
“Il punto di forza delle piccole imprese è quello di sapersi adattare rapidamente e con grande snellezza alle trasformazioni del contesto economico. Quello debole, d’altra parte, è la costitutiva fragilità nell’affrontare le sfide del mercato globale, quelle che richiedono investimenti importanti”. A Maria Angela Spezia bastano poche pennellate per tracciare con precisione il quadro complesso e ricco di sfumature in cui si muovono le piccole e medie imprese italiane, il “cuore pulsante” del tessuto produttivo del Paese. Una dimensione che Spezia, imprenditrice alla guida della ditta di imballaggi Eco Packaging S.r.l., conosce alla perfezione, favorita dal suo ruolo di presidente della sezione ‘Piccola Industria’ in Confindustria Piacenza. “All’interno del sistema confederale – spiega -, ‘Piccola Industria’ ha lo scopo di contribuire a promuovere e sviluppare le piccole e medie imprese, che per loro natura hanno necessità e problematiche differenti rispetto alle realtà più strutturate. Insomma, in una parola si tratta di fare «lobbying»: un termine che genera tanti equivoci e spesso spaventa, ma che tradotto significa semplicemente curare gli interessi di una categoria”.
Le istanze e le criticità sono numerose, comuni a tutto il Bel Paese. “Le piccole imprese hanno un problema fondamentale, che definirei endemico – evidenzia Spezia -: ovvero la capitalizzazione. Anche per volontà politica, negli anni non c’è mai stato un vero e proprio progetto che spingesse gli imprenditori a capitalizzare con forza le proprie aziende. Tutto ciò si riscontra anche nella scarsa differenziazione dei finanziamenti: in Italia ci si affida sostanzialmente solo alle banche, mentre in altri Paesi, penso all’Inghilterra o alla Germania, i finanziamenti hanno forme più variegate”.
“Più manager nelle imprese familiari” – Il salto di qualità passa anche dal sapersi svincolare da quel carattere marcatamente familiare tipico delle PMI italiane. “Nelle imprese c’è ancora una certa ritrosia a dotarsi di un management interno – afferma Spezia -; eppure la pratica dimostra come spesso l’inserimento di un manager in una piccola realtà determini una evidente crescita aziendale”. Ma le note liete non mancano. “In Italia abbiamo dei «piccoli gioielli» che, favoriti dal fatto che si riferiscono a nicchie specifiche di mercato, rappresentano modelli virtuosi di impresa. Come detto, però, quando la concorrenza si allarga le difficoltà aumentano. Lo abbiamo visto qualche anno fa, quando le nostre aziende hanno iniziato ad aprirsi al mercato cinese: in un contesto di questo tipo se non si è sufficientemente «capitalizzati» è praticamente impossibile sopravvivere”.
Piccola impresa significa però anche flessibilità e processi decisionali meno farraginosi. “Caratteristiche che sono emerse nitidamente nel periodo di pandemia – sottolinea Spezia -. Una struttura aziendale meno complessa ha infatti il vantaggio di potersi adattare più agevolmente a stravolgimenti significativi. Il covid inoltre ha fatto da «acceleratore» di processi, soprattutto in materia di digitalizzazione. Le imprese hanno toccato con mano l’importanza di determinati strumenti tecnologici, fino a quel punto considerati erroneamente più come un vezzo che come un vero vantaggio”.
“Valorizzare il lavoro femminile” – Sulla scorta della personale esperienza aziendale, Spezia immagina un futuro dell’impresa italiana che passi anche dalla valorizzazione del lavoro femminile. “Sono una donna e conosco la fatica delle donne ad inserirsi nel mondo del lavoro – afferma -. Anche per questo nella mia azienda sono impiegate prevalentemente dipendenti di sesso femminile ed ho deciso di fissare il termine della giornata lavorativa alle 15:30, cercando di favorire al massimo la conciliazione delle esigenze familiari e professionali. Devo ammettere – aggiunge – che sono sempre stata contraria al concetto di «quote rosa», tuttavia ultimamente mi sono resa conto che si tratta di una forzatura necessaria, in quanto il nostro Paese non ha ancora capito il valore del lavoro femminile. Se ai vertici mancano le donne, infatti, a cascata ne risentiranno anche le dipendenti. Ovviamente, mi sembra superfluo specificarlo, partendo dal presupposto che prima di tutto vi sia la competenza”.




