Piacenza città plurale e solidale

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Secondo l’ultimo dossier statistico commissionato dalla Regione, i migranti a Piacenza e provincia sono 42.492, pari al 14,4 % dell’intera popolazione. Piacenza risulta la provincia con l’incidenza di residenti stranieri più marcata dell’Emilia Romagna e Castel San Giovanni è il comune con il maggior numero di cittadini migranti (21,6%).  In città, invece, sono circa 18mila ovvero il 18% degli abitanti.  

Le etnie maggioritarie sono quella albanese, seguita da quella rumena e macedone. Contrariamente al luogo comune su una supposta invasione islamica, oltre il 50% dei nuovi piacentini è di religione cristiana, nelle sue declinazioni cattoliche orientali, ortodosse e evangeliche. I musulmani residenti a Piacenza e provincia rappresentano infatti solo il 7% dell’intera popolazione residente.

Il flusso comincia alla fine degli anni ’70 e oggi sono presenti 150 nazionalità diverse nel nostro territorio. Pioniere del fenomeno migratorio sono state le donne, ancora oggi maggioritarie. Impiegate come badanti si prendono cura dei nostri anziani e delle nostre case contribuendo in maniera decisiva al nostro sistema di welfare e al ripopolamento di una società caratterizzata da un inesorabile invecchiamento demografico.  L’età media dei migranti è infatti di 34 anni mentre la popolazione italiana supera i 47.

Sanatorie, ricongiungimenti famigliari e catene migratorie regionali, nel corso dei decenni Piacenza ha accolto un numero crescente di immigrati giunti per motivi economici, politici e umanitari. 

Tradizionalmente gli asiatici lavorano nel commercio, nella ristorazione e nell’agricoltura. I sudamericani fanno gli autisti e i corrieri. Gli slavi faticano nell’edilizia come muratori nei cantieri. Gli arabi sono impiegati nei magazzini.

Il rapido sviluppo economico ha cambiato la natura del lavoro e richiesto nuova manodopera. Accanto al distretto del pomodoro, dell’industria agroalimentare, è sorto il “magazzino d’Italia”. La logistica è infatti diventata la nuova materia prima dell’economia piacentina, inserita nella catena produttiva globale in continua espansione. Da Pontenure a Fiorenzuola passando per Castel San Giovanni sono decine le multinazionali insediate nel nostro territorio. Un piacentino su dieci è impiegato nella logistica e in alcuni hub del polo logistico gli stranieri rappresentano l’80% della forza lavoro complessiva.       

Gli immigrati a Piacenza hanno contribuito all’economia locale ricevendo in cambio istruzione e accesso alla sanità pubblica.  Hanno trovato lavoro, fondato una famiglia, mandato i figli a scuola, beneficiato dello stato sociale. 

Non solo, Piacenza ha dato loro accoglienza e solidarietà, talvolta protezione. La possibilità di vivere in uno Stato democratico con diritti e doveri che garantisce la libertà individuale, di culto e di espressione. Una città che ha consentito loro di mantenere viva la propria identità complessa e la loro cultura d’origine. Ne sono testimoni le 4 moschee, le associazioni multiculturali e la dozzina di chiese non cattoliche impiantate in città e provincia.  Ma anche le decine di piccoli commerci al dettaglio e ristoranti in cui trovare prodotti etnici, spezie e sapori lontani dalla tradizione piacentina.

L’integrazione locale e il cambiamento sociale è in continuo divenire in una città globalizzata e aperta al mondo. Piacenza è plurale, interculturale, meticcia. Le seconde e terze generazioni di immigrati sono istruite, secolarizzate, assimilate alla comunità e la lingua franca è l’italiano.  

La ricchezza culturale della città si manifesta nella volontà di partecipazione alla vita civile e negli sforzi reciproci di inclusione.  Così, ogni anno le maggiori ricorrenze delle comunità straniere vengono celebrate pubblicamente e aperte a tutta la cittadinanza. Ne sono un valido esempio le cene durante le sere di Ramadan in cui autorità civili e politiche vengono invitate in moschea oppure le grandi processioni cattoliche estive della comunità sudamericana per le vie del centro storico: “El Senor de los Milagros” e “La Virgen del Cisne”. Nel caso dei latinoamericani, una comunità che conta circa 7.500 cittadini residenti in città e provincia, a facilitare l’integrazione è la religione cattolica e la lingua neolatina.  La Curia e la Pastorale dei migranti rappresentano il veicolo privilegiato dell’inclusione sociale.    

A fianco delle comunità straniere storiche ci sono i nuovi migranti. La crisi umanitaria del sud del mondo ha spinto migliaia di giovani africani ad attraversare il deserto del Sahara e il Mediterraneo, in cerca di un futuro meno incerto. I nuovi arrivati vengono inquadrati nel sistema di “accoglienza diffusa”, ovvero la distribuzione degli stranieri nell’intero territorio provinciale. Da Caorso a Bobbio sono così sorte piccole comunità di africani, bengalesi e pakistani che convivono in relativa armonia con la popolazione locale. 

In città, gli immigrati hanno trovato casa nei quartieri popolari, nella zona di viale Dante e di via Roma. Spesso demonizzata da certa pubblicistica o dalla politica per fini elettorali, via Roma è oggi un quartiere multietnico vivace e giovane. Si estende dalla stazione dei treni fino a Piazza Duomo. Coloro che stigmatizzano la zona lamentando una mancanza di decoro urbano non tengono in considerazione che tutti i quartieri limitrofi alle reti ferroviarie soffrono di un fisiologico degrado. Sono luoghi di transito, crocevia di piccoli traffici, terre di confine in cui gravitano viandanti, persone di passaggio pronte a saltare su di un treno ed evaporare in un’altra città alla ricerca di una vita meno precaria. 

Nei pomeriggi di sole le famiglie straniere portano i figli a giocare in piazza Duomo, simbolo dell’identità cattolica piacentina.  La piazza si riempie di bambini festanti dalla pelle scura o gli occhi a mandorla che corrono dietro a un pallone, all’ombra della cattedrale. Il colpo d’occhio è suggestivo ed è la cartolina perfetta per descrivere la città che evolve.


Gli attori dell’integrazione a Piacenza

Diritto alla cultura, ricerca e inclusione sociale, coordinamento educativo e formativo, sport e ballo. Sono decine le associazioni e le organizzazioni che si occupano di mediazione e integrazione culturale.  

Oltre ai sudamericani affiliati alla Casa dei Missionari Scalabriniani, “El Senor de los Milagros e la Virgen del Cisne, sorgono a Piacenza 4 moschee federate (a Piacenza, a Borgonovo e a Fiorenzuola) legate all’Ucoii, la principale organizzazione islamica in Italia, e una dozzina di chiese cristiane non cattoliche di confessione ortodossa, evangelica e pentecostale. Queste ultime sono il punto di riferimento delle comunità slave e africane subsahariane.

Esistono anche realtà laiche e organizzazioni etniche emerse negli ultimi decenni. Le maggiori sono le balcaniche Lura (albanesi) e Makedonika e la Comunità italo-marocchina di Piacenza e Provincia”.

A fare formazione, oltre al Cpia, c’è l’associazione Mondo Aperto che organizza corsi di italiano per stranieri mentre la Cooperativa Tice si occupa di doposcuola in Via Roma. Sempre nel medesimo quartiere trova sede “La fabbrica dei Grilli”, laboratorio di idee e luogo di aggregazione e promozione sociale e culturale. 

Gaetano Josè Gasparini

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