E’ stato impossibile non ricordare gli anni d’oro del Piacenza Calcio quando Marco e Stefano Gatti hanno deciso di puntare sulla professionalità, sull’esperienza e sull’entusiasmo di Gianni Rubini per dare una marcia in più al “nuovo” Piacenza. A lungo a fianco dell’indimenticabile ingegner Leonardo Garilli, Rubini è stato infatti fondamentale per le fortune della società biancorossa, che con lui nel ruolo di segretario ha vissuto l’era più fulgida della propria storia.
Prima calciatore nel Pro Piacenza, poi osservatore e infine e infine “dietro la scrivania”, anche se in realtà sempre in movimento, Rubini in quegli anni è stato il decisivo trait d’union tra quella che nel 1983 era una dirigenza del tutto nuova (poi amatissima, ma inizialmente accolta da Piacenza con qualche remora) e la città, la stampa e i tifosi: il numero di situazioni in cui è stato fondamentale richiederebbe un libro a parte. Ecco perchè c’è grande fiducia su ciò che potrà dare – come direttore dell’area sportiva – a questo Piacenza, partito quest’anno con non poche difficoltà. Qualcosa si è già mosso in vari settori, ma le novità più evidenti sono in campo: agli arrivi di Amodeo e Tacchinardi si dovrebbero aggiungere – saltato in extremis quello di Bruni, difensore centrale del ‘79 di sicura esperienza – quelli dei giovani Benedetti (esterno sinistro di difesa) e Pignat (utilizzabile come esterno destro basso), che consentiranno a Venturato di avere più alternative ma soprattutto di poter schierare contemporaneamente tutti i big del reparto avanzato.
Già molto lavoro, Rubini: cosa l’ha spinta a tornare in prima linea?
”Ho accettato la proposta dei fratelli Gatti perchè ho capito che c’è voglia di fare e di far bene. La società si è data un obiettivo serio – tornare nel calcio professionistico in un triennio – e si sta organizzando a dovere. Gli investimenti sono importanti, la possibilità di crescere è concreta e quindi vedo tutti i presupposti per essere fiducioso”.
E poi c’è la passione… ”Beh, quella non passa mai! Mi stavo trasformando in storico del calcio (con lo splendido libro “Dal Farnese a Barriera Genova-Origini e sviluppo del calcio nella società piacentina”, la storia del calcio piacentino dagli albori ai giorni nostri, ndr), ma a questa chiamata non avrei potuto dire di no, anche pensando all’ingegnere a cui lo stadio è oggi dedicato”.
Dove può arrivare questo Piacenza?
“L’intelaiatura è buona, con diversi giocatori di ottima qualità, per cui si può pensare ad un campionato di vertice anche grazie al sostegno dei nostri tifosi. Il massimo sarebbe vincere, ma sarà fondamentale finire tra i primissimi perchè ciò, con la prossima ristrutturazione dei campionati e le prevedibili difficoltà di diverse società, potrebbe aprire in ogni caso prospettive di categoria superiore. Non bisogna però dimenticare neanche per un attimo che questa serie D è un torneo difficilissimo, quasi una C2 per il livello di gioco e di organizzazione di molte squadre con ambizioni importanti”.
Più si salirà di livello, più serviranno forze economiche rilevanti: si tornerà a parlare di fusione tra le due compagini piacentine?
“Senza entrare nel merito del discorso se se sarebbe giusta o no, anche perchè non è una decisione che prenderò io, per far bene a certi livelli potrebbe essere un’opzione da considerare. Al momento mi pare ci siano poche possibilità, ma un domani potrebbe essere un vantaggio per la città”.




