Viaggio nel Quartiere Roma, scambi di monete, vera emergenza e risposta sociale

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Un’antica moneta greca. Nello specifico il Tetradracma di Alessandro Magno. Un danaro d’argento del IV secolo avanti Cristo. Su di un lato vi è impressa la testa di Eracle/Alessandro con la pelle leonina sulla nuca. Sull’altro, Zeus seduto sul trono con l’aquila in una mano e nell’altra lo scettro. Osservando con attenzione, a fianco del Dio dell’Olimpo, c’è un’incisione in greco che riporta il nome “Alessandro”. Il Tetradracma di Alessandro Magno, insomma.

Un gruppo di uomini guardano la moneta interessati. Non siamo al circolo numismatico ma in un bar del quartiere Roma all’ora dell’aperitivo di un venerdì sera d’autunno. Chissà quanto può valere? Si chiedono tutti mentre scolano birre e amari. “E’ una moneta di Carlo Magno, fate voi!”, dice Giovanni tutto ringalluzzito. Costui è il proprietario dell’oggetto e si rivela poco preparato poiché confonde Carlo con Alessandro Magno.

Giovanni è un uomo robusto di 45 anni vestito da cantiere che si gode la sua meritata birra con gli amici. Oggi però ha il Tetradracma e la scena è tutta sua. Ripone la moneta con cura nel marsupio, avvolgendola prima nel cotone e poi in un imballaggio di anelli e spiega: “Mia nonna è morta e mi ha lasciato un sacco di cianfrusaglie, fra cui delle monete antiche”. Tira infatti fuori da un taschino del marsupio altri danari. Un po’ di tutto: vecchie lire, franchi tedeschi, quarti di dollaro. Giovanni deve incontrare uno “che se ne intende”. Stimerà la moneta greca e, si spera, gli farà una proposta. Insiste però nel porre limiti alla trattativa; “mi hanno offerto 200 euro e ho rifiutato”.

Entra un signore anziano vestito con un completo blu scuro e un basco calato sugli occhiali da sole. Tira dritto e prende posto ad un tavolo. Giovanni si avvicina e gli mostra la moneta. La valutazione dura meno di 5 minuti. Il signore anziano lo guarda e gli dice: “Non mi convince” e si tira indietro dall’affare. Giovanni risponde: “Meglio così, sono affezionato alla moneta. Se devo venderla voglio ricavarci almeno un gruzzoletto”.

“Falsa come Giuda – dirà il valutatore di via Roma, che non si sarebbe lasciato scappare un’occasione del genere -. Troppo bella, troppo perfetta. Un fior di conio di Tetradracma di Alessandro Magno, se autentico, può valere almeno un migliaio di euro”.

Sul posto, oltre alle monete, ci sono persone che vendono altri prodotti. Un micro-commercio estemporaneo, niente di illegale né di pericoloso. Così accade che il “Gigi” venda frutta esotica per pochi spicci. Passa al bar con una busta piena di papaye e le vende al dettaglio ai clienti, a chi capita: 50 centesimi a pezzo, prendere o lasciare. Il zouk in miniatura del venerdì sera scorre tranquillo nel rione di via Roma, ma c’è il solito agitatore.

Fuori dal bar, infatti, si ferma spesso Omar. Autoproclamatosi imam del quartiere, Omar è un 60enne di origine algerina con barba grigia e folta. Omar predica l’Islam duro. Ricorda ai suoi compaesani che bevono alcol al bar che “è un veleno occidentale: dentro al vino c’è Satana e andrete tutti all’inferno”. I musulmani lo ascoltano in silenzio dileguandosi all’uscita, più che rispettosi sembrano intimiditi.

Omar rappresenta solo sé stesso, tutti lo evitano, nessuno lo prende sul serio. Ma la minoranza religiosa cittadina è qui quieta e laboriosa maggioranza musulmana: dai fruttivendoli ai piccoli negozi di alimentari fino ai money-transfer, quasi tutti guardano alla Mecca quando pregano.

L’aria d’autunno e il calo delle temperature mettono in crisi i senzatetto che dormono d’estate all’addiaccio nel parco del Merluzzo. D’estate il parco è la loro residenza. Ci sono i minimarket pakistani con la birra fresca e si fa bisboccia sul posto. Il parco è anche il luogo in cui tutti i pettegolezzi si rincorrono, dove si scambiano informazioni dal sottosuolo. Chi si è fatto pizzicare a rubare, chi è invece uscito di galera, dove bazzica un tipo che deve dei soldi a un altro, cosa succede altrove. Chi è vivo, chi no. “Hai sentito di Simona? E’ morta. Hai saputo di Paolo? E’ dentro”.

Davanti all’emergenza invernale che si annuncia lunga ci sono gli Operatori per la Strada (Ops), una cooperativa reggiana che si occupa (in collaborazione con il Comune di Piacenza) di gestire il Rifugio Segadelli e di fornire la primissima assistenza a chi dorme per strada: coperte, vestiti, scarpe e via. Qui non si chiedono i documenti, si aiutano tutti indistintamente.

Il dormitorio, in quanto struttura pubblica, non può tuttavia ospitare “clandestini”. Il “Segadelli” è un locale, situato a pochi passi dalla stazione, con 10 letti allineati su due lati. E’ un ambiente pulito e le regole da seguire sono poche: si entra alle 20 e si esce alle 8; non sono tollerati comportamenti violenti né il consumo di droghe o alcolici; ed è necessario tenere pulito il proprio spazio e farsi la doccia tutti i giorni. La responsabile del Rifugio Segadelli si chiama Federica Arpini, è un’educatrice e racconta: “Ogni giorno sono costretta a rifiutare l’entrata a qualcuno, stiamo tamponando un’emergenza senza precedenti: da tempo chiediamo di ampliare il dormitorio e prolungare i tempi di permanenza”. Per persone cronicamente fragili, 15 giorni, ossia il limite massimo consentito in struttura, non bastano a rimettersi in piedi.

Al centro di via Roma c’è la sede del Partito Democratico. Ma chi è davvero sul campo non ha necessariamente una tessera di partito in tasca. E’ il caso di Bernardo Carli. Ex preside del liceo artistico Cassinari, Carli è innanzitutto un residente che ama e vive il suo quartiere. Non ci sono quasi barriere fra la sua abitazione e la strada e fare una passeggiata con lui in via Roma significa fermarsi ogni 10 metri per salutare gli amici, i vicini, i bambini. “Il quartiere Roma – spiega Carli – un è rione tranquillo, abitato da lavoratori che si sono costruiti una famiglia. La questione abitativa è una criticità che investe tutta la città; qui molte famiglie numerose sono costrette a vivere in piccoli appartamenti spesso senza servizi igienici a norma”.

Carli conosce bene il quartiere. Ha fondato Fabbrica&Nuvole, una organizzazione di volontariato impiantata nel cuore di via Roma con tre sedi: al civico 163, 173 e 177. La mission è la diffusione della cultura e l’insegnamento dell’italiano a un target di giovani stranieri. “La maggioranza sono richiedenti asilo, alloggiati nei centri di accoglienza, ragazzi consapevoli che il primo passo per integrarsi è quello di imparare la lingua”, precisa Bernardo Carli.

Dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17 – e talvolta anche in modalità corso serale: dalle 18 alle 20 – i 40 volontari in turnazione insegnano l’italiano a 92 migranti in attesa del permesso di soggiorno. Al venerdì è previsa anche un singolare corso complementare. Fabbrica&Nuvole organizza delle vere e proprie gite portando i ragazzi alla scoperta di Piacenza: dal Duomo a piazza Cavalli, da palazzo Farnese al Pubblico passeggio.   

Bernardo Carli ha costruito una rete che coinvolge associazioni, scuole per adulti (Cpia), istituti di formazione professionale e il Centro per l’impiego di Piacenza con l’obiettivo di accompagnare i ragazzi nel loro percorso di autonomia. “Perché oltre all’italiano, devono imparare un mestiere – meccanico, carrellista, mulettista – e inserirsi quanto prima nel mercato del lavoro”, aggiunge Carli.

Da attento osservatore, il presidente di Fabbrica&Nuvole pratica l’integrazione in via Roma, un quartiere che Carli ritiene essere semplice espressione di un contesto più ampio. Quello di una città plurale e meticcia – come Piacenza – in cui il 20% della popolazione è di origine straniera. 

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