
“Sono nato in casa a Cantone di Agazzano, in Val Luretta, nel 1955, ma ho passato l’infanzia a San Nicolò, dove la mia famiglia si era ben presto trasferita. Ascrivo tra le mie (relative) fortune il fatto di essere di umili natali, come si dice (padre impiegato, madre operaia: entrambi poveri), perché il dover superare ostacoli è stato formativo e perché il sistema di valori che mi veniva proposto (sfrondato del perbenismo e di piccinerie) mantiene un senso. Superiori al Liceo Gioia di Piacenza; Università a Pavia, alunno del Collegio Borromeo; specializzazione in Cattolica a Milano.
Ho insegnato in vari tipi di scuola (le medie, gli istituti tecnici, i licei) superando man mano i relativi concorsi. Nel 1993 sono diventato direttore della Galleria Ricci Oddi; a lungo come incaricato dal Consiglio di Amministrazione, dal 2001 come vincitore di pubblico concorso”.
Nel maggio del 2008 la Banca di Piacenza dava alle stampe, per il trentennale di Unicef in città, un volume in cui comparivano, negli scatti di Alessandro Bersani, piacentini conosciuti o benemeriti. A fianco del volto, una paginetta di autopresentazione. Le righe qui citate sono quelle d’apertura del testo scritto da Stefano Fugazza, allora direttore della Galleria Ricci Oddi di Piacenza, che durante l’estate di quello stesso anno avrebbe iniziato a manifestare i primi sintomi della malattia che nel maggio seguente l’avrebbe portato via con sé. Ma in quel momento era ancora nel pieno delle forze (cinquantatré anni compiuti il giorno di San Valentino) e nessuno credeva che il faticoso percorso di crescita del museo che riposava sulle sue spalle si sarebbe interrotto.
Sono righe istruttive sia sotto il profilo privato sia sotto il profilo pubblico. Sul primo versante ci ricordano la modestia genuina di un uomo straordinario, sul secondo ci raccontano di come i membri del Consiglio d’Amministrazione di allora si comportarono in maniera avveduta: per otto anni riverificarono con pazienza l’operato del nuovo direttore, concedendogli rinnovi che servivano a farlo subentrare progressivamente nell’operato di Ferdinando Arisi e saggiarne l’effettivo valore. L’esperimento andò a buon fine e la Galleria ebbe un direttore universalmente stimato, non solo in Italia, ma oltre i confini nazionali.
Nell’ultimo periodo della direzione Fugazza, il sindaco Roberto Reggi, conscio della fragilità amministrativa del museo, distaccò una dipendente comunale ad affiancarlo, in modo che non ci fossero oneri per l’istituzione, ma solo un aiuto. Quella dipendente, Maria Grazia Cacopardi, poté purtroppo svolgere per poco il suo compito, appunto per la malattia e poi la scomparsa del direttore. Fortunatamente Presidente del museo era allora Vittorio Anelli, che a sua volta aveva una lunga consuetudine sia con Fugazza sia con l’istituzione. Fu Anelli a traghettare la Ricci Oddi nel dopo Fugazza, e Maria Grazia Cacopardi divenne direttore amministrativo del museo. L’obiettivo era chiaro: la continuità prima di tutto. Quando una struttura è piccola il sapere che la regge passa attraverso le memorie dei singoli, non da dinamiche consolidate. E così negli anni di riconferma Fugazza aveva potuto far riferimento a Ferdinando Arisi; la Cacopardi aveva avuto a che fare con Fugazza e con Anelli, perché quel sapere non scritto che reggeva lo spirito della Galleria non fosse disperso. Da ultimo Anelli sapeva che indire un concorso per un direttore artistico in pienezza di poteri avrebbe comportato un paio di rischi: o individuare una persona capace che avrebbe però usato la Ricci Oddi per ambizioni personali e magari spiccare il volo verso una carriera più appagante altrove, o una persona mediocre, da tenere in quella posizione vita natural durante. Perché la direzione di un museo senza risorse, in una città con vocazione turistica stentata, non è allettante: lo stipendio è lo stesso di un insegnante di scuola secondaria, se va bene si hanno a disposizione due custodi e non c’è altro. Di Fugazza ne nascono pochi.
Il 30 giugno di quest’anno il distaccamento della Cacopardi in Ricci Oddi è terminato e l’attuale CdA presieduto da Massimo Ferrari non ha ritenuto di rinnovarlo. La scelta è senz’altro legittima, la gestione del “trapasso” però migliorabile: sarebbe stato meglio individuare prima una nuova figura e fare un affiancamento. Perché dilapidare nove anni di esperienza è in ogni caso un errore. Si attende dunque l’individuazione di un nuovo direttore tramite concorso. Anche qui la scelta è senz’altro legittima, la formulazione rivedibile: meglio sarebbe stato partire da incarichi biennali per un collaudo sul campo. Perché i rischi che aveva individuato Anelli sono oggi ancora più grandi. O forse, più che rischi, sono certezze. Se poi Ferrari dovesse rimettere il mandato per le critiche ricevute dagli assessori Passoni e Polledri, davvero il museo si troverebbe nel momento di massima crisi della sua storia. E mentre scriviamo queste righe, potrebbe essere già successo.




