito che dietro a un articolo c’è un lavoro invisibile, passaggi che non vedi, domande che non ti aspetti. Pensare un podcast a partire da un tema scelto da noi e poi portarlo su un palco è stato potente, perché ti rendi conto che ci sono problemi reali, vissuti da chi cammina nel quotidiano, ma invisibili se non impari a nominarli”. Un altro gruppo di studenti, dopo il workshop con il giornalista e videomaker incaricato della formazione, ha osservato che imparare a costruire un articolo, tra scegliere tema, titolo e fonti, è stato come “allenare lo sguardo”: “Non serve correre verso la notizia sensazionale, serve chiedersi cosa cambia per chi legge?” Durante il terzo incontro, con il conduttore radiofonico e autore di podcast, si è discusso di onestà nell’informazione, del ruolo dello straniero e di come l’odio spesso nasca dalla mancanza di conoscenza. “Da fiducia nasce interesse, e da lì può partire una nuova narrazione”, ha sintetizzato qualcuno. Un’altra studentessa attiva in una web radio scolastica ha definito l’esperienza con EUthentic Voices come “un doppio viaggio”: “Nel primo incontro abbiamo analizzato inchieste e ascoltato podcast per capire la struttura del racconto. Alcuni temi, come il greenwashing, non li conoscevo affatto. Poi, con il laboratorio di podcast, ho scoperto che la radio non è solo un medium storico, ma può essere un ponte, una forma di comunità. Abbiamo realizzato format, registrato pilot… E per me è stato doppiamente importante, perché proprio questa esperienza mi ha ispirato ad aprire un podcast anche nella mia vita personale”. Oltre a questa, le reazioni sono state spesso sincere: tante e tanti hanno definito l’esperienza “illuminante”, ma non sono mancate critiche costruttive: “Gli incontri a volte erano troppo frontali” raccontano alcuni: “ci saremmo aspettati più pratica, più interazione”, ma perfino questo senso di attesa mette in luce il loro desiderio autentico di “fare”, di non restare spettatori passivi.
Dopo la restituzione dei lavori realizzati, il Politeama ha infine inscenato per i ragazzi stessi lo spettacolo “Ventotene”, messo in scena dalla compagnia teatrale Alibi Teatro, che ha riportato sul palco storie di impegno, memoria e libertà, per un richiamo forte: informare non è solo raccontare, ma scegliere da che parte stare nella costruzione di un passato, un presente e un futuro condivisi. Da tutto questo emerge un bilancio stratificato: EUthentic Voices non è stato un semplice laboratorio di scrittura o comunicazione. È diventato un terreno di formazione civica, un modo di restituire alle giovani generazioni l’autonomia della voce, la consapevolezza del contesto e la responsabilità verso la comunità.
E quando le luci del palco del EUthentic Voices si sono abbassate, e la sala del Cinema Politeama si è svuotata, non è rimasto un applauso trionfale ma un brusìo vivo, pieno di interrogativi. Sono rimasti, prima di tutto, i taccuini aperti, questioni ancora da discutere coi propri compagni nel viaggio di ritorno, idee da affinare, e con loro, la consapevolezza che il percorso compiuto è solo un punto di partenza, e non un “progetto finito”, ma un esperimento di cittadinanza attiva, una prova concreta che dona strumenti: la capacità di osservare, di domandare, di raccontare. È quindi emerso chiaramente che informare in un mondo di flussi continui, di info overload, di notizie spesso confuse non significa soltanto pubblicare un testo, registrare un podcast o andare su palco, ma significa scegliere cosa fare emergere, come usare la propria voce, se andare oltre la superficie comoda della notizia sensazionalistica.
“L’eredità di questo laboratorio forse non sta in un risultato misurabile, ma in una qualità: la consapevolezza”, osserva uno studente, “fragile, in divenire, che ogni ragazza e ogni ragazzo che ha partecipato porta con sé come uno zaino di domande, su cosa significhi essere cittadini, su cosa significhi fidarsi di un dato, su quale sia il confine, fragile e mobile, tra cronaca, commento, testimonianza”. Forse, più che “far nascere giornalisti” e offrire un percorso di orientamento in uscita per i maturandi, il progetto ha cercato di “formare cittadini capaci di accendere un faro”: non per illuminare e chiudere una storia, ma per tenerla in tensione. E allora per i ragazzi EUthentic Voices lascia non un finale, ma una soglia da attraversare ogni giorno con la penna, la voce, la curiosità e la responsabilità di chi sceglie di non restare spettatore e immergersi nel mondo in grande evoluzione della comunicazione e dell’informazione.




