Massimo Solari su Ilmiogiornale.net
Le epidemie ci perseguitano e non solo quelle causate dai virus. Da quando? Da sempre. In pratica dall’inizio della storiografia. Ne abbiamo notizia infatti da quando qualcuno ha pensato di scrivere degli accadimenti umani. Il primo, dunque, è stato il greco Tucidide. Il primo “storico” del mondo è anche il primo che ci parla di pestilenza. La peste aveva colpito Atene, la più evoluta e ricca città greca, in quel V secolo avanti Cristo che aveva visto Socrate, Platone, Fidia, Pericle e il Partenone costituire l’età d’oro della Grecia. E le sue conseguenze saranno terribili. Pericle stesso, il principale capo politico e stratega ateniese, trova la morte a causa dell’epidemia; e le due cose, morbo e morte di Pericle, causeranno la fine dell’egemonia di Atene sulla Grecia, aprendo le porte alla dominazione macedone.
Roma caput mundi
Le epidemie e i virus hanno risparmiato abbastanza l’impero romano, forse grazie anche all’igiene molto diffusa e alla mancanza di carestie. Ma non ne è stato del tutto esente: la peste antonina o peste di Galeno si manifesta nel secondo secolo della nostra era. Che fosse morbillo, tifo o vaiolo è molto difficile da stabilire. La peste avrebbe imperversato nell’impero per quasi 30 anni, facendo secondo le stime tra i 5 e i 30 milioni di morti.
Ma non finiva qui: avete presente Castel Sant’Angelo? Fino al 590 si chiamava Mole Adriana, dal nome dell’imperatore che l’aveva fatta erigere come proprio mausoleo. Ha cambiato nome quando sulla sua cima era comparso (secondo la leggenda) un angelo che rinfoderava la spada. La rinfoderava annunciando all’esausto popolo romano la fine dell’ennesima epidemia che lo stava falcidiando, e grazie ad una processione che era passata proprio lì sotto, voluta e condotta da papa Leone Magno.

L’oscuro Medioevo
Tra il X e gli inizi del XIV secolo, l’Europa aveva goduto di una lenta ma costante crescita della popolazione, che era raddoppiata in Francia e in Italia e addirittura triplicata in Germania. L’annus horribilis è stato il 1347, quando una pestilenza che aveva avuto origine in Oriente arriva in Europa seguendo la via della seta. Mancando sistemi di contenimento, il morbo si diffonde rapidamente in tutto il continente. I morti causati dall’epidemia, calcolo sempre difficile da tenere in epoche così lontane, si stimano in circa 20 milioni solo in Europa. Il tasso di mortalità? Al 30%, perché si parla di un’Europa che all’epoca contava circa 60 milioni di abitanti.
Il Decamerone
La peste nera, così si chiama l’epidemia del 1347, è quella, tanto per capirci, raccontata da Boccaccio nel Decamerone. Anzi, è proprio la pestilenza a propiziare lo scritto: sette ragazze e tre ragazzi decidono di mettersi in quarantena in campagna per dieci giorni. Ognuno racconta agli altri una storia al giorno per passare il tempo. Ecco così le cento storie del Decamerone. Dieci giorni, deka emeron in greco, è il nome della raccolta. E Boccaccio inizia a scriverlo proprio nel 1348, momento di massima diffusione dell’epidemia in Toscana.
Dall’untore ai grandi cambiamenti
Non si trovava chi aveva sparso il germe? Niente paura: c’era sempre disponibile l’untore di turno. Si inizia in tutt’Europa una violenta caccia agli ebrei, accusati di avvelenare i pozzi per spargere l’epidemia. E non sarà l’ultima.
Ma è molto interessante (anche se un po’ da menagramo, perché la peste nera infurierà in Europa per oltre sei anni) scoprire quali conseguenze ha lasciato l’epidemia su un tessuto sociale estremamente vitale e in piena espansione. Ha completamente cambiato i modelli culturali medioevali: crollo dei fitti agricoli; aumento delle retribuzioni agli artigiani in città, derivante dalla mancanza di mano d’opera, circostanza che provoca anche la meccanizzazione del lavoro e così grandi innovazioni tecniche.
L’aumento dei salari e del benessere generale genera lo sviluppo delle scienze bancarie con l’introduzione di lettere di cambio e la partita doppia. La stessa invenzione della stampa si rende necessaria per il costo eccessivo degli amanuensi che erano rimasti troppo pochi. Secondo alcuni, anche l’adozione delle armi da fuoco origina dalla carenza di soldati.
Poi, per cercare di scoprire le cause della malattia, i papi Sisto IV e Clemente VII consentono di sezionare i cadaveri, altra scelta che consente un eccezionale avanzamento della scienza medica. Insomma, non tutto il male viene per nuocere: la devastazione della peste nera pone le premesse del Rinascimento.
I secoli successivi
Guardando ai secoli successivi, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta: facciamo prima a dire che le epidemie di peste, colera, influenza (come la Spagnola del 1918) sono sempre state con noi. La “grande peste” ha infuriato a Londra tra il 1665 e il 1666, anno ricordato anche per l’enorme incendio che ha devastato quasi tutta la città. I morti? Tra i 75mila e 100mila, vale a dire più di un quinto dell’intera popolazione londinese.
La più famosa in Italia è la peste raccontata dal Manzoni ne I Promessi Sposi, che data tra il 1629 e il 1633. Portata nella penisola dai Lanzichenecchi, secondo le stime ha ucciso oltre un milione Italiani. Questa epidemia era stata preceduta dalla peste di San Carlo, dal nome di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, che aveva colpito il territorio milanese tra il 1576 e il 1577.
Capitolo a parte la sfortunata Dublino. La città irlandese non ha avuto praticamente remissione dell’epidemia dal 1348, quando era stata investita dalla peste nera, fino a quella manzoniana del XVII secolo.
Da Mozart a Visconti
Chi non ricorda la scena finale del film Amadeus di Milos Forman nella quale la salma del grande compositore viene buttata in una fossa comune e coperta di calce? Anche in quel caso, a Vienna (1791), si era in presenza di una epidemia.
E che dire dell’altro grande film, Morte a Venezia, del nostro Luchino Visconti, tratto dall’omonima opera di Thomas Mann? Siamo ai primi del novecento, ma anche in questo caso si parla di epidemia, questa volta di colera. Lo stesso colera che aveva colpito Napoli non più tardi di qualche decina di anni fa: eravamo “solo” nel 1973. In quel caso si erano contati solo 24 morti e 278 casi, ma era scoppiata in tutt’Italia la fobia collettiva della possibile pandemia.
Le epidemie dell’Ottocento
Ma facciamo un passo indietro, esattamente al 1817: in Estremo Oriente e si diffonde con molta lentezza la prima epidemia di colera del XIX secolo. Arriva a Vienna solo nel 1830, ma fa 250mila morti limitandosi ai dintorni della capitale austriaca. Nel 1832 arriva a Parigi e si propaga anche in Spagna. Nel 1837 arriva in Italia e fa strage dal Lombardo Veneto al Regno delle Due Sicilie.
Solo 10 anni dopo, nel 1848, una nuova epidemia di colera attraversa l’Europa. Ancora pochi anni e tra il 1855 e il 1856 colpisce di nuovo Italia ed Europa. Arriva da Alessandria d’Egitto l’epidemia del 1865-67 che devasta ancora il nostro continente. Nuove epidemie sono poi segnalate nel 1884 e nel 1893.
La terribile Spagnola
Partita non si sa da dove (secondo alcuni dallo stato americano del Kansas nel 1918), in pochi anni l’epidemia di influenza ha raggiunto la cifra mostruosa di 500 milioni di infettati ed ha lasciato uno strascico di circa 100 milioni di vittime. La fine della vera e propria pandemia, che aveva toccato anche abitanti delle Isole Samoa e dell’Antartide, sarà solo due anni dopo, nel 1920.
E oggi?
Per farla breve, se vogliamo considerare anche le ultime (Hiv o Aids nel 1986, che non è ancora debellata e forse non lo sarà mai, Sars del 2002), le epidemie virali o no hanno accompagnato tutta la storia dell’umanità. Capitolo a parte l’epidemiologia dell’Africa, che vive costantemente sotto la minaccia di mali come l’Ebola che fanno strage della popolazione. Ma questo continente non vive sotto i riflettori dei mass media. Fa più rumore la prima vittima negli Stati Uniti che una popolazione sub sahariana sterminata da un’epidemia.
Alla fine, il coronavirus non è che l’ultima calamità che ci affligge, senza nulla togliere ai suoi parenti prossimi. L’umanità è sempre sopravvissuta anche alle calamità più terribili, spesso riuscendo a migliorare la risposta medica e farmaceutica e migliorando le sue condizioni. Sarà così anche questa volta? Non abbiamo motivi per pensarla diversamente. La Storia non solo ci insegna, ma ci conforta anche nei momenti più bui.




