Il caso Cementirossi – l’ok della Provincia all’aumento di rifiuti speciali da bruciare, e relative polemiche – ha riacceso il dibattito sulla mai sopita questione degli inceneritori.
Il Pd piacentino ha contestato alla Provincia la mancata autorizzazione, l’anno scorso, alla richiesta di Tecnoborgo di incrementare la quantità di rifiuti del termovalorizzatore di Borgoforte. E il segretario cittadino Sckokai ha ribadito: “L’autorizzazione a Tecnoborgo avrebbe portato un saldo positivo per la città in quanto ne sarebbe derivato un potenziamento del teleriscaldamento”.
Per molti, invece, l’età degli inceneritori sta finendo la sua corsa. In Lombardia – informa Legambiente regionale – la produzione dei rifiuti ha gli stessi valori del 1999 nonostante l’incremento di un milione di abitanti e la differenziata ha superato in quantità il rifiuto residuo. Con il risultato che gli inceneritori avranno un sotto utilizzo tra il 35 e il 70% delle loro capacità. Secondo Legambiente Lombardia gli inceneritori sono doppi rispetto al necessario con il rischio che la regione diventi un’altra pattumiera per l’Italia, con camion di rifiuti in arrivo dal centro sud.
In conclusione, questo è il problema: negli anni Ottanta (in Lombardia) e Novanta (da noi) si è scatenata la corsa ad erigere inceneritori sempre più capienti. Il tutto è avvenuto contestualmente all’implementazione della raccolta differenziata (la strada maestra indicata da anni dagli ambientalisti) e questa è stata coronata da tale successo (del resto bastava volerlo) da creare per i voracissimi inceneritori una reale penuria di materia prima. Ma queste cattedrali tecnologiche, per mantenere economica, quindi giustificata, la loro medesima gestione , devono importare materia prima – rifiuti – da fuori: dal Sud, ma anche dall’estero. Su questo, sull’insensatezza di un processo che sicuramente non soffia nell’aria ossigeno in purezza, occorre sollevare un dubbio che prima di tutto è una opzione di buonsenso: perché impegnarsi per inquinare?




