
“L’esito di una esistenza è sempre il frutto di un cammino”, ha osservato il vescovo Adriano Cevolotto, e raramente un’espressione di questo tipo è sembrata adattarsi con tanta precisione a un progetto che non si è limitato a ricostruire la memoria di una figura storica, ma ha tentato piuttosto di restituirne la densità umana attraverso un’esperienza formativa complessa, stratificata nel tempo e profondamente radicata in un territorio che ancora conserva le tracce materiali e simboliche della vicenda di don Giuseppe Borea, trasformando così la storia in un processo di attraversamento condiviso, e non in un semplice oggetto di studio.
Il percorso “Sulle orme di don Borea” è nato infatti da un lavoro progressivo e intenzionale sviluppato all’interno dell’Istituto Comprensivo Carpaneto-Gropparello, successivamente ampliato e reso interscolastico fino a coinvolgere le scuole secondarie di primo grado di Gropparello, Bettola e Morfasso, in una rete educativa che ha riunito oltre sessanta studenti in un’unica esperienza collettiva, la quale non si è esaurita nel momento dell’uscita dell’8 aprile ma ha rappresentato piuttosto la manifestazione visibile di un impianto progettuale più ampio, costruito nel tempo, sostenuto da un lavoro didattico continuo e promosso anche dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, con l’obiettivo dichiarato di rendere leggibile, attraverso strumenti accessibili e concreti, il contributo del mondo cattolico alla Resistenza e alla successiva costruzione democratica del Paese.
In questo quadro si è inserita la voce della professoressa Giulia Pecis Cavagna, che ha ricostruito con precisione la genesi del progetto educativo e il suo progressivo ampliamento nel tempo. “La nascita del progetto è risalita a diversi anni fa, quando ho iniziato a strutturare un percorso di educazione civica che ho intitolato ‘La Costituzione italiana: essere cittadini consapevoli’. Si è trattato di un lavoro che si è progressivamente modificato nel tempo, adattandosi alle esigenze delle classi, ai bisogni formativi degli studenti e alle diverse opportunità che si sono presentate, pur mantenendo un impianto stabile basato su due lezioni teoriche che svolgo in tutte le classi della scuola secondaria di primo grado”.

A rendere particolarmente significativa questa iniziativa è stata la sua struttura complessiva, che si è articolata su più livelli interdipendenti: accanto alla dimensione dell’insegnamento in aula si è collocato un lavoro di ricerca storica sedimentato negli anni, alimentato da studi, testimonianze, materiali d’archivio e attività promosse da associazioni e centri di memoria, fino a confluire in una forma di didattica territoriale che ha trasformato lo spazio geografico in una narrazione esperienziale, in cui i luoghi non hanno assunto il ruolo di semplici tappe di un itinerario, ma sono diventati veri e propri dispositivi interpretativi capaci di produrre significato, memoria e consapevolezza storica. Oltre a questo, la docente ha insistito in modo particolare sulla scelta di coinvolgere tutte le classi del ciclo scolastico. “Ho ritenuto importante coinvolgere dalla prima alla terza media perché la Costituzione non è un testo che possa essere rimandato a una fase successiva del percorso scolastico. Anche gli studenti più giovani sono stati in grado di interessarsi concretamente alla storia del loro stesso Paese e di comprenderne i principi fondamentali, purché questi vengano presentati in modo accessibile e continuamente collegati alla loro esperienza concreta”.
Il momento centrale del percorso si è svolto mercoledì 8 aprile, con la partecipazione degli studenti della scuola media statale “Ernesto Marenghi” di Gropparello, affiancati dai coetanei provenienti da Bettola e Morfasso, in una convergenza che ha riunito oltre sessanta ragazze e ragazzi, accompagnati dai docenti e dai sindaci dei tre comuni, sotto il coordinamento della professoressa Giulia Pecis Cavagna, figura di riferimento dell’intero progetto inserito nel più ampio impianto di educazione civica dell’Istituto Comprensivo Carpaneto-Gropparello e strettamente connesso alla valorizzazione della storia locale come strumento formativo. Il cammino si è sviluppato lungo un itinerario che ha ripercorso i luoghi significativi della biografia di don Borea durante gli anni della guerra, da Gropparello fino a Obolo, dove egli ha esercitato il suo ministero dopo l’ordinazione del 1936, per poi proseguire verso il cimitero di Piacenza, luogo della fucilazione avvenuta il 9 febbraio 1945 in seguito a un processo sommario, quindi verso il Passo dei Guselli, teatro di uno degli episodi più drammatici della Resistenza locale, e infine a Bramaiano, dove era situato l’ospedale partigiano che il sacerdote raggiungeva per offrire assistenza spirituale ai combattenti e ai feriti. In questo passaggio è intervenuta la professoressa Cavagna, che ha sottolineato il valore del rapporto tra Costituzione, scuola e territorio come fondamento del progetto: “La parte teorica è stata importante, ma accanto ad essa ho considerato fondamentale la dimensione pratica del progetto, perché ho coinvolto diverse associazioni del territorio, dalla pubblica assistenza alle realtà del volontariato fino ad AIDO e AVIS, proprio in riferimento all’articolo 18 della Costituzione che tutela la libertà di associazione, e negli ultimi anni abbiamo ampliato questo lavoro anche alla storia locale della Resistenza, incontrando testimoni e realtà museali che ci hanno permesso di costruire un legame diretto tra principi costituzionali ed esperienze storiche concrete”.
Questi luoghi, riletti attraverso la mediazione del racconto storico e dell’esperienza diretta, hanno restituito una figura profondamente complessa, difficilmente riconducibile a categorie semplificanti, poiché don Borea è emerso come un sacerdote ordinato nel 1936 e inviato in giovane età a Obolo, che durante il conflitto ha trasformato la canonica in uno spazio di rifugio e protezione per partigiani, profughi e perseguitati, assumendo progressivamente un ruolo di mediazione sociale e di assistenza umana che lo ha reso punto di riferimento per la comunità locale, ma che al tempo stesso lo ha esposto alla percezione di pericolosità da parte delle autorità della Repubblica Sociale, fino a determinarne l’arresto, la condanna e la successiva esecuzione. La docente, descrivendo il percorso svolto, ha insistito sulla forza formativa dell’esperienza sul campo. “Attraversare i luoghi ha significato confrontarsi con ciò che è accaduto, con le scelte compiute e con le conseguenze che ne sono derivate. Non si è trattato soltanto di vedere dei posti, ma di entrare dentro le storie che quei luoghi custodiscono, e per questo ho chiesto sempre ai ragazzi di immaginare, di ricostruire mentalmente le persone, le situazioni, le condizioni in cui quegli eventi si sono svolti, perché è proprio attraverso l’immaginazione che la storia diventa comprensibile e non resta un insieme di dati distanti”.
È proprio in questa tensione tra dimensione storica e vissuto umano che il progetto ha trovato una delle sue espressioni più significative, poiché il passaggio nei luoghi ha consentito di cogliere in modo immediato e non mediato la concretezza delle scelte compiute, delle responsabilità assunte e delle conseguenze che ne sono derivate, come nel caso dei gesti di pietà e cura ricordati dalle testimonianze, quali la ricomposizione dei corpi dopo gli eccidi o l’assistenza indistinta a partigiani e prigionieri, che in quel contesto storico assumevano inevitabilmente un valore insieme umano, etico e politico. Pecis Cavagna ha insistito inoltre sulla continuità del lavoro didattico oltre l’uscita. “La partecipazione è stata molto alta e soprattutto non si è esaurita nel giorno dell’esperienza, perché il lavoro è proseguito in classe attraverso la rielaborazione, le discussioni e la costruzione di un fascicolo personale del progetto di educazione civica, nel quale gli studenti hanno raccolto materiali e riflessioni, così da trasformare ciò che hanno vissuto in conoscenza strutturata e consapevole”. Accanto a questa dimensione storica si è collocata inoltre una componente contemporanea che ha ampliato ulteriormente il senso del progetto, come la scelta di affiancare al cammino una produzione musicale realizzata attraverso strumenti di intelligenza artificiale, concepita non come semplice esercizio tecnologico, ma come tentativo di tradurre la memoria in linguaggi espressivi vicini all’esperienza degli studenti, in una ricerca di mediazione tra passato e presente che non ha semplificato gli eventi, ma ha provato piuttosto a renderli accessibili attraverso forme comunicative nuove. “Credo che oggi la scuola debba interrogarsi profondamente sui metodi di insegnamento, perché la sola trasmissione teorica non è più sufficiente” ha aggiunto la professoressa. “I ragazzi hanno bisogno di un contatto diretto con i contenuti, di un’esperienza che coinvolga anche la dimensione emotiva e corporea, e solo in questo modo i valori della Costituzione possono essere realmente interiorizzati e diventare parte del loro modo di comprendere il mondo”.
E dunque, in questa sovrapposizione di livelli, che comprende la ricerca storica, la pratica didattica, il territorio e le sperimentazioni linguistiche contemporanee, si è colto il nucleo più rilevante dell’intero impianto progettuale, poiché esso è sembrato fondarsi sulla consapevolezza che la semplice disponibilità di informazioni non sia sufficiente a produrre conoscenza autentica, soprattutto in un contesto in cui i giovani si trovano immersi in un flusso continuo di contenuti frammentari e disomogenei, e il valore del “Cammino di don Borea” è risieduto proprio nella capacità di trasformare questo scarto in esperienza, restituendo alla scuola un ruolo di mediazione viva tra sapere, territorio e coscienza storica.




