
Difficili equilibri finanziari; mancanza di medici anche in ambiti importanti per il sistema; infermieri che pubblicamente esprimono un sentire di difficoltà che li induce perfino a ripensare alla scelta professionale e di vita intrapresa. Accanto si amplia sempre più l’insofferenza negli utenti “spinti” verso prestazioni private per bypassare le lungaggini che incontrano per visite ed esami diagnostici.
Una tempesta perfetta oppure convinzione diffusa che si autoalimenta ogni giorno di più? Effetto social insomma, vale a dire quando una cosa che si ripete diventa “virale” oltre la realtà?
Viene da chiedersi: è questa l’eredità lasciata sul terreno delle strutture di cura dal Covid che ci ha investiti 5 anni fa? Ci sono ragioni strutturali diverse? E quali sono le prospettive per la sanità pubblica? Come rispondere alla crescente domanda di servizi e alla competizione con il settore privato della sanità, diventato insidioso competitor del sistema pubblico, quando non alternativa irrinunciabile?
In questo quadro che fine fa il percorso di prevenzione così caro alle narrative degli anni scorsi? Prevenzione tesa anche a cogliere sul fatto l’insorgenza di una malattia grave e quindi salvare più persone oltre che alleggerire l’impegno futuro delle casse sanitarie? Su quest’ultimo elemento il professor Luigi Cavanna per anni direttore del dipartimento onco-ematologia all’ospedale di Piacenza, porta l’esempio di un’esperienza condotta in Gran Bretagna anni fa. Da manuale.
“Nel Regno Unito fecero il conto che le persone che potevano ammalarsi di ictus e infarto (gli inglesi mangiano peggio di noi) sarebbero costate meno al sistema sanitario se fossero state somministrate a tutti le statine gratis dopo i 50 anni. Facendo un conto prettamente economico – ma anche umano perché tante persone hanno evitato di ammalarsi gravemente – dopo 10-20 anni avrebbero avuto in carico un numero molto inferiore di infarti e di ictus e quindi in quel modo il sistema sanitario avrebbe notevolmente risparmiato denaro. Evidentemente una strategia diversa”.
Si tratta di alcune domande di primo piano che però lasciano intravedere sullo sfondo la discussione che a Piacenza resta calda sulla costruzione del nuovo ospedale provinciale. Intanto però si rincorrono voci di abbandoni da parte di medici, infermieri e anche primari che vorrebbero lasciare l’ospedale di Piacenza o intendono concorrere per altre sedi. Di fatto un impoverimento della struttura nel breve e medio periodo per riparare il quale occorrerà molto tempo.
Il dialogo con il prof. Luigi Cavanna prosegue. Qui si tenta di inquadrare le tante facce di un problema che si fa ogni giorno più grande e di difficile soluzione. Almeno nell’immediato in cui spesso si ha l’impressione di compiere corposi salti indietro… Forse sì? Forse no? “È giusto cominciare a dirlo… il sistema regge ancora perché ci sono tantissimi bravi professionisti – puntualizza Cavanna – che, in silenzio, tirano avanti la carretta. Queste persone che lavorano vanno aiutate e sostenute se continua a passare il messaggio tanto peggio tanto meglio è la fine”.
La fase che viviamo resta complicata. Si è di fronte a un bivio “affollato” di possibili interpretazioni e direzioni. Da un lato utenti che sempre di più ricorrono al privato per ottenere risposte in tempi brevi, dall’altra l’azione sanitaria che sottolinea il rispetto dei parametri fissati dalla Regione che Piacenza rispetta in larghissima misura.
Su un altro piano c’è l’iniziativa regionale che apre la campagna “Specialmente pubblici” – “Lunga vita alla sanità pubblica” che si avvale dell’apporto di vari professionisti ospedalieri delle strutture emiliano romagnole per lanciare un messaggio positivo. A Piacenza il volto e la voce della campagna è quella di Giacomo Biasucci, professore associato di Pediatria all’Università di Parma e dirigente dell’Unità operativa complessa di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza. Nella campagna il prof. Biasucci punta l’accento sugli screening dicendo “Un bambino colpito da malattie metaboliche ereditarie potrebbe avere danni gravissimi, o non vivere. Con una diagnosi precoce tramite screening neonatale esteso è possibile cambiare il suo destino. E questo è molto gratificante”. Messaggio che sarà veicolato su varie forme di comunicazione dai grandi manifesti ai podcast che illustrano il problema evidenziato.
Da qui si deduce che per la sanità pubblica – anche in una Regione che ne ha fatto la sua bandiera – esiste un problema. È solo un inizio o è già un percorso avviato e sedimentato? E se lo è cosa possono servire appelli e parole?
Un momento difficile. Certamente. Dove approderemo?
“Non so se vi sia volontà politica in quello che sta succedendo o invece la politica subisca la realtà dei fatti. Secondo me – segnala Cavanna – è più verosimile la seconda ipotesi. Raccogliendo testimonianze delle persone è facile sentirsi dire ‘mia figlia doveva fare un esame e una visita ed ha fatto ricorso alla libera professione’ oppure ‘mio padre doveva fare una tac e ho dovuto andare a pagamento per averla in tempi brevi’. La realtà ci racconta queste storie. Quotidianamente parlando con le persone il mio osservatorio mi parla in questo modo…”
Perché sembra che questa situazione abbia preso corpo d’improvviso e abbia assunto dimensioni tanto vaste, almeno così sembra. Eppure nel periodo del Covid si ripeteva all’infinito che la sanità avrebbe dovuto essere sostenuta e non tagliata? C’è solo una ragione di risparmi, di mancanza di soldi, sono scelte ponderate… o c’è anche altro?
“Ci sono diversi fattori che stanno determinando l’accentuarsi del problema. Non c’è una singola causa. Dapprima il fattore finanziario. Va detto che durante il periodo Covid le strutture sanitarie pubbliche hanno assorbito tantissime risorse economiche. Durante il Covid abbiamo speso moltissimo. Troppo? Forse si doveva… E le Regioni hanno anticipato la spesa. Ora non so, ma non credo, che questi fondi siano stati restituiti dallo Stato. È evidente che al momento del ritorno “al tempo di pace” le Regioni, l’Emilia Romagna, si sono trovate in grave difficoltà economica.
Ma c’è anche dell’altro – prosegue Cavanna. È una questione indipendente dal Covid che è legata alle scelte organizzative precedenti e che riguarda la professione medica che oggi si tocca drammaticamente con mano.
Non riguarda solo i medici ospedalieri. In tanti paesi e comuni mancano i medici di medicina generale, i medici di famiglia. Negli ospedali cominciano a scarseggiare i professionisti di alcune specialità tra cui ortopedici, rianimatori. Se prendiamo ad esempio ortopedia di Piacenza l’organico dovrebbe avere il doppio dei professionisti presenti in questo momento. E tra l’altro l’ospedale di Piacenza rischia di perdere il primario del reparto unico professore ordinario dell’ospedale di Piacenza. Quanto all’iniziativa della Regione tesa a sostenere con messaggi mirati il concetto della sanità pubblica può servire, ma non so. Nei fatti quello che può servire ancora una volta è qualcosa di estremamente semplice: rispondere ai bisogni della gente. Certo non lo si potrà fare al cento per cento per azzerarli ma lo si deve fare in modo importante”.
Costi lievitati e quindi tagli in mancanza di fondi adeguati, in parallelo un controllo degli esami prescritti che investono anche gli stessi medici di base. Sono due elementi che fanno pensare a una stretta decisa. Dall’altro lato però si parla di rispetto dei parametri fissati dalla Regione sulle liste d’attesa e quindi dove sta il problema?
“Oggi non è più come un tempo. Se un cittadino deve fare una visita specialistica, dall’urologo, dal cardiologo, dal gastro enterologo, spesso necessita contemporaneamente alla visita o nei tempi successivi, di esami diagnostici. Parliamo di ecografie, eco-cardiografie, elettrocardiogrammi, endoscopie… quindi fare una visita specialistica spesso non risolve del tutto il bisogno di salute del paziente. Se la visita non fa chiarezza sul problema di quel paziente c’è bisogno anche di un esame che aiuti la visita, che dia nozioni in più allo specialista. Se la visita si svolge nei tempi previsti ma l’esame di approfondimento ritarda, allora siamo al punto di partenza”.
Si parla di ragioni generali e locali che hanno contribuito a rendere più difficile affrontare le problematiche attuali. Di cosa si tratta?
“Investono l’organizzazione, ma anche il coinvolgimento di medici e infermieri nel progetto salute. Perché – dice – con più sanitari coinvolti a tutti i livelli credo che ci sia una maggiore unità di forze per raggiungere l’obiettivo. Porto un esempio risalente a diversi anni fa. Si era tra il 2016 e 2017 immediatamente dopo la decisione regionale di costruire un nuovo ospedale a Piacenza l’allora direttore generale Luca Baldino ci riuniva spessissimo, almeno ogni 15 giorni. Ci trovavamo in gruppi di lavoro finalizzati a portare avanti obiettivi che riguardavano la messa a punto di idee su come avrebbe dovuto essere il nuovo ospedale. Il confronto era finalizzato a tratteggiare interventi pratici di come sarebbero stati i reparti: dalle chirurgie, all’onco-ematologia dell’emergenza urgenza… eccetera. L’apporto dei clinici che lavoravano sul campo era ritenuto importante per delineare anche la parte contenuti non solo quella strutturale. Coinvolti nel percorso erano i direttori di dipartimento, primari, capo sale dei reparti e dei dipartimenti. Si lavorava insieme. Ora non credo si faccia più. O almeno non se ne sente parlare”.
Oggi la crisi di identità investe soprattutto gli infermieri. È possibile che anche questo problema sia effetto del Covid che ha assorbito enormi energie nel momento cruciale ma poi quell’impegno non ha visto anche una rivalutazione della professione anche in termini economici, ma non solo?
“Gli infermieri non guadagnano meno di tre anni fa, certo il costo della vita è aumentato, ma lo stipendio non è inferiore a quello di prima. Tuttavia sono più scontenti. E allora mi viene da dire ‘non di solo pane vive l’uomo’. La mutazione è avvenuta nell’ambiente di lavoro, negli stimoli, nella possibilità del lavoro di squadra, nell’avere degli obiettivi, nel cercare di migliorarsi.
Quello che è molto importante in ambito sanitario è capire quanto si può essere gratificati dal lavoro che si fa perché risponde a un bisogno non solo di salute, ma a un bisogno ancora più profondo quasi primordiale. Faccio l’esempio della persona allettata che ha bisogno di essere aiutata ad alzarsi o ha bisogno di essere nutrita, cambiata eccetera, sono bisogni che ti riportano quasi alla vita infantile. Ecco, tu operatore che rispondi a un bisogno di questo tipo, se ne hai pienamente coscienza e se i responsabili hanno la capacità di prenderne coscienza, ebbene, il ritorno che hai come persona e professionista è immenso.
Ovviamente c’è anche l’aspetto monetario, le scarpe da comprare per i figli, la spesa da sostenere per la famiglia, quella sarà una battaglia a parte, ma un ambiente di lavoro gratificante può essere più importante dei cento euro in più. Equivale a dare valore all’impegno che dedico al mio lavoro. Forse è quello che manca oggi”.
Qual è il suggerimento? È una situazione che ha imboccato una china irreversibilmente verso il basso?
“No non penso che sia irreversibile. Ci sono tantissimi infermieri sensibili e attenti. Non voglio pensare, non voglio credere che sia irreversibile. L’importante è prenderne coscienza. Posso dire che mi ha colpito la lettera pubblicata su Libertà dell’infermiera che ripensa alla sua scelta professionale e lancia critiche al suo ambiente di lavoro. Mi ha fatto riflettere. Se fosse successo nel mio reparto avrei pensato veramente a dimettermi da capo dipartimento. Quella lettera per me avrebbe voluto dire che avevo sbagliato. Mi avrebbe portato a fare un pesantissimo esame di coscienza sulla stessa organizzazione del reparto. Forse è un caso isolato, ma dalle considerazioni che si rincorrono avverto un’insoddisfazione diffusa”.
Di nuovo ospedale si è accennato in precedenza. Ora si sta lavorando per costruirlo. Siamo in una fase ancora burocratica… anche una nuova struttura però si porterà in dote tutti i problemi cui abbiamo accennato? A Piacenza chi si oppone all’ospedale nuovo spesso sottolinea che gli ospedali non sono muri ma c’è altro… persone, lavoratori, professionisti, reti di cure ecc…
“Voglio ricordare che era il 2015 quando l’assessore Giovanni Venturi – a Piacenza per inaugurare il nuovo dh oncologico – si guardò attorno e disse, passando per i chiostri antichi da cui si accede al reparto: ‘A Piacenza avete bisogno di un ospedale nuovo. Ne parlo in Regione…’ Era ottobre e il prossimo autunno saranno dieci anni. Di ospedale nuovo ancora solo si parla”.
Ora i finanziamenti regionali sono ridotti, tanta acqua è passata sotto i ponti e ci sarà l’intervento dei privati per la realizzazione… proseguire o rinunciare come dice una parte di opinione pubblica contraria al progetto e propensa a sostenere la ristrutturazione del nucleo attuale…
“Credo che le difficoltà siano aumentate in questi anni anche per le spese enormi, come si diceva, sostenute per il Covid e per i costi lievitati negli anni. Ci sono persone che dicono l’ospedale non s’ha da fare…”
Quindi qual è la sua posizione, fermare tutto, accettare l’idea di rivedere quello che c’è?
“No. Chi dice che l’ospedale attuale va ancora bene ha avuto una grande fortuna: non aver mai avuto la necessità di andarci. Prendiamo solo l’accesso. Difficilissimo per mancanza di parcheggi. Io spesso ai pazienti oncologici consiglio di ricorrere agli ambulatori di Castel San Giovanni e Fiorenzuola per evitare loro lunghi tragitti a piedi poiché, per chi è malato di cancro con metastasi ossee, anche percorrere 500 metri a piedi diventa un’impresa impossibile e dolorosa”.
Sì però resta sempre il fatto più importante che con i muri servono i contenuti e i servizi che andranno nel nuovo ospedale oltre alla loro qualità… le due cose non dovrebbero procedere in parallelo?
“Qui tocchiamo un punto strategico anche per il futuro. Ora il fatto che il nostro ospedale sia legato a Parma e all’Università è un punto molto importante. Però attenzione! Si può presentare un problema. Infatti rischiamo che a Piacenza se i medici bravi che lavorano ora all’ospedale e fanno ricerca – che si fa – non pubblicano i risultati su riviste censite non riusciranno a far carriera e diventare primari e quindi arriveranno altri con il titolo di professore associato o ordinario e loro si troveranno fermi. Questo è il problema cruciale, fondamentale, a cui l’azienda dovrà pensare. Infatti questa mancanza di prospettiva professionale potrebbe portare anche una disaffezione alla ricerca con quel che ne consegue.
Per partecipare a un concorso di primario per alcuni reparti in particolare è necessario ottenere l’idoneità nazionale a professore universitario associato o ordinario e per questo si deve superare l’idoneità scientifica nazionale”.
Qual è l’elemento più importante per superalo?
“Sono le pubblicazioni scientifiche su riviste censite. Se i medici che lavorano a Piacenza prima potevano partecipare al concorso per primario ospedaliero dopo cinque anni di lavoro perché le pubblicazioni avevano una valutazione limitata, ora non è più così. Non è una situazione che si applica a tutti i reparti. Vale per Onco-ematologia, per Medicina interna, per Pediatria (Biasucci professore associato), per Otorino (Cuda professore straordinario), per Ortopedia (Maniscalco professore ordinario), ma probabilmente in futuro si estenderà ad altri reparti.
In epoca non sospetta 2014-2015, con altri colleghi della Medicina interna, avevamo iniziato a organizzare corsi su come si dovevano scrivere le pubblicazioni proprio perché si guardava lontano… poi che dire… gli anni passano”
Il lavoro è proseguito?
“Che io sappia no”.
La ricerca si fa in ospedale?
“Sì, si fa. Si fanno anche le pubblicazioni però per fare l’idoneità nazionale è importante che nelle pubblicazioni si compaia come primo nome o ultimo nome. C’è una modalità ben precisa per la valutazione. Quindi in sostanza se i nostri bravi medici che ora stanno lavorando non avranno pubblicazioni nei reparti a conduzione universitaria si troveranno ad avere un responsabile che viene da fuori. Questo non va bene. Può portare anche a un atteggiamento rinunciatario per quanto riguarda il lavoro di ricerca. Se sono un giovane medico e non riesco a fare pubblicazioni perché devo fare ricerca?… Potrebbe essere questa la conclusione.
Quali sono i rischi che il nuovo ospedale non ancora costruito potrebbe portare con sé?
“Tornare agli anni Ottanta. Quando Piacenza era una colonia di Parma. Situazione che poi si era invertita con l’arrivo di medici come Buscarini e Scarpioni che hanno contribuito con altri a far crescere la qualità dell’ospedale di Piacenza negli anni Novanta e Duemila. E qual è stato il segreto? Tanta attività scientifica; che dire, speriamo di non tornare indietro. Un rischio che si potrebbe riproporre anche con l’ospedale nuovo se non creiamo una metodologia per spingere i medici che oggi lavorano in ospedale a fare ricerca… e pubblicare sulle riviste scientifiche, i nostri giovani medici avranno una carriera ferma se non ottengono l’idoneità di professore. Io avevo ottenuto l’idoneità nel 2017. Dopo la mia pensione inizio 2023 il reparto di onco-ematologia non è ancora stato coperto perché non potrà essere primario nessuno dei medici di Piacenza: il motivo è che purtroppo nessuno ha questa idoneità. Così vanno le cose oggi. Il bando per la scelta del primario è stato fatto ma la nomina deve essere condivisa dal Rettore dell’Università di Parma in accordo con il direttore dell’Ausl”.
Antonella Lenti




