
Mentre salivo lo scalone di Palazzo Mercanti, con qualche minuto di anticipo, per andare ad incontrare la sindaca Katia Tarasconi e riconsideravo i temi dell’intervista, improvvisamente la mia mente ha scartato riportandomi all’Assemblea del Partito Democratico del 17 novembre 2018 quando, sorprendendo la platea, tuonò: “Se dovessi titolare il mio intervento lo intitolerei ‘Ritiratevi tutti’. Come avrei potuto rinunciare a un approccio che avrebbe rischiato di distrarmi dal racconto che avevo immaginato?
Non ho potuto, anzi non ho voluto e quindi da lì ha preso avvio la puntuale intervista deviando per un momento dal classico bilancio dopo i primi mesi della sua esperienza di sindaca di Piacenza. Messa al corrente del cambio di programma, la sindaca ha risposto con un largo sorriso carico di curiosità.
“Vorrei riportala a quel 17 novembre 2018, quando all’Assemblea Nazionale del Pd tuonò ‘Ritiratevi tutti’. Ora dopo tutto quello che è successo, alla luce dei fatti, la sua denuncia non era così infondata…”
“Direi, ma dopo quello che non è successo: dopo quattro anni siamo ancora punto e capo, ho detto semplicemente quello che pensavo. Non avevo, come qualcuno aveva pensato, ambizioni di segreteria o diventare il nuovo riferimento del centrosinistra. Non avevo quella ambizione, perché occorre avere consapevolezza dei propri limiti. Volevo semplicemente segnalare che le considerazioni espresse appartenevano alla coscienza sia di tanti iscritti che di tantissimi elettori del Pd.

Dopo tanti anni, ricominciamo da capo con un altro congresso: oggi, come allora, non stiamo discutendo delle idee, ma delle persone. Accetto le correnti ideologiche interne a un partito, con linee di pensiero divergenti le une dalle altre, e su queste possiamo differenziarci e dibattere: per esempio, penso al confronto molto acceso tra chi è ambientalista esasperato e chi invece ritiene, pur essendo ambientalista, nell’attuale situazione geopolitica, che il gas sia vitale per l’economia del paese…”
Quindi, come se ne esce?
“La situazione la vedo molto complicata, perché comunque le correnti esistono e sarà difficile scardinare il meccanismo dei personalismi che esiste da tempo nel Pd e nel quale si continua ad investire. Sarà il nuovo segretario a dover gestire le differenze. Non so se arriveremo alla fine con un partito unito nelle differenze, che sono molte ed alcune sostanziali o, eventualità che non voglio augurarmi, con un partito che a un certo punto implode”.
E’ stata chiarissima. Lasciamo il Pd e veniamo a Katia Tarasconi sindaca. Trascorsi ormai quasi sei mesi dalla sua elezione e presa conoscenza dello stato di salute della macchina comunale che si trova a gestire ci dica di conferme e sorprese.
“Ho trovato una situazione molto più complicata di quanto immaginavo. Sapevo che mi sarei trovata a capo di una macchina complessa, ma non conoscevo il degrado in cui l’ho trovata: questa è stata davvero una sorpresa”.
E’ un giudizio liquidatorio…
“E’ realistico: la struttura comunale è composta da persone animate da buona volontà, che danno l’anima senza ottenere risultati proporzionali. Il Comune di Piacenza è come un’azienda, è un’azienda che conta 600 dipendenti: non esiste azienda al mondo che possa funzionare senza che i dipendenti abbiano indicazioni chiare, senza che ci sia un organigramma corretto, obbiettivi da raggiungere, una logistica interna che sia funzionale al lavoro da svolgere. Oggi, l’ente Comune paga un prezzo molto alto in termini di mancanza di professionalità, carenza di personale e flussi di carichi di lavoro mal distribuiti. Occorre rifunzionalizzare la macchina anche perché alcuni sopportano carichi di lavoro davvero pesanti. Lo faremo, ma ci vorrà tempo. Abbiamo iniziato da una prima riorganizzazione ed assicuro che non sarà l’ultima perché occorrerà una messa a punto. La carenza di personale, oggi mancano 68 unità rispetto al fabbisogno, inizieremo ad affrontarla organizzando i primi concorsi pubblici. Faccio notare che solo ora stiamo contrattando con i sindacati la produttività 2022: non è normale, c’è una evidente disfunzione.
Il bilancio comunale, negli ultimi anni, è stato approvato in zona fine marzo – aprile: no, non può essere, perché sballa tutta la programmazione. Avrei desiderato approvarlo entro dicembre, purtroppo non è stato possibile: spero di poterlo approvare entro la fina di gennaio. Stiamo correndo, ma non va bene perché alla fine, rincorrendo l’emergenza, non si riesce a lavorare sulla programmazione causando un continuo ritardo su tutto”.
Dei ritardi e delle difficoltà gestionali accumulatesi negli anni penso ne abbia avuta conoscenza da tempo, probabilmente non nei particolari come ha descritto, ma sufficientemente per farne uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale…”
“E’ vero, non ci voleva un genio per capirlo”
Allora giro un appunto che le è stato fatto, quello di mettere insieme una giunta comunale in parte inesperta…
“No, non in parte, quasi tutta, eh sì”
…. A molti è sembrato un azzardo, considerando poi le difficoltà che, come dice, vi trovate ad affrontare.
“No. Invece credo che il tentativo che si sta facendo, di portare una ventata di entusiasmo in questo ente, abbia molto a che fare con le persone che lo guidano. L’impegno è massimo, stiamo lavorando tanto, a tutti è stato chiesto il tempo pieno, che tra l’altro superano abbondantemente con grande entusiasmo: siamo tutti qui dalla mattina alla sera. Un altro aspetto positivo è che, non avendo esperienza di quelle che vengono considerate le tematiche politiche, hanno uno sguardo pulito sulla città. Hanno tutti condiviso il tema da svolgere: non la gestione del potere, bensì lasciare una città migliore tra cinque anni. Per raggiungere il risultato occorre avere, mi passi il termine, molta ‘fame’: bisogna proprio volerla cambiare…. Sviluppando progettualità. E’ vero che paghiamo lo scotto della mancanza di esperienza politica, non solo in giunta: anche i consiglieri comunali sono, per la quasi totalità, alla prima esperienza e quindi, a volte inciampiamo su quelle che sono le liturgie politiche o sul funzionamento del Consiglio comunale. Ma questo ci sta: sono convinta però che alla fine quando tireremo la riga, il fatto di aver coinvolto queste persone che, tra l’altro, hanno alle spalle dei percorsi di vita per i quali li ho scelti, i risultati ci saranno. Qualcuno mi ha fatto la domanda, una sua collega qualche tempo fa: se tu potessi tornare indietro chi cambi? Non cambierei nessuno. Ancora oggi posso dire di essere orgogliosa delle mie scelte e ritengo di essere stata fortunata aver incrociato la loro strada”.
Qualcun altro invece è stato più categorico dicendo: “Ci rivediamo al primo rimpasto”. E’ una pratica sempre etichettata da prima repubblica ma che si è consolidata anche dopo l’elezione diretta del sindaco: da Vaciago in avanti nessuno lo ha evitato.
“Non ci sarà rimpasto. Quando ho parlato con loro sono stata molto chiara: ho chiesto a tutti di salire a bordo per starci. Posso assicurare che tra noi c’è una condivisione di obbiettivi, di intenti e di percorsi che mi rende molto tranquilla: non ci sono gelosie, né dispute sull’assegnazione delle pratiche. C’è invece un grandissimo affiatamento tra persone che non si conoscevano, ma sono tutte accumunate dal tema principe che è quello: tra cinque anni lasciare una città migliore a chiunque verrà dopo di noi”.
“Una città migliore” è la vostra promessa: il risultato di un grande sforzo descritto in un corposo documento, dal titolo “La città che vogliamo”, che si articola su undici linee programmatiche. Quali sono quelle che devono risolvere i problemi più urgenti e quelle invece che delineano una prima visione di futuro?
“Sicuramente il problema più urgente da risolvere è quello della macchina comunale, Una amministrazione che funziona, che sia efficiente, se non lo risolve, tutto il resto non riesce a farlo: come faccio a progettare uno spazio pubblico se non arrivano tecnici che seguano le direttive indicate dall’amministrazione? Abbiamo bisogno di progetti esecutivi per poter partecipare ai bandi che si aprono.
La visione non mi preoccupa perché ci ha impegnato a lungo in campagna elettorale e tutto ciò che abbiamo promesso è stato trasferito nelle linee programmatiche.
E’ chiaro, se mi chiede qual è la cosa a cui tengo di più, rispondo non ce n’è una sola perché è diventato tutto talmente urgente… La qualità dell’aria, la vivibilità del centro storico, la cintura verde, il tema dele piste ciclabili, l’agibilità da parte di persone con disabilità e tutto il tema della sicurezza: non voglio arrivare a dire che siamo messi come Milano, vorrei prevenire. E poi tutto il tema dello sport, riuscire a coinvolgere i ragazzi…. Poi c’è il tema della viabilità, la sicurezza stradale, gli uffici pubblici: abbiamo uffici pubblici che sono indecorosi per chi ci lavora. Avevano fatto un progetto sul palazzo degli uffici, ma da allora non si è fatto nulla: nessun miglioramento, stop alla manutenzione, non c’è un ambiente di lavoro confortevole. Non mi aspetto chissà che, ma ambienti decorosi sì. Tra queste problematiche non ce n’è una che ha più dignità di un’altra: abbiamo il tema dei cimiteri dove abbiamo trovato una situazione complicatissima. L’arretratezza tecnologica…”
La voglio aiutare perché lo spettro è molto ampio, vediamo di affrontare due o tre problemi….
“Se lei chiede io rispondo sul tema specifico”
Iniziamo dall’ospedale: vedo molto agguerrito quel comitato che dice “pensiamoci prima di fare l’ospedale nuovo”. A me pare che si colga a fatica l’esistenza del progetto sanitario che dovrebbe stare alla base dell’idea “nuovo ospedale”
“Non è vero, il progetto esiste, interessa tutto il tema delle case di comunità, le vecchie case della salute: una sarà realizzata nella dismessa Clinica Belvedere e l’altra all’interno dell’ospedale vecchio.
Quello che si avverte inoltre, è che manchi un progetto di riqualificazione dell’ospedale vecchio
“Innanzi tutto, ci vorranno un po’ di anni prima che questo avvenga; quindi, si potrà fare questo percorso in modo partecipato e condiviso: nella parte vecchia dell’ospedale rimarranno una serie di funzioni, come ad esempio il centro prelievi, poi vi verrà trasferito tutto ciò che ora è ospitato a Piazzale Milano.
La diatriba può nascere solo sul Polichirurgico perché è una struttura che grida vendetta, ha dei costi di gestione, di manutenzione e soprattutto di riscaldamento e raffreddamento pazzeschi…”
Quindi cosa ne facciamo?
“Per quanto mi riguarda la cosa migliore da fare è abbatterlo, e realizzare sia un parcheggio che un’area verde per quel pezzo di città che non ce l’ha. E’ chiaro che il percorso dovrà formarsi attraverso un processo partecipato.
La cosa incredibile è che Via Taverna non vuole perdere l’ospedale mentre i residenti vicino all’area 5 non lo vogliono lì. Ho letto un titolo che mi ha lasciato molto perplessa quando hanno fatto la presentazione delle firme che poi mi hanno portato, circa 500, che diceva: “L’ospedale qui, peggiora la qualità della nostra vita”.
Posso capire la perplessità, e la richiesta di vedere insieme la ricaduta sulla viabilità, come si arriverà all’ospedale, dove saranno posti i parcheggi, ma raccogliere le firme solo per dire ‘no vicino a casa mia’ mi sembra mancanza di sensibilità sociale”
La scelta dell’area 5 è quindi definitiva?
Abbiamo dato mandato, con una delibera di giunta, alla Regione di chiedere all’azienda Usl di integrare lo studio di fattibilità, quello fatto inizialmente, inserendo il confronto tra l’area 5 e l’area 6 perché il vecchio studio, per come era stato richiesto, faceva solo tre ipotesi:
- – Non si fa niente
- – Ristrutturazione del vecchio ospedale
- – Nuovo ospedale nell’area 6
Se mi metti sul tavolo solo queste opzioni necessariamente vado sull’area 6. Possiamo invece confrontare l’area 6 con l’area 5? La quale, stando all’Agenda 2030, che abbiamo seguito su tutte le linee programmatiche di mandato e usato come faro, ha dei pregi tipo l’accessibilità per le fasce più deboli, mentre l’area 6 non è servita dal pubblico. Per dotarla bisognerebbe creare delle linee ad hoc con dei costi stimati oltre i 200mila euro all’anno.
L’area 5 è dentro la tangenziale e noi abbiamo sempre detto fin dal vecchio PSC che fuori dalla tangenziale, almeno su quel lato di città, non avremmo consumato suolo per mantenere una cintura verde attorno alla città.
L’area 6 ha inoltre un problema idraulico, lì sono ubicate le vasche di laminazione. Nel 2015, quando ci fu l’alluvione, quel luogo andò sott’acqua. Si può anche dire che il tempo di ritorno di un’alluvione è di 500 anni ma, con il clima che ci ritroviamo oggi, non credo possa avere un minimo di attendibilità.
Quindi andrebbe fatto un intervento strutturale: l’innalzamento della sede stradale attorno all’area 6 per creare una sorta di argine di almeno 50 cm con un costo, stimato all’anno scorso, di 17milioni di euro. Allora chiedo: perché andare a fare un intervento del genere per costruire l’ospedale fuori dalla città, meno facilmente raggiungibile dalle fasce deboli, consumando suolo fuori dalla tangenziale e con un ulteriore costo di 17 milioni di euro per alzare la sede stradale? Non ha senso”.
Altro argomento importante è la logistica: impatta pesantemente sulla città, ne condiziona la futura visione urbanistica, la viabilità, le politiche delle compensazioni…
Quale è l’idea della sua amministrazione su questo problema?
Noi vogliamo riuscire a sbloccare il Polo del ferro, stiamo lavorando molto per cercare di arrivare a quell’obbiettivo. Sbloccandolo riusciremmo a spostare il traffico dalla gomma alla rotaia ed avere più merci che viaggiano sui treni. Sarebbe un grosso risultato”.
Quali sono le difficoltà per sbloccarlo?
“Si è creato un meccanismo problematico perché quando fu fatto il Polo logistico c’era un accordo con i lottizzanti: prevedeva che il Comune facesse alcune opere, per arrivare al Polo del ferro, su alcuni terreni. Alcuni di questi terreni andavano espropriati e non lo sono stati.
Ad oggi il Comune non è il soggetto che realizza il Polo del ferro; quindi, non può espropriare per pubblica utilità qualcosa su cui poi non è lui a realizzare l’opera. La difficoltà sta nel trovare la quadra con i privati proprietari dei terreni su cui far passare i binari. Questa situazione dopo vent’anni va sbloccata. Se è vero che la logistica ha dato una brutta immagine a Piacenza, è altrettanto vero che se ben governata sarebbe una grande risorsa. Risolto il problema della viabilità la stessa zona diventerebbe attrattiva per altri tipi di aziende in grado di portare con sé opportunità di lavoro più qualificato”.
Sull’integrazione immigrati, tema che ricorre sistematicamente quando si affrontano le emergenze sociali del nostro territorio, quale è lo stato delle cose a suo parere?
“A Piacenza siamo le ‘nazioni unite’, incontro rappresentanti di tante comunità straniere. I loro bambini nati qui sono tantissimi, parlano perfettamente l’italiano, frequentano le nostre scuole e giocano con i nostri figli: non vedo un problema di integrazione. In una certa misura c’è invece un problema culturale: per esempio sul tema dei rifiuti. Non siamo ancora riusciti a fargli capire che il sacchettino per strada non si lascia: ma è una questione culturale non di integrazione. Ammetto che invece abbiamo ancora molto da fare sul tema del rispetto delle donne: alcune loro culture hanno un retaggio arcaico, anche se questa piaga sociale, che abbiamo in questo momento, interessa in misura diversa anche gli italiani.
Sempre sul tema integrazione vorrei sottolineare che alla vigilia dell’incontro di calcio Francia–Marocco, valevole per la semifinale del Campionato del mondo, mi sono confrontata con i rappresentanti della comunità marocchina e con l’Imam della moschea, che c’è sulla via Caorsana, ed insieme abbiamo condiviso alcune iniziative perché, in caso di vittoria del Marocco, sulle ali dell’entusiasmo, fossero evitate problematiche di vario genere. Ci fosse un problema di integrazione non ci saremmo consultati. Invece no, ci conosciamo bene e se hanno bisogno mi chiamano e viceversa loro mi danno una mano a risolvere qualche problema che può presentarsi. Direi che sul tema integrazione siamo a buon punto”.
Quando è stata eletta sindaca i progetti del Pnrr li ha trovati già presentati e in parte approvati, cosa le manca? Quali sarebbero state le sue mosse?
“Su diverse linee di finanziamento avremmo potuto fare molto di più come Comune capoluogo …”
Il Comune di Parma è riuscito a farsi approvare 72 progetti, Piacenza 38, circa la metà…
“Il vuoto più evidente è quello sui servizi sociali, strutture per anziani e tutto il tema del “Dopo di noi” sulle misure di assistenza, cura e protezione nell’interesse delle persone con disabilità gravi. Un altro progetto da considerare avrebbe potuto essere la riqualificazione del bastione di Porta Borghetto a cui teniamo moltissimo. Il bastione non è del Comune è in carico al Demanio e quindi avrebbe comportato diversi passaggi burocratici, ma possibili se sviluppati per tempo.
Un altro tema da valorizzare avrebbe potuto essere quello della ciclabilità. Piacenza è una città che si gira benissimo in bicicletta…. La cosa che mi fa impazzire è che il piacentino va a Copenaghen e gira tutta la città in bicicletta, qui invece deve andare fin dentro il ristorante con la macchina. Senza citare Copenaghen basta vedere come si comportano a Forte dei Marmi dove anche lì non la usano la macchina, qui invece a sproposito.
Ci sarebbe stato un po’ di lavoro da fare sul tema degli spazi pubblici. A me sarebbe piaciuto presentare un progetto per i ragazzi: un luogo a loro dedicato, all’aperto come Spazio 2 e Spazio 4, dove c’è qualcuno che gestisce i sevizi dove ci sia comunque una regola da rispettare. Un luogo dove possono arrivare alle tre del pomeriggio giocare a calcio senza che possa venire qualcuno a lamentarsi che disturbano”

