di Massimo Solari – L’architetto Manuel Ferrari, il giovane direttore dell’Ufficio dei beni culturali della Diocesi di Piacenza e Bobbio, ci accoglie all’interno del fastoso Palazzo Vescovile, ma il suo ufficio è all’insegna dell’understatement. Spoglio, arredi minimali, due monitor sulla scrivania. Siamo qui per parlare dell’offerta culturale della Cattedrale cittadina che negli ultimi anni è stata capace di attirare sempre più visitatori. “L’atteggiamento generale è quello della conservazione più che dell’esposizione”, afferma. “Invece noi abbiamo bisogno di percorsi di valorizzazione del nostro patrimonio. È una sfida che vuole avvicinare tutti alle nostre bellezze artistiche”.

Detto questo, Ferrari entra subito nel concreto. E parte dell’esperienza del Guercino di due anni fa, la mostra dei 100mila visitatori, un boom mai visto prima. Tuttavia, niente illusioni: “Piacenza non ha delle eccellenze assolute ma un patrimonio diffuso. Il turista che arriva qui vuole fare un’esperienza. E con la salita alla cupola noi gliela abbiamo data”. Un seme che è germogliato da Kronos, il Museo della Cattedrale: “La mostra sul Guercino ci ha dato le ali per farlo decollare; ma senza Kronos non ci sarebbe stato neanche l’evento sul pittore secentesco”.
Nell’ottica di Ferrari questo seme deve dare frutti anche nell’ordinario, con mostre meno impegnative e d’impatto del Guercino, ma comunque di livello, come quella in corso su Carracci. E i numeri gli stanno dando ragione. “Anche grazie all’evento sui Misteri della Cattedrale, oggi Kronos da 900 visitatori l’anno è passato a 18.000”. Ma è un risultato a cui fa da contraltare un paradosso. “Molti turisti che entrano in Cattedrale ci dicono ancora che sono arrivati a Piacenza per caso”. E allora bisogna insistere. Perché la nostra città, sostiene Ferrari, “da una ‘terra di passo’, come l’aveva definita Leonardo, dovrebbe diventare una meta turistica che vale qualche giorno di visita: almeno uno per la città e un altro per il territorio”.

Da San Sisto al Barocco
Come fare per attirare queste presenze dalle indubbie ricadute economiche? “Non vogliamo fare una grande mostra ogni anno. Ne basterebbe una ogni tre”. Il segreto è valorizzare l’esistente. Portare alla luce altri tesori da restituire alla città, che poi diventino parte integrante della sua offerta turistico-culturale. Questa è la strada per il futuro: “L’anno prossimo vogliamo valorizzare ancora qualcosa che è già nostro, come è stato per la cupola del Guercino. Sto parlando della grande assente, la Madonna Sistina, nel 5° centenario della morte di Raffaello. Sappiamo bene che non possiamo neppure pensare di averla qui. La Sistina è a Dresda e resterà in Germania. Ma noi possiamo portare alla luce ciò che rimane, il grande contenitore per il quale e stato pensato il capolavoro di Raffaello e cioè il monastero di San Sisto. Al centro di un percorso affascinante e articolato, che andrà dal presbiterio alla cripta, ci sarà quello scrigno dei tesori che è l’appartamento dell’abate. Il tutto dovrebbe essere aperto da aprile a settembre 2020. E anche questo nuovo percorso, questa nuova offerta culturale di San Sisto resterà per sempre, come il pozzo di Sant’Antonino che è stato un altro successo”.
Lo sguardo di Ferrari però non si ferma qui. Nel 2022 saranno 900 anni dalla fondazione della Cattedrale. “Pensiamo ad altre iniziative, come a San Cristoforo. L’Oratorio della buona morte, all’angolo tra via Gregorio X e via Genocchi, è un gioiello del Barocco ed è sempre chiuso. Poco tempo fa ci abbiamo portato dei tour operator russi e li abbiamo fatti salire sulla cupola. Ne erano estasiati”.
I tasti dolenti
Se si parla di cupole e di salite – perché Piacenza potrebbe davvero diventare la città italiana dell’arte in quota – la mente però va subito al Pordenone di Santa Maria di Campagna. I suoi affreschi sono stati valorizzati da un’altra iniziativa cittadina dello scorso anno, sponsorizzata e organizzata dalla Banca di Piacenza in collaborazione con il Comune, proprietario della Basilica del Tramello, e con il Convento dei Frati minori che la gestisce.
Il tema è delicato e Ferrari misura le parole: “Per il Pordenone non c’è stata una sinergia sufficiente”. Come mai? “A Piacenza fatichiamo ancora a fare rete. Questa è la differenza tra Parma e Piacenza. Anche a Parma si discute, ma quando c’è un grande obiettivo da raggiungere, si fa rete e la rete funziona. Piacenza, come dimostra il patrimonio di cui stiamo parlando, ha tutte le potenzialità per rilasciare una bella offerta turistica. Ma ha questo problema della poca collaborazione tra gli attori della città, che si trascina da tanti anni. È forse nel Dna dei piacentini, ma per me resta un grande rammarico, un po’ come quello che ho vissuto per la Collezione Mazzolini”.
L’occasione perduta
E allora parliamone di questa Collezione. Nel 2005 Domenica Rosa Mazzolini dona il suo straordinario patrimonio di arte contemporanea alla Diocesi, che si prende l’impegno di trovargli una degna collocazione entro 10 anni. Si tratta di opere firmate da artisti come Enrico Baj, Carlo Carrà, Massimo Campigli, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Ottone Rosai, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Giò Pomodoro, Mario Sironi, solo per citarne alcuni. “Io divento direttore nel 2013 e avevamo pochissimo tempo per trovare una soluzione”, racconta Ferrari. “Abbiamo fatto vari tentativi per farla restare a Piacenza, senza ottenere risposte adeguate. Fortunatamente la signora Mazzolini era di Brugnello, paese vicino a Bobbio. Così siamo riusciti a ricavare lì uno spazio espositivo in accordo con Comune e Parrocchia. La donatrice ne era soddisfatta. Ci è sembrata una soluzione accettabile”. E se oggi si trovasse uno spazio idoneo a Piacenza? ”Non so se proporrei di spostarla”.

I grandi assenti
A questo esempio di un passato recente, per Ferrari oggi si aggiungono altre preoccupazioni. Oltre a Bobbio, ricorda che il nostro territorio vanta gioielli come Castell’Arquato e Vigoleno. Senza dimenticare “che abbiamo ben sette polittici: a Cortemaggiore, Borgonovo, Castel San Giovanni, Settima e sempre a Castell’Arquato”. Il vero problema, spiega, è che “su scala provinciale oggi l’unico soggetto territorialmente presente e che promuove davvero il turismo è la Diocesi, senza dimenticare i percorsi culturali per le scuole”.
In quest’ultimo caso, racconta, “abbiamo fatto un’offerta integrata a tutti gli istituti della Diocesi e delle province limitrofe, nella quale abbiamo proposto sia esperienze da mezza giornata sia da giornata intera con la possibilità di mangiare al sacco nel salone parrocchiale. Abbiamo un’offerta di oltre 80 laboratori distribuiti per età dei ragazzi, che vanno dai 5 anni fino alla maturità”.
I riscontri ci sono: “L’anno scorso abbiamo avuto 150 classi e il trend è in aumento del 20%, anche se c’è una difficoltà crescente nell’organizzare le uscite. È un problema di straordinari degli insegnanti, degli allievi musulmani che non possono entrare nelle chiese, della responsabilità per i ragazzi fuori sede. Ma noi comunque non ci fermiamo”.
Per il resto sembra una traversata nel deserto. “La Regione ha istituito Destinazione Emilia, ma i risultati non sono ancora arrivati in maniera determinante. La Provincia è svuotata delle competenze in ambito turistico-culturale. I Comuni hanno riferimenti solo locali. La Diocesi, ripeto, è l’unico ente che ha una visione d’insieme della nostra provincia a questo livello. Confido che anche qui, come in città, si possa cambiare mentalità; che si possa finalmente fare rete tutti insieme per valorizzare il nostro patrimonio artistico. Noi ci siamo e continueremo a lavorare per questo obiettivo, perché basta pensare ai ragazzi stupiti e in silenzio davanti agli affreschi del Guercino per capire che è la strada giusta”.




