
Una preghiera laica, dolce e forte, per smuovere le coscienze, un “invito a prendersi del tempo per riflettere in questo tempo di rassegnata decadenza”. Inizia così la “Preghiera in mare” portata in scena dall’attrice torinese Stefania Rocca domenica sera in occasione di Estate Farnese del Comune di Piacenza. È stata la prima delle cinque “Klimt’s Ladies” invitate da Fedro per questa nuova propaggine cittadina dello storico festival “dal Mississipi al Po”. Con delicatezza, maestria, tatto, Stefania Rocca parla di migranti e migrazioni, tra i fenomeni sociali, antropologici e politici più pressanti del presente, forse di sempre, per ricordarci che migranti siamo, siamo stati e saremo tutti. I testi scelti dalla Rocca per questa bella performance, anche cantata e accompagnata da due musicisti d’eccezione come Antonio Fresa al pianoforte e Raffaele Casarano ai saxofoni, arrivano da Gian Maria Testa, Kerouac, Springsteen e altri autori contemporanei. Dall’odore delle stive alla disumanità degli scafisti, dalla vita in autostop di chi abita la strada, al canto di una sirena che arriva dalle viscere del mare, abitate da chi da un viaggio della speranza non ha mai fatto ritorno. Il racconto in prima persona di una migrante si intreccia con i brani tratti da “On the road” di Kerouac, si entra e si esce dai drammi dei barconi, dalle vicende degli individui in fuga, dai problemi dell’uomo contemporaneo. La musica accentua, accompagna, crea spazi, silenzi, rumore, luoghi. Le immagini proiettate dal computer creano effetti interessanti ma risultano essere per di più ridondanti e talvolta addirittura kitch, a fronte dell’ottima e solida interpretazione di Stefania Rocca. L’attrice torinese rivela un’ottima attitudine al trasformismo soprattutto quando, cappello e giacca nera, fa l’uomo in imbarazzo al semaforo di fronte al lavavetri: “un’invasione di territorio privato senza richiesta. Ma cosa difendiamo? Confini immaginari da interferenze esterne”.
La voglia di dimenticare, il bisogno di raccontare, la necessità di dimenticare. L’urgenza di riportare tutto vicino, al nostro quotidiano. Ampio spazio ha occupato un bell’intervento sulla foto di Josè Palazòn a Melilla che mostra un gruppo di migranti seduti in bilico sulla barriera di acciaio che divide l’enclave spagnola dal Marocco; un invito a prenderci per mano, per dare importanza a quello che conta davvero. Al termine, un lungo applauso e richieste di bis, tra una leggenda dei nativi americani sul valore della memoria, unica vera maestra per l’intera umanità, e una dichiarazione di presenza all’insegna del rispetto, delle relazioni, del ringraziamento e della gratitudine.




