Gregori: “Lupa Piacenza e Atletico, la fusione è necessaria”

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“La fusione tra Lupa e Atletico BP è necessaria”. E’ la convinzione di Roberto Gregori, volto molto noto sia per i suoi trascorsi giornalistici come sagace inviato al seguito del Piacenza Calcio sia come caustico mattatore del provocatorio programma tv “Tema-Riflessioni di un perdente di successo” andato in onda nel 2005 con notevole audience su TeleDucato Piacenza.

Fusione tra Lupa e Atletico: possibilità o utopia?
“Per una città con il bacino d’utenza di Piacenza, la fusione tra Lupa e Atletico è necessaria. Tra i fratelli Gatti ed il trio Tacchini-Scorsetti-Giglio esistono sicuramente molte differenze ma, se si mettono da parte i personalismi e la volontà di ciascuno di comandare, la fusione si può fare. Non dimentichiamoci che, con la ridefinizione dei campionati della Lega Pro, conterà molto avere bilanci sani anche in prospettiva triennale: su questo la fusione sarebbe una garanzia in più”.
I tifosi più accesi, però, non la prenderebbero benissimo.
“Capisco gli ultras che si sentono – giustamente – protagonisti degli straordinari numeri del tifo di quest’anno in serie D, superiori a quelli dell’ultimo anno in B, tuttavia se si mettessero un po’ di più a ragionarci capirebbero che in caso di fusione tra Lupa e Atletico potrebbero recitare un ruolo comunque importante, ma a livelli ancora più alti. Non dimentichiamo che, con una società di Lega Pro in grado di fare “qualche giro” in serie B, grazie alle entrate dei diritti tv – oggi prima voce dei bilanci – si aprirerebbero prospettive davvero importanti”.
Ma allora questa fusione s’ha da fare?
“Se non andrà in porto, sarà solo perchè avrà vinto l’ego dei vari protagonisti”.
Intanto è stata avviata l’apertura del capitale della società biancorossa attraverso l’azionariato diffuso: funzionerà?
“Se non ci si aspettano miracoli, in linea generale è un’ottima proposta. Se penso però ai possibili risultati concreti, non credo che potrà raccogliere grosse cifre: crisi a parte, Piacenza è una città anagraficamente vecchia e anche tra i tifosi è mancato il ricambio generazionale. Questo anche perché, al di là dei grandi successi di altri sport, per lungo tempo la gestione societaria precedente ha fatto il contrario di quello che si sarebbe dovuto fare per avvicinare nuovi appassionati”.
A posteriori: non sarebbe stato più semplice evitare il fallimento del Piacenza Calcio?
“Di come sono andate veramente le cose è stato raccontato poco o niente, ma a quell’epilogo si è arrivati soprattutto per tre motivi: le difficoltà oggettive incontrate in altre attività da Fabrizio Garilli, che nel calcio aveva continuato a mettere denaro fresco, gli errori dello stesso presidente nella scelta di alcuni collaboratori capaci solo di distruggere la coesione tra il Piacenza Calcio ed i suoi club di tifosi, e il nulla messo in campo dall’amministrazione Reggi, anche a causa del mai superato ‘muro contro muro’ sull’area di via Morigi: E pensare che le ultime richieste di Garilli erano davvero minime…”
Non sono mancati, ad un certo punto, anche altri imprenditori locali?
“Soprattutto in questo momento, preferiscono viaggiare con i soli anabbaglianti: il calcio dà una risonanza immensa, ma costa molto ed investirci può esporre ad attacchi facilmente prevedibili in questa particolare congiuntura economica. Senza contare che è un mondo più difficile di quello dove puoi azzeccare bombolette spray o borsette, ed è esposto ad equilibri emotivi molto delicati: nessuno, a Piacenza, ha avuto voglia di mettersi in una situazione del genere. Non è solo una forma mentis nostra, però: come mai, nonostante i guai di una società dalla grande storia come il Torino, un imprenditore come Ferrero si è sempre rifiutato di entrare nel calcio? Perché in Italia il pallone viene preso troppo sul serio”.
Come uscire da questa situazione?
“Bisogna ripartire da impianti nuovi e di proprietà o semi-privati, lungo la strada aperta in Italia dalla Juventus con il suo Stadium: se non si va in questa direzione, nel nostro Paese il calcio rischia di morire. Da Euro ‘84 in Francia ad oggi, solo l’Italia per il Mondiale ’90 è riuscita a non fare impianti stupendi: io immagino un nuovo stadio di Piacenza tra i 12mila ed i 15mila posti, senza pista di atletica (si faccia una convenzione con l’esercito per il Daturi) ma con cinema, ristoranti, negozi e lo store della società, inserito in un contesto socializzante: ne trarrebbe vantaggio l’intera città”.

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