Echi dal Festival del pensare contemporaneo: il tabù della cittadinanza riguarda anche Piacenza

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Bisogna “pensare” ogni giorno. Non si può vivere una full immersion di quattro giorni e poi attendere un anno per un’altra un’esperienza stimolante, istruttiva e formativa. Se c’è un incitamento che ci viene dalla terza edizione del “Festival del pensare contemporaneo” è proprio questa.

E un Festival del pensare – immerso nella miriade di iniziative estive che per le città sono diventate anche occasione di marketing territoriale – è davvero una sfida alta.

Perché a “pensarci” bene nelle nostre giornate calate sugli schermi degli smartphone che tempo rimane per riflettere su di noi, sugli altri, sulle azioni, sulle scelte e sul nostro e l’altrui vivere?

Molto poco. Una faccina qua, un cuoricino là, un battimano che non si nega mai a nessuno e via andare. La giornata finisce, si volta pagina e domani si ripete esattamente come ieri.

Che ci sia bisogno di pensare davvero, di analizzare la complessità di questo tempo è indispensabile. A dirla con franchezza però è parecchio fuori moda perché la velocità del dire, del lanciare gli slogan, non s’addice ai tempi necessari per una riflessione approfondita che tenga conto dei tanti fattori che ruotano intorno a una comunità piccola o grande. Dal piccolo si arriva al mondo. Dal mondo si arriva al piccolo. Macro e micro sembrano soffrire dello stesso problema.

E dunque proviamoci a pensare.

Tra i tanti stimoli ritrovati nel corposo programma dell’edizione 2025 del Festival piacentino che ha voluto puntare sull’interiorità delle vite, delle situazioni, delle storie facendo perno sulle “Vite svelate”. L’immagine della terza edizione ha raccontato bene i contenuti che poi si sono sviluppati.

Due profili speculari da far pensare a due maschere che poi, nel corso del confronto dovevano cadere disvelando la vita dei protagonisti. Due maschere, una bianca e una nera. Entrambe da raccontare e mettere in piazza e, sempre con la complicità di quel colibrì instancabile nel suo batter d’ali… cos’altro se non il colibrì avrebbe potuto rappresentare un incessante flusso del pensare che mai s’interrompe? Neppure nel sonno.

Comunque sia, ho scelto di ritagliarmi due-tre temi su cui concentrare l’attenzione. I giovani (tanto protagonisti in queste storie), il lavoro (ancora i giovani sotto la lente); l’ambiente estremo con l’affascinante esperienza di Erling Kagge e la sua “storia di un’ossessione” per il Polo Nord, dove ha vissuto anche un faccia a faccia con un orso bianco in cerca di cibo. Peccato che l’unico cibo a disposizione fossero i due esploratori, da qui una decisione “definitiva”. Quindi ancora ambiente con il laboratorio sui territori dell’abbandono (Taranto e Marghera) per i quali l’unica speranza di rinascita resta la transizione ecologica: peccato non vi sia stata una grande partecipazione perché gli argomenti trattati erano profondi e tanto sconosciuti. Avrebbero portato un bagaglio interessante su cui riflettere.

Pensare primo step – Se la voce dei giovani rompe il silenzio e zittisce il rumore

Un incontro in particolare mi ha fatto pensare parecchio. E ha riguardato lo spaccato delle giovani generazioni, raccontate in prima persona con le loro voci e non mediate da interpretazioni, analisi e valutazioni esterne.

Nel Campus Arata si sono riuniti in tanti per ascoltare e condividere la voce di altrettanti coetanei chiamati a esternare le loro posizioni. Hanno raccontato gli sforzi e le speranze risposte nelle rispettive associazioni o iniziative politico-sociali. Il ventaglio è molto ampio: spazia dal rivendicare il diritto alla casa a un tema non nuovissimo (per quanto celato), che riguarda l’accesso alla cittadinanza.  

Quasi a nostra insaputa – milioni di giovani arrivati o nati in Italia sono da anni senza cittadinanza quasi nell’indifferenza di tutti. Ne ha parlato chiaro Fioralba Duma giovane albanese (tra i tanti fantasmi per il nostro paese) che vive a Roma dal 2001, qui si è laureata ed ha iniziato nel 2016 a far parte di Italiani senza cittadinanza dal primo flashmob organizzato in piazza. Da allora – anche se non è cambiato nulla nei fatti – c’è un risultato scritto nella cronaca del 2025. Gli oltre 10 milioni di persone che hanno votato al referendum dell’estate a favore del riconoscimento della cittadinanza.

Per Fioralba un punto di partenza.  “Non chiediamo la luna – ha ricordato a un pubblico di giovani – nel combattere per la legge sulla cittadinanza. No, è questa la realtà di oggi. Basta guardarsi intorno.

Piacenza, stranieri e cittadinanza

Le sue parole mi hanno aperto una porta sulla nostra realtà. Ecco guardiamoci intorno. Anche Piacenza ha di fronte questo problema di cui si parla pochissimo. Come se non esistesse. Basta guardare la realtà, come ha suggerito Duma. Secondo i dati Istat, infatti, gli stranieri che dal 1° gennaio 2024 che risiedono nel capoluogo sono 19.408. Allargando lo sguardo all’intera provincia  il numero è più che doppio. Al 1° gennaio 2025 erano 42.840 pari al 14,9% della popolazione residente. Un numero, secondo fonti Istat, che determina un’incidenza più elevata rispetto alla media regionale e nazionale. Tra i comuni con una maggiore incidenza di stranieri fino al 2019 nel gruppo di testa erano Castel San Giovanni, Piacenza e Borgonovo. Ed evidente che una presenza alta di lavoratori stranieri porta anche a nuove generazioni che crescono in questo territorio. I dati non lasciano dubbi: 1 minore su 5 è di origine straniera e la provincia detiene un’incidenza altissima in regione insieme a Parma pari al 22,3%. Bambini e ragazzi che crescono. Come se una volta adulti restano esclusi?

Ma c’è anche un altro aspetto di cui tenere conto. È emerso in un altro “panel” del Festival che ha messo a confronto giovani e imprenditori. Qui Luciano Groppalli ha messo l’accento sul fatto che nel futuro si evidenzierà sempre di più un cambiamento anche nell’imprenditoria che sarà formata più da stranieri che da italiani. Già ora – ha segnalato riportando l’esperienza diretta – è difficile l’inserimento di giovani italiani che tendono ad accontentarsi del posto fisso e adagiarsi alla soddisfazione dei loro bisogni più immediati, senza guardare alle prospettive future. Groppalli ha suggerito di parlare di “apprendimento continuo di un mestiere” più che di posto di lavoro. Perché è questo concetto che permetterà di avere molte più opportunità per il futuro. Atteggiamento che, rispetto ai giovani italiani, mostrano di accogliere maggiormente gli stranieri.

Per tutte queste ragioni concrete, non solo etiche o morali, quello della cittadinanza è un tema su cui “pensare” a fondo. Tema da non nascondere sotto al tappeto.

Tornando all’incontro del festiva (non a casa intitolato “la voce dei giovani nel rumore di oggi”) il referendum è un punto di partenza secondo Floralba Duma, un inizio. E com’è andata a Piacenza per il quesito sulla cittadinanza? A fronte di una bassa percentuale di votanti (circa il 30%) i sì sono stati il 62% e i No il 38%.

Anche se il referendum non è stato considerato valido perché non è stato raggiunto il quorum quel risultato esprime un dato certo. Lo si può interpretare. Chi vive la realtà quotidiana e si avvale del lavoro di tante persone che vivono qui da anni, hanno figli eccetera, riconoscono che il fatto di restare esclusi dal diritto di sentirsi parte integrante di una comunità oltre che ingiusto sia anche molto sbagliato. Non solo dal punto di vista umano, anche economico, culturale, di tenuta e coesione di una comunità.

Pur essendo un tema attualissimo il silenzio resta fragoroso.

Per tornare a q uel giorno durante l’incontro del Festival del pensare contemporaneo Fioralba Duma ha puntato il dito, con un fare dolce, ma decisissimo, sulla politica “Su questa questione è mancata la volontà politica”. Di fatto il rifiuto di confrontarsi con la realtà.

E si è addentrata nei paletti tesi a frenare la possibilità che si sblocchi e si decida su una nuova legge. “È assurdo chiedere a un giovane, oggi, che deve avere dieci anni d residenza continuativa nello stesso luogo. Siamo in un mondo globale e soprattutto i giovani hanno la spinta e l’occasione di spostarsi per studio o lavoro.  

Duma ha parlato di una legge odiosa scritta 34 anni fa. Un atteggiamento che fa pensare che la mancanza di volontà politica possa essere interpretata anche come ostruzionismo. È il pensiero dell’attivista dei diritti di cittadinanza. “si è fatto di tutto – ha aggiunto – durante la campagna elettorale referendaria per non parlare di questo argomento e del quesito stesso. Tutto questo per spingere verso il disinteresse”.

Nel ricordare le sue parole appuntate sul taccuino si riprova la stessa sensazione di soffocamento sentita durante quell’incontro. Duma ha fatto cenno anche ad altri risvolti che si riverberano su chi protesta e fa attivismo “si rischiano gli studi che sono il tuo futuro. E quindi decidi di smettere. Sostenere la propria vita facendo l’attivista nella cittadinanza è certo che è per lungo tempo.”

E il futuro? Il referendum appena svolto è stato un punto di partenza. Non facile l’approdo per vari inconvenienti di percorso, ma alla fine la raccolta di firme è riuscita e il quesito è stato ammesso. Lo ha richiamato più volte Fioralba Duma, dicendosi grata a quei milioni di persone che hanno detto sì al riconoscimento della cittadinanza.

Una battaglia che coinvolge direttamente anche Piacenza. Il materiale per “pensare” non manca.

Antonella Lenti

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