
Nuovi piacentini? C’è un esercito di under-35 – o poco più – che, invece di ricercare la chimera della felicità espatriando in una “terra promessa”, preferisce inseguire il proprio sogno tra le mura natie. Abbiamo individuato alcuni campioni. Ecco quattro esempi di imprenditoria giovanile e creativa molto diversi tra loro che provano ad uscire dal cono d’ombra con caparbietà.
Mattia Bersani e Leonardo Tedeschi, 31 e 27 anni, sono il duo di dj, producer e organizzatori di eventi di musica elettronica meglio noto come Techfood. In piazzetta Barozzieri hanno appena dato alla luce AudioZone, un piccolo studio di produzione audio e musicale che punta tutto sull’innovazione: «un’intenzione maturata negli anni, finché, studiando l’inglese e il grande mondo del web, non ci è venuta l’idea giusta. Siamo un’azienda di nuova generazione, una delle prime italiane, ad esempio, a vendere “sample” in rete, ovvero pacchetti di campioni audio ed effetti sonori da applicare ai più moderni programmi di sviluppo di musica sintetica. Puntiamo sul futuro, su servizi moderni e in molti casi esclusivi».

Alice Acerbi, 36 anni, da fotografa e dipendente di fabbrica («dove ho imparato cosa significa lavorare e a dividermi tra le mansioni più diverse, dalla produzione alla gestione amministrativa»), a San Bonico si è inventata Alice Lab, «un laboratorio integrato di serigrafia sui supporti più disparati, fotografia e sala di posa, e studio grafico. Frequentando corsi e facendomi le ossa da autodidatta ho imparato ad offrire un servizio il più completo possibile per poter esprimere appieno la mia indole. Ad un solo spazio corrispondono una persona ma più servizi: il mio laboratorio mi permette di sviluppare i miei progetti creativi e al tempo stesso di lavorare insieme agli altri, di aprirmi a qualunque collaborazione, artistica o su commissione».

Dopo la laurea in scienze erboristiche e prodotti della salute, 7 anni come dipendente in un’erboristeria e una serie di corsi specialistici di cucina bio e macrobiotica, Elisa Botti, 29 anni, coadiuvata dalla cugina Silvia Ruffo di 37, sta invece per alzare le serrande di Naturone. A fine gennaio in viale Dante vedrà la luce una «bio-gastronomia vegetariana ed erboristeria, ovvero un negozio che offrirà piatti take-away vegetariani e vegani rigorosamente bio e artigianali, ma anche prodotti erboristici fitoterapici e cosmetici naturali. La vera novità? L’abbinamento tra due attività apparentemente scollegate che hanno in comune la cultura del vivere sano e del benessere naturale».

Infine, Giovanni Bruschi, 27 anni, dopo aver lavorato in bar, pub, piadinerie, e studiato a Monaco come sommelier di birra, è da un anno il “frontman” di Parole di birra, la “luppoleria” dei Giardini Merluzzo. «Un beer-shop cui, da questa primavera, abbiamo annesso anche un locale di degustazione. Il termine coniato per descrivere l’attività ne racchiude le peculiarità: attenzione alla selezione dei prodotti, soprattutto birre artigianali italiane, e agli abbinamenti con pietanze ricercate. Non siamo uno scaffale di etichette ma persone attente che mettono a disposizione la propria passione per il mondo “brassicolo”, che ti spiegano quello che stai bevendo e mangiando, che vogliono recuperare certe dinamiche perdute da bottega e da salotto».
Cosa li ha spinti a investire in queste avventure “kamikaze”? «La voglia di inventarci un’attività nuova ed esclusiva che mancava sul territorio» dicono i Techfood. «Sacrificare le mie giornate per qualcosa che mi realizzi, mi dia indipendenza e libertà» annotano Alice ed Elisa. «Sconfiggere la dinamica del “fammi una media”, trasmettere la passione che c’è dietro ad un bicchiere pieno di nomi, colori, profumi e storie» spiega Giovanni.
Dei rischi sono tutti consapevoli. Come quello di essere troppo rallentati dalla burocrazia italiana o dai preconcetti della gente verso settori in crescita, che devono ancora trovare una collocazione stabile su un mercato ondivago. Certo, le prospettive di sviluppo di questi “nuovi mestieri” sono almeno tante quante le speranze che in essi ripongono i nostri esemplari, ma la verità che li accomuna tutti è una sola: «arrivare a lavorare anche 20 ore al giorno» fa di loro persone «distrutte, ma fortunate e felici».




