
Ha tutta l’aria di un dejavu la questione della staffetta alla presidenza del Consiglio comunale di cui tanto si parla negli ultimi giorni negli ambienti politici piacentini. Stando ai rumors di palazzo l’attuale presidente Claudio Ferrari, in quota Partito Democartico, a metà mandato dovrebbe lasciare spazio a Christian Fiazza, vicecapogruppo nell’aula di Palazzo Mercanti; un po’ come (non) accadde nella consigliatura precedente con la presidenza di Ernesto Carini e l’ipotesi di subentro di Lucia Rocchi. Si parlò dell’esistenza di un accordo scritto, sancito nel 2007 subito dopo le elezioni. Quella volta Carini decise di restare in sella e Rocchi fu costretta a masticare amarissimo.
A un lustro di distanza anche in questo caso c’è chi parla di un accordo, peraltro non scritto, stipulato all’alba del mandato Dosi per una staffetta tra Ferrari e Fiazza. Quest’ultimo ci spera. Anzi, a quanto risulta pretende quella carica, sogno cullato già nella primavera del 2012. Tuttavia Ferrari non pare essere dello stesso avviso. Richiesto di un commento su questa potenziale situazione esplosiva, lo stesso Ferrari si è espresso con un “no comment” aggiungendo solo un laconico: “Chi parla di questo argomento non sa quel che dice”. Null’altro. Al momento il Partito democratico pare aver rimandato la questione a dopo l’approvazione del bilancio di previsione 2015, quando il menù si arricchirà di altre succulente “pietanze”: su tutte quella del congresso, con numerose tessere da incastrare in un complesso puzzle e dinamiche spesso complesse da decifrare.
Che la vicenda della presidenza del Consiglio rischi comunque di diventare un nervo scoperto sia per il Pd sia per la maggioranza, lo si capisce però anche da alcune avvisaglie: in primis la recente fuga nel gruppo misto di Gianluca Ceccarelli che, in qualità di vicepresidente, forse confidava in un riconoscimento maggiore nell’ambito della gestione del dopo-Rabuffi e che ha negato di essere mai stato al corrente del presunto accordo per la staffetta. E poi le invettive contro lo stesso Ferrari pronunciate l’altro giorno in aula dalla grillina Mirta Quagliaroli dopo essere stata zittita (“meglio cambiare presidente”), quasi che si stessero sedimentando le basi per approcciare una strana alleanza con il centrodestra, lanciare la sfida all’odiato Pd e provare a testarne la tenuta in un momento interno così delicato. E’ poco gradito il fatto che i democratici facciano della questione presidenza una questione esclusivamente interna, da asso pigliatutto.
L’equazione è semplice: se dovesse dimettersi Ferrari, entrerebbe uno del Pd. Logiche che qualcuno rifiuta, anche se difficilmente potrà cambiare il corso delle cose. Al momento Ferrari glissa l’argomento provando a costruirsi intorno la rete giusta per restare alla presidenza. Tra due o tre mesi, in fondo, tante cose potrebbero cambiare.




