
Piacenza. Culture, storie, abitudini si sono aggiunte su un tessuto sociale che talvolta non si è accorto di avere attorno a sé un tessuto nuovo col quale rapportarsi e dialogare.
Era ed è necessario. Ne va della convivenza, ne va del tema (per la verità sempre molto trattato a tavolino) dell’inclusione e del riconoscimento di una funzione sociale che i lavoratori di origine straniera presenti sul territorio piacentino non sono incidenti di percorso o un evento che, obtorto collo, ci tocca accettare. Non di accettazione si tratta ma della costruzione di una società nuova. Del resto è questo l’impegno che ogni civiltà ha dovuto affrontare nella storia. Non senza difficoltà.
Il tempo che stiamo vivendo pone condizioni tipiche di una fase di transizione: quella alla fine di un mondo conosciuto e di fronte all’inizio di uno non ancora definito e delineato che non sappiamo dove potrà condurci e a costo di quali sacrifici, rinunce e perfino evoluzione e nascita di nuove visioni.
Gli stranieri che qui lavorano, hanno casa, hanno religioni diverse, sono madri e padri di famiglia. Hanno figli, talvolta nati in Italia, a Piacenza. Basta osservare le persone che incontriamo nelle vie cittadine quotidianamente e nei giorni di mercato in particolare. Lì ci si presenta una piacentinità nuova, diversa da quella a cui abbiamo dato forma nella nostra gioventù o che abbiamo ereditato dalle nostre famiglie.
Diversamente piacentini… Ma è davvero così?
In tutto il marasma di emozioni, di incertezze e, perché no, di paure e di timore di perdere il proprio consolidato, si inserisce il confronto che si è avviato in queste settimane a Piacenza sul tema della sicurezza nelle strade sempre più spesso teatro di risse. Uno scenario con botte da orbi, uso di bastoni, coltelli ecc. Scontri tra bande di ragazzi. Molti di loro sono adolescenti stranieri e provenienti da quelle famiglie musulmane che rappresentano anche parte del tessuto lavorativo della città. Un tema che ha messo attorno al tavolo del prefetto le istituzioni, la società civile dalla chiesa cattolica con il vescovo Adriano Cevolotto e il rappresentante della comunità islamica Yassine Baradai (presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane) che riguardo ad alcuni episodi di violenza in città aveva preso posizione pubblica sottolineando la necessità di occuparsi dei giovani più problematici ed evitare che possano cadere in situazioni sbagliate. Così aveva riportato Libertà alcune settimane fa.
Piacenza ha un problema. Ma non sembrerebbe solo una questione piacentina tanto che la stessa discussione avviene anche a Milano riguardo ai giovani detenuti nel carcere minorile Beccaria (per la maggior parte musulmani) e per questo, accanto ai cappellani che già lavorano nell’istituto entrerà anche l’Imam secondo un progetto che trae spunto da un protocollo del Tribunale dei minori con il via libera del Ministero.
Come si può spiegare quello che sta succedendo? Impossibile che stia crescendo una generazione dominata da istinti di violenza e sopraffazione. Non esiste. Non sarebbe razionale.
E allora su quali “non detti” su quali “non scelte” trae linfa tutto questo? L’impressione è che siamo tutti coinvolti. Sia chi non ha visto, chi non ha voluto vedere e chi ha preferito fare altro. È prevalso lo stile, che ha radici lontane, basato sull’ignorare la realtà che abbiamo intorno. Quando il fenomeno iniziava a mostrarsi alla fine egli anni Ottanta, quando nel Piacentino arrivarono tantissimi immigrati che poi lavorarono alla campagna dei pomodori, l’oro rosso del territorio. Fu l’avvio di un percorso che via via si è ingigantito. Vi fu chi volle affrontarlo e governarlo come l’allora sindaco di Pontenure Adriano Paratici e chi invece ci vide la possibilità per incassare risultati politici, un sentire che è ancora in auge. Nonostante tanti anni siano trascorsi e tanti lavoratori di innumerevoli nazionalità vivano qui. Qualche numero può aiutare. Gli stranieri che risiedono, lavorano e vivono a Piacenza sono circa il 20 per cento della popolazione cittadina che conta 104 mila abitanti. Son dati che ci consegna il bilancio di metà mandato dell’amministrazione comunale.
Semplici chiari, senza commenti né interpretazioni di parte. Persone provenienti da vari paesi
Un dato di fatto. La fotografia di una città cambiata e molto profondamente. Se i numeri parlano (anche per la provincia il rapporto non è inferiore) non altrettanto il sentire comune ha metabolizzato i mutamenti intervenuti – tanto palpabili, tanto visibili, tanto importanti – avvenuti negli ultimi decenni. Sempre stando ai dati contenuti nel rapporto pubblicato dal Comune di Piacenza gli stranieri piacentini lavorano e tanto per stare ai numeri nelle 10.075 imprese censite sul territorio comunale il 16% sono persone straniere. Piccoli dati di una Piacenza in questi anni Venti del secolo.
Il tema di oggi, la violenza che si scatena in diverse zone della città, scoperchia un problema che investe una nuova generazione spesso nata nel nostro paese ma vissuta, nonostante la frequentazione della scuola, in una specie di limbo. Spesso nati in Italia ma, crescendo, lasciati nella convinzione di non poter appartenere a questo paese. E forse è già tra i banchi di scuola che potrebbe nascere la consapevolezza rabbiosa. Quella che, goccia dopo goccia, porta alla convinzione che, loro, non potranno sentirsi mai appieno allineati ai nastri di partenza come lo sono i loro compagni, pienamente italiani perché nati da genitori italiani. Appaiati ai nastri di partenza per poter salire sull’ascensore sociale? Non esiste ascensore.
Un vissuto con una disparità di condizioni che se non è evidente all’esterno entra nell’intimo sentire e di cui inizia una presa di coscienza più chiara, più palese quando inizia la fase difficile dell’adolescenza che porterà ai 18 anni. La maggior età che per tutti i ragazzi è la conquista dei diritti da adulto. Ma non per chi è di origine straniera. Anche se sei nato in Italia, non hai la cittadinanza e in quanto maggiorenne diventi straniero in quella che ritenevi la tua casa. Un pesante fardello come sentirsi di “non essere, “non valere per nessuno” può crescere al punto di incanalarsi in una rabbia incontrollata. C’è un disagio giovanile, è vero, che diventa violenza. Violenza cruda intollerabile, inaccettabile. Ma il problema non è affrontabile e risolvibile semplicemente con il pugno duro nel momento in cui rischia di dilagare di crescere a macchia d’olio. C’è dell’altro.
Forse sta emergendo un fenomeno di cui non ci siamo accorti. Non abbiamo compreso quella separatezza che si stava ingigantendo alimentata da una sensazione (più di un sensazione) di accantonamento di attenzione alla vita di persone nuove arrivate (per ragioni di guerre, di povertà, di lavoro o anche spinti dagli effetti devastanti dei cambiamenti climatici).
Con il trascorrere degli anni è cresciuto il numero dei bambini stranieri iscritti alle scuole elementari; sono diventati adolescenti portatori di quelle problematiche che contraddistinguono questa età. E non hanno importanza le radici che hai. C’è qualcosa di molto più vicino che influisce sullo stare nel mondo quando si cresce: il riconoscersi in qualcosa. Il sapere di far parte di un gruppo, l’essere riconosciuto. Che succede se questo avviene fuori dai canali propri del vivere insieme tra diversi?
Tante narrazioni in questi decenni hanno creato contrapposizioni, hanno alzato frontiere interiori in ciascuno di noi, alimentato diffidenza, astio, primogeniture di culture e di modelli sociali. Noi, loro. Le nostre culture, le loro.
Così non si arriva da nessuna parte. Come non si arriva da nessuna parte interpretare ancora un volta in modo tanto manicheo la partecipazione al problema da parte delle comunità musulmane di Piacenza disponibili a rimboccarsi le maniche per prendere di petto, insieme ad operatori sociali, parrocchie, istituzioni un problema che credo sia per tutti indistintamente una situazione da affrontare con serietà e collaborazione. Una dimostrazione, la loro, di sapere esattamente cosa significa essere una comunità umana.
Detto questo anche Piacenza dovrebbe fare un esame di autocoscienza. Piacenza (intesa come tutti noi e non solo le istituzioni) insieme a quello della violenza nelle strade, ha un altro ostacolo da superare: rendersi conto finalmente che è cambiata e come è cambiata. La realtà ce lo racconta. È indispensabile, altrimenti non si potrà arrivare da nessuna parte.
Antonella Lenti




