A CURA DI Ilmiogiornale
di Giovanni Volpi
Guardare avanti. E non solo ai prossimi mesi di convivenza con il Coronavirus. Alla sanità serve una scossa organizzativa per affrontare il futuro. E Augusto Pagani, presidente dell’Ordine dei medici di Piacenza, prova a delineare un quadro concreto da cui ripartire per migliorare la qualità dell’assistenza a tutti pazienti e non solo agli ammalati di Covid-19.

Dottor Pagani che cosa ci ha insegnato questa emergenza Coronavirus?
La pandemia ci ha insegnato tante cose. Innanzitutto, ha confermato la necessità di programmare per tempo le dotazioni di uomini e mezzi; alla già spesso segnalata carenza di medici e infermieri si è aggiunta in quest’occasione una grave carenza di mezzi di protezione, che soprattutto nella fase iniziale dell’epidemia ha determinato una situazione di alto rischio per tutti gli operatori sanitari, nonostante l’epidemia in Cina fosse nota da tempo e l’emergenza fosse stata dichiarata il 31 gennaio dal governo. Una situazione estremamente grave, arrivata in un attimo; e che non solo a Piacenza ma anche in altre province e regioni ha evidenziato uno scarso coordinamento tra servizi territoriali e ospedalieri. Abbiamo uno dei migliori servizi sanitari al mondo, ma servono maggiore integrazione, più dialogo e coordinamento. Infine questa tragedia ci ha insegnato che per gestire al meglio un’emergenza bisogna essere molto rapidi nei tempi di reazione, sapendo ciò che si deve fare, avendo ciò che serve e senza ostacoli burocratici o di altro tipo che riducano l’efficacia degli interventi.
A che modello organizzativo si potrebbe fare riferimento per migliorare le cose?
Un modello molto vicino a quello che abbiamo, ma apportando le dovute correzioni. Partiamo dalla drastica riduzione degli accessi agli studi dei medici di famiglia e ai pronto soccorso dei casi non Covid durante l’emergenza. Un calo di oltre 80% che sebbene dovuto all’evitare il rischio Covid, e al netto della riduzione dei potenziali incidenti o infortuni diminuiti per il lockdown, ci ha fatto capire come molte prestazioni che prima venivano ritenute indispensabili forse non lo erano.
Un dato che fa capire come si potrebbe programmare l’attività in modo diverso, per garantire a tutti le necessarie prestazioni ambulatoriali, ma sostituendo quelle non indispensabili con una medicina di consulenza telefonica o di tele-assistenza, ferma restando la visita a domicilio in caso di bisogno in condizioni di massima sicurezza sia per il paziente che per il medico. Senza dimenticare gli sviluppi di una attività come quella svolta dalle Usca…
Che ruolo potrebbero avere le Unità speciali di assistenza domiciliare?
Andrebbero sviluppate attraverso una collaborazione più stretta e articolata anche per altre patologie tra medici di medicina generale, specialisti e personale infermieristico. Naturalmente nei casi in cui sia utile anche per ridurre l’ospedalizzazione. Allo stesso scopo potrebbe essere utile organizzare appositi day hospital per pazienti con patologie impegnative, pluripatologie o patologie croniche che necessitino di controlli periodici.
Ci può fare un esempio?
Pensi a un paziente con il diabete, che ha problemi di scompenso cardiaco, di insufficienza renale ed asma: molto spesso è prenotato per appuntamenti singoli nelle quattro specialità e altrettanto spesso deve fare più di un controllo all’anno. Il che comporta anche la ripetizione di alcuni esami da fare più volte nello stesso periodo, così come più spostamenti di paziente e accompagnatore. Sarebbe un indubbio vantaggio sotto tutti i profili, anche di mezzi e costi, programmare per un paziente del genere un day hospital dove si verifichino una o due volte nell’arco dell’anno le sue condizioni per tutte le patologie nello stesso momento. Basterebbe implementare un servizio che a Piacenza abbiamo già a disposizione da diversi anni e che funziona egregiamente.
Di che cosa si tratta?
Di un servizio che in alcuni casi permette, a discrezione dei medici di famiglia, la prenotazione diretta e con precedenza sui percorsi normali di un certo tipo di accertamento o di consulenza per i loro pazienti. Ampliare il raggio d’azione offerto da questa opportunità sarebbe un bel passo avanti. Anche ad esempio per consentire al medico di famiglia di prenotare velocemente una visita domiciliare di uno specialista o un day hospital per una qualsiasi esigenza di accertamento o approfondimento di fronte a una sintomatologia complessa accusata dal paziente; e arrivare così a una diagnosi in tempi brevi, dopo aver svolto tutti gli esami in una sola giornata e non spalmati su diversi singoli appuntamenti, che possono concludersi anche nell’arco di settimane.
Insomma, lei pensa a una sorta di pronto soccorso “parallelo” gestito direttamente e a sua discrezione dal medico di famiglia in dialogo con i colleghi ospedalieri…
Sostanzialmente sì. Oggi in casi del genere per non aspettare i tempi delle varie prenotazioni si manda il paziente in pronto soccorso dove spesso i colleghi ricominciano da capo e cioè senza l’apporto collaborativo del medico di medicina generale; e quindi senza un corredo di informazioni che potrebbero servire per curare il paziente partendo non tanto da una medicina d’urgenza, ma dal suo passato, attestato dagli esami magari già fatti e dalle indicazioni del medico curante.
Molto bello dottor Pagani, ma per fare tutto questo servirebbe anche meno burocrazia, o sbaglio?
Certo, questo purtroppo è scontato. Ci sono troppe norme e troppi singoli adempimenti che spesso trasformano i medici di medicina generale un po’ in passacarte, mentre invece dovrebbero dedicarsi ad altro.
Ci spieghi meglio come impatta la burocrazia sul vostro lavoro…
All’interno del Sistema sanitario nazionale le prescrizioni di consulenze o accertamenti in convenzione sono fatte in modo diverso a seconda delle regioni coinvolte. E quindi le stesse prestazioni, per esempio tra Emilia-Romagna e Lombardia, prevedono criteri e regole differenti. Cosa che per una città di confine come Piacenza, visto che diversi pazienti si rivolgono anche alle strutture lombarde, complica spesso il lavoro. Poi la burocrazia impera sulle note Cuf, che servono a stabilire l’esenzione per determinati tipi di patologie; c’è nelle esenzioni per reddito e soprattutto nell’enorme mole di certificati medici che vengono richiesti ad ogni pie’ sospinto, per fare qualsiasi cosa nell’arco di un’intera vita, dall’attività sportiva di un giovane all’ingresso in una casa di riposo di un anziano.
Qual è la soluzione per tagliare i rami secchi?
Attenzione, spesso le richieste sono anche sensate; ma queste necessità di certificazione dovrebbero essere informatizzate e uniformate per qualsivoglia attività, riducendo i tempi e i costi. Basterebbe che tutti avessimo la stessa cartella digitale per i nostri pazienti da cui estrarre in automatico il certificato richiesto. Poi sotto il profilo burocratico non va dimenticata anche la necessità di arrivare all’autocertificazione almeno per i primi tre giorni di malattia del lavoratore, evitando inutili appuntamenti che servono solo a certificare la sua assenza senza ulteriori necessità di approfondimento diagnostico, visto che molto spesso il paziente si presenta a malessere terminato e il medico diventa un notaio che attesta qualcosa di cui è solo spettatore e non arbitro. Ma tornando alla cartella digitale, potrebbe avere anche un altro utilizzo ben più ampio di quello certificativo.
Ci dica, dottor Pagani…
Se questo documento digitale uniforme dialogasse davvero in modo sincronizzato con i software dei reparti ospedalieri, delle case di cura, degli studi degli specialisti, si potrebbero estrarre di volta in volta tutti gli elementi necessari diligentemente inseriti dal medico di famiglia. Costerà tempo, ma vuol mettere quanto se ne risparmierebbe a valle per tutti? Sarebbe il modo migliore per integrare medicina ospedaliera e medicina generale a tutto vantaggio della cura dei nostri pazienti.




