
Chiunque ha un altrove in cui è nato. Chiunque ha un altrove in
cui è vissuto. E per chiunque di noi c’è un luogo intimo che
rappresenta lo stato dell’anima. A differenza del primo gli altri
due luoghi sono, nel corso di una vita, la somma di sensazioni,
dolori, felicità, successi, insuccessi, desideri e speranze che
plasmano e che rendono la persona adulta che si diventa nel tempo
con in dote quel bagaglio interiore. Anche per il signor Armani
deve essere stato così. Il luogo di nascita da cui è partito,
Piacenza, certo che è rimasto dentro di lui nella forma di un
sentire personale sedimentato anche se la sua vita si è svolta e
sviluppata nel resto del mondo. Una vita che si è delineata in quel
modo non in ragione del luogo di nascita ma per le capacità
individuali, per scelte, svolte personali, elaborazioni interiori,
incontri illuminanti e anche aperture mentali sue proprie, legate
alla laicità di un mondo che ha conosciuto e frequentato e che ha
vissuto con personalità. Di Armani conoscevo molto poco. Mi
piacevano molti vestiti e oggetti disegnati nelle sue aziende.
Spesso irraggiungibili ma sempre bellissimi. Leggendo tanti
articoli in questi giorni ho voluto immaginarlo cercando di
comprendere il suo sentire. Per farlo mi sono incamminata sul
sentiero riassunto nella frase che ha campeggiato nel suo teatro
dopo la morte: “Il segno che spero di lasciare è fatto d’impegno,
rispetto e attenzione per le persone e per la realtà. È da lì che tutto
comincia”.
In questi giorni la morte dello stilista ha aperto a Piacenza un
dibattito (in verità più da social che vera riflessione ponderata) che
ha visto contrapposti due “partiti” (le solite fazioni piacentine?).
Chi lo rimprovera “per non aver fatto nulla per Piacenza” e chi
invece, al contrario, ne riconosce i meriti personali utilizzando un
linguaggio teso a renderlo quasi una reliquia laica. Entrambe le
situazioni rappresentano un’iperbole che si ripete spesso quando ci
si trova di fronte alla perdita di una persona famosa che ha avuto
qui le sue radici. Inclinazione di una provincialità mai superata?
Anche questo può contare. Il recriminare, così come trasformare la
persone quasi in un eroe contemporaneo, è un atteggiamento che
distoglie l’attenzione da un concetto: di “rispetto per le persone”.
È una parte della frase che lo stesso Armani ha voluto si scrivesse
sulle pareti del suo teatro nel momento in cui lui avesse
abbandonato la vita. Quella frase probabilmente racconta molto
della persona che era. A 91 anni e pur essendo stato perennemente
sotto i riflettori, ha ritagliato per sé, per la sua vita privata, una
riservatezza che di questi tempi è quasi un oggetto antiquario,
raro, che nessuno più vuole interpretare. Anzi rifiuta.
Tanto riservato da non aver mai fatto clamore per gli atti benefici
fatti in questi anni, alcuni di questi svelati proprio in occasione
della morte. Tenero, molto tenero l’aiuto dato alla scuola Alberoni
(da lui frequentata da bambino) per realizzare l’aula multimediale.
Gesti che onorano quel concetto “rispetto delle persone e della
realtà” a dimostrazione di un uomo che, oltre alle qualità
professionali indubbie e riconosciute in tutto il mondo, conservava
in sé quella parte umana che tante volte ripetiamo a noi stessi:
“restiamo umani” per incitarci l’un l’altro e reagire di fronte ai
fatti orribili che accadono intorno a noi.
Tante di quelle azioni di aiuto e di sostegno, più grandi o più
piccole, sono rimaste anonime e non si sapranno mai. Non importa
sapere, importa che siano andate a segno. Da quanto si è capito il
signor Armani non era di quelli che volessero mettere la propria
vita personale in prima fila sotto i riflettori. Era schivo e la prima
fila la riservava ai meriti professionali. Ecco, l’impressione che ci
ha dato Armani nel racconto fatto in questi giorni non è quello di
un eroe contemporaneo e neppure di una figura sacrale
irraggiungibile ma di una persona che, pur circondata da un
mondo effimero e di celluloide, non vi ha mai immerso se stesso,
il suo bagaglio intimo, rimanendo umano. Consapevole di esserlo.
Forse per scelta o per indole o forse anche per educazione o per un
atavico sentire piacentino improntato alla riservatezza. Chissà.
Armani era piacentino. Partito da Piacenza per esprimere meglio
se stesso ora il suo corpo è tornato qui dopo aver vissuto la vita
che cercava e che voleva. Una vita che a Piacenza non avrebbe
mai potuto vivere appieno come ha fatto altrove. Il luogo di
nascita in fondo cos’è? Un pretesto che dà il via all’esistenza, ma
quello che diventi lo devi alle esperienze che vivi, che ti segnano e
lasciano un tocco dentro di te e anche i luoghi che percorri ti
lasciano frammenti precisi, forti, grandiosi o dolorosi. Del resto
viene da domandarsi quale poteva essere negli anni del boom,
della ricostruzione del dopoguerra lo spirito del luogo in una città
come Piacenza che avrebbe potuto catturare un giovane
desideroso di esprimere se stesso? Difficile individuarne uno.
Armani – come tanti giovani che ancora oggi partono per
realizzare il sogno di una vita migliore – aveva lasciato Piacenza
forse con lo stesso desiderio: incontrare possibilità e occasioni per
esprimere quel groviglio di desideri che nutriva dentro di sé. La
spinta era trovare fuori dalla “provincia” troppo stretta e spesso
troppo amica e al contempo nemica, un ambiente più favorevole.
Non è stato l’unico né il primo a decidere di spingersi a Milano.
Tra gli anni 50 e gli anni 60 lo hanno fatto in tanti. Dalla città e
dalla provincia di Piacenza. È là che Armani, come tanti
piacentini, ha realizzato i propri sogni, tracciato la propria strada.
Ho visto passare sui social diverse sue interviste realizzate da
giornalisti famosi quando ancora era agli albori della sua carriera e
il suo impero finanziario non era così ben delineato e solido. Si
racconta come un giovane che, intrapresa l’università aveva
compreso che quella non era esattamente quello che voleva.
L’accesso a un lavoro lo aveva definitivamente distolto dall’idea
di diventare medico. Poi da cosa è nata cosa ed è sfociata
nell’impero che il mondo conosce. È comprensibile che i
piacentini ora lo sentano come uno di loro, un po’ meno
comprensibile chi recrimina su una sua presunta disattenzione
verso la città in cui è nato e ha vissuto con la famiglia d’origine.
Stonata quella frase più volte sentita “non ha fatto niente per
Piacenza”…
Una frase non nuova che ricorre ogni volta che si parla di chi
(docente, politico, imprenditore) dalle rive del Po se ne è andato
altrove e là ha fatto fortuna. Di tanto in tanto sarebbe bello sentire
altre domande riecheggiare e una potrebbe essere: “cosa ha fatto e
fa Piacenza per se stessa?”. Aspettare il taumaturgo che arrivi o
torni e risolva i problemi (tanti) che ancora esistono è
un’inclinazione che ha un segno negativo e perdente. Aspettare
Godot non giova. Armani nella sua lunga vita di uomo e di
imprenditore ha dato un esempio. Ecco quello che ha fatto Armani
per Piacenza. Lasciare un esempio. Chi può farlo ne elabori il
significato e lo continui se può. Per piacere senza piangersi
addosso.




