L’anno “nero” del teatro. Filippo Arcelloni di Teatro Trieste 34: “Importante non fermarsi mai”

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Tra sipari calati e luci dei palcoscenici rimaste spente, nel 2020 rispetto al 2019 il calo degli ingressi per le attività teatrali è stato del 70,71%, per una riduzione del 78,45% della spesa al botteghino. Sono numeri impietosi quelli resi noti recentemente dalle Siae (Società Italiana degli Autori ed Editori), sintesi eloquente del prezzo pagato in Italia da arte e cultura nell’annus horribilis segnato dalla pandemia. A causa delle prolungate – a parte una breve “tregua” estiva – chiusure per covid a rimetterci direttamente, oltre ovviamente ad artisti, registi e attori, sono tutta una serie di lavoratori che operano dietro le quinte: macchinisti, elettricisti, attrezzisti, tecnici, scenografi, personale di sala e biglietteria. Ecco perché quest’anno il 27 marzo, “Giornata mondiale del Teatro”, assume pieghe e risvolti inediti, imponendo ampie riflessioni sull’intero comparto.

Teatri chiusi, ci si sposta online – “Si tratta di una ricorrenza ‘nera’ per il mondo del teatro – commenta Filippo Arcelloni, direttore artistico del Teatro Trieste 34, una delle realtà più attive e dinamiche a Piacenza, anche in tempo di pandemia -. Nell’anno appena trascorso sono state perse decine di spettacoli, attività, laboratori, ma abbiamo comunque provato a reinventarci sfruttando le potenzialità del web e dei nuovi canali digitali. In primis allestendo una sorta di ‘teatro d’asporto’: spettacoli registrati dal vivo e trasmessi in diretta streaming, accessibili dietro il pagamento di un biglietto virtuale a basso costo. Oltre a questo progetto – aggiunge – abbiamo creato podcast e video-incontri sul tema dell’arte e della cultura, analizzati alla luce del periodo difficile e con uno sguardo rivolto al futuro”. Tante iniziative tenute insieme da un unico fil rouge.  “L’idea fondamentale è che, nonostante tutto, non si può rimanere fermi – sottolinea Arcelloni -. In vista della riapertura, bisogna impedire che il pubblico si dimentichi di noi. Anche se le incognite non mancano: quando i riflettori torneranno ad accendersi – si chiede -, infatti, siamo sicuri che le persone vogliano tornare a vedere uno spettacolo dal vivo, considerate tutte le problematiche legate a distanziamento e misure di sicurezza? In più – prosegue -, anche da parte nostra, sarà necessaria un’attenta analisi su costi e benefici della riapertura che, immagino, almeno inizialmente prevederà un numero di ingressi ridotto di circa il 50%. Il rischio è che il gioco non valga la candela”.  

“Come una partita di calcio” – In ogni caso, una volta finita l’emergenza Arcelloni non metterà in soffitta le nuove forme di fruizione sperimentate nell’ultimo anno. “Premessa – afferma -: personalmente prediligo un teatro vissuto dal vivo; allo stesso tempo, però, non vedo perché, così come avviene ad esempio per le partite di calcio, non si possa pensare di offrire la possibilità di assistere ad una rappresentazione anche a distanza. Questo periodo ci ha fatto capire che esistono potenzialità prima inesplorate ed ha aperto a delle prospettive nuove ed interessanti, che ampliano enormemente la platea di spettatori. Si pensi che un nostro spettacolo di danza trasmesso in streaming è stato visto a Piacenza, ma anche in Toscana, in Svezia e addirittura negli Stati Uniti”.

“Persa l’occasione di risolvere problemi atavici” – Lo scorso febbraio, a Piacenza come in tante altre città d’Italia, i lavoratori del mondo dello spettacolo sono di nuovo scesi in piazza per manifestare la propria sofferenza per le chiusure prolungate e l’incertezza legata ai ristori. Quali sono le colpe della politica?  “Credo che si potesse fare di più, così come per tanti altri settori – riflette Arcelloni -. La pandemia e la sospensione delle attività dovevano soprattutto essere l’occasione per risolvere alcuni problemi atavici che riguardano il mondo del teatro, portandolo al passo coi tempi. Dietro l’organizzazione di uno spettacolo permangono infatti ancora una serie di meccanismi contorti e farraginosi che, invece di creare sviluppo, spesso favoriscono il costituirsi di sacche di evasione fiscale e lavoro nero”.

“Serve un cartellone unico” – Eppure a livello locale qualcosa si è mosso. “Come Teatro Trieste 34 – spiega Filippo Arcelloni -, insieme ad altri soggetti che operano nel Coordinamento delle associazioni culturali, siamo riusciti a portare l’amministrazione di Piacenza alla realizzazione di un bando per le attività culturali che nella nostra città mancava dal 2016. Al sindaco e all’assessore Papamarenghi abbiamo chiesto un tavolo per ridiscutere un nuovo bando anche per il 2021, modificando però alcuni punti che l’anno scorso limitavano la partecipazione”. Per il direttore artistico del Teatro Trieste 34, la ripartenza passa anche da Fondazione Teatri. “Quando la macchina culturale piacentina si rimetterà in moto sarà importante capire quale ruolo avrà – afferma -. È necessario un cambio di paradigma rispetto al passato: riteniamo che la sua mission debba essere quella di un’istituzione sempre più inclusiva, che favorisca la creazione di una rete di collaborazione tra le diverse realtà locali. L’obiettivo è un cartellone unico delle rappresentazioni teatrali, qualcosa che permetta allo spettatore di farsi un’idea completa degli eventi che si svolgono in città”.

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