Sempre meno lavoro e sempre più spese:
dove andremo a finire?

0

L’inflazione galoppa e i piacentini, ormai con la lingua fuori, faticano sempre di più a stare al passo. I numeri, come sempre, inchiodano le chiacchiere alla realtà: a Piacenza l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (con tabacchi) nel mese di settembre ha fatto registrare una variazione tendenziale (rispetto, cioè, allo stesso mese dell’anno precedente) di +3.2%. In termini pugilistici, per i già traballanti bilanci delle famiglie equivale a un diretto al viso di quelli che lasciano il segno, e purtroppo si tratta dell’ennesimo.
Qualcuno, è vero, potrebbe attaccarsi a quel filiforme -0,5% della variazione congiunturale (la variazione, cioè, rispetto al mese precedente), ma sarebbe come il mogol-battistiano scoglio che tentasse di arginare il mare.
Basta infatti leggere i dati disaggregati per rendersi conto che a raffreddare i dati in settembre rispetto ad agosto, scelto dai più per le vacanze, sono stati soprattutto i trasporti (-1,9%), mentre rispetto al mese precedente gli aumenti più elevati si sono registrati nei capitoli di spesa legati ad istruzione (+1.7%) e generi alimentari-bevande analcoliche (+0,4%). Da far drizzare i capelli, invece, l’aumento (vedi tabella) tra 2011 e 2012 di nei capitoli Abitazione-acqua-energia-combustibili (un roboante +7.5%), trasporti (+7.4%), bevande alcoliche-tabacchi (+6,1%), generi alimentari- bevande analcoliche (+4,4%) e mobili-articoli e servizi per la casa (+2.6%).
Se poi inseriamo il quadro piacentino in un’ottica nazionale e internazionale, c’è da farsi venire i sudori freddi. E’ solo di pochi giorni fa la notizia – fonte Istat – che nei primi sette mesi del 2012, in Italia, tutti i gruppi di prodotti non alimentari hanno registrato, rispetto allo stesso periodo del 2011, una diminuzione delle vendite che rappresenta il peggior calo nei consumi a partire dal 1946. Non è affatto piacevole, ma equivale a dire che la crisi sta prendendo a schiaffi l’economia con un vigore appena inferiore all’emergenza assoluta del primo anno del dopoguerra, quando il futuro miracolo economico era ancora  lontano.
Federconsumatori, nel frattempo, bacchetta l’Istat e fa notare che, oltre all’andamento dei consumi (in caduta libera) sarebbe bene “osservare un’altra curva, quella dell’indebitamento. Dopo il passaggio all’Euro, infatti, le famiglie – rileva Federconsumatori – si trovarono a fronteggiare un forte aumento dei prezzi e delle tariffe, non registrato (colpevolmente) dall’Istat e soprattutto non controllato a dovere dagli organi istituzionali. Per colmare la perdita del potere di acquisto e mantenere gli stessi standard di vita, le famiglie hanno iniziato da allora a ricorrere sempre di più all’indebitamento, richiedendo prestiti. In questo modo le consistenze debitorie sono raddoppiate da circa 50 miliardi nel 2002 a 115 miliardi del 2009. Il trend ha iniziato a registrare una progressiva frenata a partire dal 2009-2010, con l’aggravarsi degli effetti della crisi economica, con il declino del credito al consumo”.
A pesare sulle famiglie, anche a Piacenza, sono aumenti che cadono a pioggia: alle spese per la ripresa dell’anno scolastico e agli sferzanti e continui rincari della benzina si aggiungeranno a breve gli ennesimi aumenti a luce e gas, che per Federconsumatori sarebbero stati più moderati “se, per quanto riguarda il gas, non ci fosse stata una sentenza del Consiglio di Stato favorevole alle imprese, che scarica 180 milioni di euro sulle bollette” e “se, per quanto riguarda la luce, ci fosse stato l’intervento del Governo per trasferire sulla fiscalità generale il finanziamento dell’incentivazione alle fonti rinnovabili”.
Nel frattempo, nonostante i proclami di alcuni sull’avvicinarsi della fine del tunnel, i dati della disoccupazione (10,5%, il livello più alto dal 1999, con un imbarazzante 33,9% tra gli under 25) sono – definizione dei sindacati – “un bollettino di guerra” cui Piacenza, nonostante una situazione meno grave rispetto ad altrove, non sfugge: mentre manca poco alla fine della cassa integrazione straordinaria per molti lavoratori tuttora in bilico, già oggi il crollo dei dipendenti – 900 in 5 anni – in un settore anticiclico come l’edilizia dovrebbe far tremare i polsi agli amministratori. Quelli di qualunque Provincia della quale farà parte l’accorpata e inflazionata Piacenza, il cui vanto da sedicente Primogenita sembra ormai “voce di uno che grida nel deserto”.

Cinque piacentini al giorno rimangono senza lavoro

Come se non bastasse il diretto al viso dei dati sull’inflazione, per Piacenza arriva anche il tremendo uppercut al mento dei glaciali dati sulla disoccupazione forniti dal puntuale Osservatorio del mercato del lavoro della Provincia di Piacenza.
Nei primi sei mesi del 2012, infatti, si sono registrate 974 nuove iscrizioni alle liste di mobilità, con una variazione tendenziale del 23%: in parole povere, equivale a dire che cinque piacentini al giorno hanno perso il loro lavoro. Da brividi quasi tutte le cifre fornite: +11% di persone (3.976) in stato di disoccupazione, -1% di avviamenti al lavoro, dei quali oltretutto solo il 24% con contratti a tempo indeterminato a fronte di un 63% a tempo determinato.
Impossibile pensare ad una ripresa dei consumi (e quindi della produzione) con disoccupazione e inflazione che crescono e salari fermi come statue di sale: il punto di non ritorno si avvicina a passi pesanti.

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.