Mandiamo a scuola gli insegnanti

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Davvero memorabile quel corso di aggiornamento. Era partito con il piede giusto: “A scuola contano le conoscenze,” aveva scandito il relatore, “e contano le competenze.” Però l’aureo l’equilibrio si era via via perduto strada facendo: alla fine della riunione la parola “competenza/e” era stata pronunciata 77 volte, la parola “conoscenza/e” solo 9. Una sproporzione evidente, a dimostrazione che il concetto a cui fare attenzione, da inculcare come un rivetto, era uno solo.

Ma esistono competenze senza conoscenze e conoscenze senza competenze? E di quali competenze è lecito parlare? Sono esse piccole o grandi? Ha senso parlare dell’essere competenti a fare una mappa concettuale o è meglio concentrarsi su competenze che hanno le dimensioni ampie: leggere, scrivere, fare di conto? O, più avanti nel curriculo, dimensioni di mestieri: giornalista, pubblicitario, organizzatore di eventi?

La “scuola delle competenze” è, in apparenza, efficiente. Risponde alle esigenze dell’economia e della misurazione. Chiede: “Cosa sai fare? Quanto sei spendibile sul mercato? Come possiamo misurare il tuo apprendimento?”.

Il problema è che questo approccio è strumentale. Tratta l’educazione come un addestramento e lo studente come “capitale umano” da formare. Si focalizza sull’acquisizione di output prevedibili e standardizzati. Il rischio è evidente: creiamo esecutori facilmente sostituibili dall’IA; individui “competenti” che sanno come fare le cose, ma che hanno smesso di chiedersi perché le fanno.

Poi c’è un altro problema, di sostanza: un conto è avere la competenza di lettore, un conto è leggere realmente. Un conto è leggere due pagine di antologia con un brano di Dostoevskij, e un conto è avere letto (e meditato) Delitto e Castigo, I fratelli Karamazov e I demoni. Non è esattamente la stessa cosa quanto a cultura, non è vero?

Per un’etica dell’educare: la scuola dell’ermeneutica

E c’è dell’altro. La preferenza per una scuola dell’ermeneutica rispetto a una “scuola delle competenze” è etica. Riguarda il fine stesso dell’educare.

Ecco perché una scuola fondata sull’ermeneutica (l’arte dell’interpretazione) è più educativa.

1. Dall’Esecuzione al Significato

La scuola delle competenze si basa su problemi noti che richiedono soluzioni standardizzate (le competenze, appunto).

L’ermeneutica, invece, ci insegna che il mondo non è un set di problemi tecnici, ma un “testo” complesso, spesso ambiguo, che richiede interpretazione. La vita, le relazioni umane, i dilemmi morali non sono problemi da “risolvere” con una competenza. Sono realtà da interpretare per dar loro un senso. Questo vale per le opere della letteratura in modo evidente: non si tratta di saper leggere come competenza, ma di un processo di “scavo” di senso, un processo di cambiamento del soggetto che interpreta. Leggere, insegnano le neuroscienze, è una simulazione incarnata.

Una scuola che spinge sull’ermeneutica non chiede solo “Cosa sai?”, ma: “Cosa ne pensi? Che senso ha questo per te? Come ti posizioni rispetto a questa conoscenza?”

2. Dalla Misurazione al Giudizio

La competenza può essere misurata. È un output.

L’ermeneutica sviluppa il giudizio (la phronesis o saggezza pratica). Il giudizio non è un output, è un processo; è la capacità di prendere decisioni ponderate in situazioni complesse, nuove e imprevedibili, per le quali non esiste un manuale d’istruzioni o una “competenza” predefinita.

La scuola delle competenze prepara al prevedibile. La scuola dell’ermeneutica prepara all’imprevedibile, che è la cifra della vita reale.

3. Dall’Adattamento alla Soggettivazione

Il fine ultimo della “scuola delle competenze” è l’adattamento: rendere l’individuo funzionale al sistema sociale ed economico esistente.

Il fine della scuola ermeneutica è la soggettivazione: permettere all’individuo di “venire al mondo” come soggetto unico, pensante, libero e responsabile. Non si tratta di adattarsi al mondo, ma di trovare la propria voce per rispondere al mondo.

Non sto dicendo che le competenze (saper leggere, scrivere, far di conto) non siano importanti. Sono fondamentali, ma iniziali: alle elementari, lí va bene ragionare su questi obiettivi. Il punto è che la “scuola delle competenze” le trasforma da mezzi a fine.

Come lettore, prima di tutto, credo che l’obiettivo non sia produrre individui che funzionano, ma persone che pensano. Abbiamo bisogno di cittadini capaci di interpretare la complessità, di mettere in discussione l’esistente e di agire eticamente, non solo di “eseguire compiti”.

La scuola delle competenze offre pochi strumenti. La scuola dell’ermeneutica è viva.

La contraddizione finale

Come è andata a finire con quel corso di aggiornamento? A casa, a più di un docente è venuto da riflettere sul fatto che certe competenze non sono mai prese in considerazione nel CV di un insegnante. Di solito, il titolo accademico è tenuto in considerazione, non così invece competenze complesse come essere padri o madri, saper fare due o tre lavori oltre all’insegnamento, saper suonare la chitarra come una rockstar. Eppure, per il mestiere di andare in aula e “tirare fuori” qualcosa di costruttivo da tutti e da ciascuno, queste competenze evidentemente servono. Ma a scuola, quando si tratta di fare una graduatoria, ritornano in primo piano più che altro le “conoscenze” dimostrate in esami universitari, a volte frequentate on line.

Un po’ una contraddizione, ma sicuramente non la più evidente nel suo genere. 

Il record rimane l’esperto relatore che si scagliò contro la lezione frontale… tenendo una lezione frontale di due ore. Ma il bravo docente impara anche così: sono conoscenze e competenze che si fondono insieme. Viva quindi i corsi di aggiornamento, se compresi nell’orario di servizio. Ancora meglio se si conteggiasse il tempo che un insegnante impiega per leggere, capire e interpretare i contenuti attinenti alle materie che insegna.

Ludovico Antiochia

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