Carcere, Gromi: “La sfida è motivare i detenuti.
Sosta Forzata è un esempio”

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Gromi
Alberto Gromi

di Elena Caminati – Il vero problema all’interno del carcere delle Novate non è più il sovraffollamento ma tenere occupati i detenuti, occupargli la giornata, dargli una motivazione. Un problema, per certi aspetti più difficile da risolvere, ora che il penitenziario piacentino si è dotato di un nuovo padiglione che può ospitare fino a 200 detenuti. Si chiamano celle aperte dove i detenuti sono liberi nei corridoi della propria sezione. Un’opportunità? Certo, a patto che sia ben sfruttata attraverso percorsi strutturati, più che semplici corsi di intrattenimento condotti da volontari, che possono andare dall’apprendere un mestiere fino alla scrittura, nella direzione di rielaborare l’esperienza della detenzione. “L’impegno dovrebbe essere lavoro, scuola, cultura e attività – spiega Alberto Gromi Garante dei Detenuti del carcere di Piacenza – in questo momento le attività, seppur ben organizzate e interessanti,  sono per lo più di intrattenimento, cioè aiutano ad occupare il tempo che si ha a disposizione ma non rispondono alla funzione, prevista dalla Costituzione, di rieducazione”.
Arrivare alla consapevolezza di aver commesso un reato per il quale si stanno scontando anni di galera, per un detenuto, non è affatto scontato. E’ un punto d’arrivo al quale non sempre si arriva e spesso con difficoltà. Il pentimento, ad esempio, è un percorso lungo, tortuoso. Il detenuto, la maggior parte della volte, pensa di essere dietro le sbarre ingiustamente, il suo obiettivo è contare i giorni che mancano all’uscita premio o all’udienza per gli arresti domiciliari.
“Il lavoro è visto come lo strumento principale di dignità. Pensi – spiega il professor Gromi – che ho conosciuto una donna detenuta che mandava alla familgia d’orgine tutto quello che guadagnava. Ma su una popolazione careceraria di 320-350 detenuti solo una quarantina di loro lavora a rotazione per un paio di mesi. La scuola non raggiunge più di 60-70 persone, accade allora che troppo spesso che la rabbia e l’attesa non soddisfatta superino la responsabilzzazione”.
Il giornale Sosta Forzata, fin dalla sua prima uscita, nacque come un laboratorio di scrittura, una possibilità per i detenuti di raccontare la loro esperienza e di assumersene la responsabilità. Su Sosta Forzata non si leggono notizie, ma vite intere, gioie, dolori, sofferenze ma anche speranze e obiettivi. Ad oggi la rivista del carcere delle Novate, i cu redattori sono un gruppo di detenuti, rischia fortemente di essere sospesa nella pubblicazione, per incomprensioni tra la direzione della casa circondaraile e quella del giornale. “Per prendere consapevolezza del reato commesso e della conseguente pena – spiega Gromi – nel detenuto deve scattare una molla. Questo non è immediato né tantomeno scontato; la scrittura autobiografica attraverso il racconto di un’esperienza è l’aggancio che fa scattare questa molla”. Una scintilla che si accende anche attraverso gli incontri con gli esterni; ad esempio nel carcere di Padova Due Palazzi, annualmente entrano circa 6 mila studenti che incontrano i detenuti rivolgendogli domande. Questo alle Novate non mai avvenuto, sarebbe forse il caso di un salto di qualità in questo senso? “La direzione – ci risponde il Garante – ha annunciato un progetto proprio in questa direzione. E’ dal 2010, da quando sono Garante dei detenuti, che vorrei far incontrare la realtà carceraria con gli studenti. In questo modo cadrebbero tanti stereotipi, che in parte sono giustificati, e gli studenti si metterebbero fortemente in discussione”.

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