Confcooperative, con l’assemblea del 15 febbraio prossimo, è chiamata al rinnovo delle cariche provinciali e il presidente Francesco Milza, dopo due mandati alla guida della confederazione delle cooperative “bianche”, cederà il testimone.
Presidente Milza, partiamo da questo congresso.
“L’abbiamo impostato sui contenuti: una serie di riunioni preparatorie, molto partecipate dagli associati, porteranno nel giorno dell’assemblea a redigere un documento programmatico che verrà consegnato al gruppo dirigente con le linee-guida per il prossimo mandato. Quattro i temi strategici affrontati: l’alleanza delle cooperative; un nuovo modello organizzativo legato anche ai nuovi assetti istituzionali che vanno delineandosi (vedi le tre Camere di Commercio di Piacenza, Parma e Reggio Emilia che annunciano l’inizio di un percorso comune per arrivare alla costituzione di un unico ente camerale); un nuovo ciclo di sviluppo imprenditoriale che individua aree di crescita e nuovi modelli cooperativi (ad esempio le cooperative di comunità e le cooperative di utenti) mettendo al centro la persona; l’autenticità cooperativa e la legalità”.
Il tema dell’alleanza tra centrali cooperative (Confcoopertive, Legacoop, Agci) lo state affrontando per attenuare la crisi di rappresentanza che oggi riguarda un po’ tutti?
“Sì, è un problema che riguarda tutti i soggetti che rappresentano qualcuno. Dai partiti politici al sindacato alle organizzazioni di categoria: tutti si stanno interrogando ma, secondo me, facendo ben poco.”
In questo percorso verso l’unità della rappresentanza, però, Confcooperative e Legacoop partono da due posizioni diverse: la prima da una rappresentanza fortemente radicata sul territorio, la seconda tesa a una riorganizzazione cosiddetta di area vasta. Come si conciliano queste due visioni?
“Abbiamo due storie diverse: la Lega organizza coop medio/grandi, in Confcooperative vivono piccole/medie realtà con necessità diverse. Di conseguenza il ruolo dell’organizzazione è diverso. Ma le due cose non sono inconciliabili. Bene l’unità politico-amministrativa ma dobbiamo anche mantenere quei presidi territoriali che devono garantire continuità di relazione. Perché la cooperazione, non dimentichiamolo, nasce sul territorio e per il territorio”.
Il territorio, appunto. Vi sono già esempi di collaborazione tra cooperative di centrali diverse?
“Abbiamo esempi in ambito sociale, tra cooperative di tipo B, in cui si è lavorato insieme. E sul tema dell’abitare, con buoni risultati, dalla collaborazione tra Concopar e Indacoo. Poi, a livello generale, a Piacenza il rapporto in termini politici tra Legacoop e Confcooperative funziona a meraviglia, con scelte strategiche condivise sui vari tavoli istituzionali. Allo stato non vedo difficoltà di percorso”.
L’individuazione di nuovi modelli di sviluppo è una strada tracciata?
“A livello nazionale è attivo un apposito dipartimento, il dipartimento sviluppo, con funzioni di monitoraggio e regìa. Alcune aree di intervento registreranno una evoluzione: l’ambiente o il welfare, per esempio, e su queste aree la cooperazione dovrà dispiegare un intervento più integrato e infrasettoriale. Sviluppo che passa anche attraverso modelli che cambiano con idee nuove anche legate alla sharing economy, attraverso nuove forme e prassi di condivisione e di collaborazione”.
Per tornare al processo in corso nelle Camere di Commercio, come vede il fatto che la cooperazione venga tenuta ancora, in parte, ai margini?
“Oggi ci sono tutti i presupposti per cui la cooperazione debba entrare, ed entri, nella giunta della Camera di Commercio di Piacenza, così come avviene già a Reggio Emilia. La cooperazione lo merita, i tempi ormai sono maturi. Ricordiamoci che l’azienda con il più alto numero di addetti, in provincia di Piacenza, alla fine è una cooperativa”.
In questi anni, parlando di organizzazione, è stato avviato un grande cambiamento nell’associazione, dove vuole arrivare ora Confcooperative? E’ il tempo dell’innovazione?
“Gli ultimi otto anni hanno ricostituito il dialogo – intenso, proficuo – con la base associativa, dialogo foriero di nuova progettualità. Oggi non basta più la sola rappresentanza politico-sindacale, l’organizzazione deve farsi motore propulsivo di iniziative economiche, senza naturalmente ingerire nelle scelte delle singole cooperative, bensì mettendo al loro servizio il nostro know how. Si tratta di promuovere un modello aggregativo sull’esempio della rete di imprese che lavorano intorno al marchio Grana Padano e del consorzio ConsiCopra. Il prodotto va ‘costruito’ e alle imprese è necessario indicare la strada giusta. I numeri in questi otto anni ci hanno dato ragione poiché hanno premiato questo modello aggregativo”.
Siete l’associazione di categoria che è cambiata maggiormente in questi anni rispetto alle altre. L’immobilismo si ripercuote sul sistema?
“Io, da buon motociclista, sostengo che se ti fermi cadi, devi essere sempre in costante movimento, soprattutto in situazioni mobili e dinamiche come quelle verificatesi in questi ultimi anni. L’immobilismo, caratterizzante il ventennio 1995-2015, è finito”.
Esiste, non c’è dubbio la questione legalità. Come contenere la zona grigia che confina con l’illegalità?
“Un paradosso: si può arginare rendendo più difficile fare cooperazione. La cooperazione è un modello democratico e come tutti i modelli democratici ha delle fragilità. Il primo punto su cui lavorare è la sensibilità verso i soci, l’obbligo di garantire partecipazione. Dove c’è partecipazione certi fenomeni restano circoscritti. Dobbiamo riportare la governance dentro il momento assembleare. E puntare a una serie di verifiche e di controlli più attenta”.
Torniamo alla stretta attualità: ci sono progetti di recupero delle aree dismesse. Quello della Baia di San Sisto e dell’ex consorzio agrario sembrano in competizione… cosa ne pensa?
“Non è questo il punto, il problema è che serve una strategia complessiva di un territorio, non solo di tipo urbanistico, che significa promuovere l’interesse generale. Altrimenti interventi di questo tipo soddisfano soltanto gli interessi del proponente. Ma questo è il ruolo della politica, ci vuole un modello di sviluppo del territorio. A maggior ragione oggi che andiamo a confrontarci con altri territori. Occorre decidere: puntiamo sul sistema agroalimentare? Come lo caratterizziamo? Non vedo il modello. La storia della coppa di Parma promossa dalla Regione, ad esempio, è un falso problema. La colpa è nostra, non sappiamo valorizzare i nostri prodotti, non siamo capaci di fare marketing territoriale. Non sappiamo neanche scegliere su quali eccellenze puntare”.
Bilancio di Expo? Ci avevate creduto, è servito?
“Vorrei saperlo anch’io. Ho condiviso il modello: lavorare tutti insieme per un obiettivo è il percorso che dobbiamo fare. Poi c’è stata qualche scivolata, l’ottima visibilità data a Piacenza è buona cosa ma non basta. Manca il passaggio relativo alla ‘costruzione’ del prodotto, non abbiamo ancora i dati del ritorno alle aziende coinvolte, i contatti, i risultati in termini di vendite. Staremo a vedere”.
Cosa consegna al prossimo presidente?
“Una organizzazione sana, anche dal punto di vista economico, che è cresciuta in modo considerevole. Nonché la consapevolezza della necessità di una visione strategica per gli anni a venire”.




