In libreria, Luci nella Shoah di Matteo Corradini – “Non consegnerò questo mio corpo”: lampi di luce nel lager

0

Non è facile dare colore, ritmo, calore al silenzio. Soprattutto se quel silenzio è solitudine, dolore, morte; se c’è tutto l’orrore della persecuzione nazista perpetrata ottanta anni fa a danno degli ebrei, tra ghetti e campi di sterminio.

Eppure, anche dal buio più profondo, nascono lampi di luce, scampoli di umanità fatti di piccoli oggetti e giovani vite che permettono la salvezza, dell’anima prima e oltre che del corpo.

Proprio queste schegge di luce, attimi di serenità vissuti nella più cupa tragedia del Novecento, sono protagonisti dell’ultimo libro di racconti scritto da Matteo Corradini, “Luci nella Shoah”, uscito pochi giorni fa per De Agostini in occasione del Giorno della Memoria.

Una bambola di nome Marlene, un orologino fosforescente, una canzone per bambini, un violino, un maglione, un taccuino pieno di poesie d’amore.

Corradini, ebraista di formazione, raffinato tessitore di legami tra passato e presente, si rivolge agli adolescenti di oggi, penetrando il mondo di quelli di ieri. Si muove in punta di piedi, “facendo parlare” gli oggetti a cui quei ragazzi si sono aggrappati nel buio, e che ancora oggi raccontano di loro.

Da Terezin, al ghetto di Cracovia a quello di Varsavia, passando per i campi di Gorliz, Fossoli, Auschwitz e Landsberg, oggetti quotidiani e famigliari che ciascuno può possedere anche oggi, diventano il tramite per sviluppare calda empatia nei confronti dei deportati: non fantasmi di un lontano passato, ma simili a noi in desideri e speranze; non solo ricordo di angoscia e morte, ma fiammelle di vita innanzitutto.

Poco importa come finiscono le storie. Non fa molta differenza se il disegno di Peter Ginz sulla luna c’è arrivato davvero; se Ilse Weber, l’infermiera di Terezin, è morta ad Auschwitz dopo aver lasciato al mondo le sue canzoni per bambini scritte nel campo;se Olga Neerman torna viva dal suo nascondiglio nel bosco; o l’aspetto del maglione rosso indossato dall’ebreo che nel 1943 ha guidato la rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti.

Tutti loro e tanti altri protagonisti del libro hanno provato a resistere all’orrore, anche quando per l’umanità sembrava non esserci più spazio. Questo conta e fa la differenza.

“Non consegnerò questo mio corpo ai nazisti” pare abbiano detto a sé stessi, pur nella diversità delle loro storie. Lo stesso imperativo che ha pensato Virginia Gattegno, amante del mare e dell’opera lirica,mentre le SS le tatuavano a forza il braccio. Tutt’ora viva nella sua Venezia, oggi ricorda ancora lucidamente la forza di volontà che le attraversava l’anima in quei momenti terribili nel lager di Auschwitz.

Tutti i racconti raccolti in “Luci della Shoah” sono storie di salvezza: anche quelle di chi nei campi di sterminio ha trovato la morte, ma fino all’ultimo non ha spento nell’angoscia, le proprie emozioni, seguendo il ritmo di note che neppure il lager è riuscito a mettere in silenzio.

E l’avvincente cantastorie è Matteo Corradini, che narra le vicende senza ombra di retorica, senza alcun gusto per la celebrazione ampollosa, dipingendo un gioco intimo e autentico di sfumature calzante a pennello con la gioventù dei protagonisti.

Lo fa con un linguaggio fresco, contemporaneo, che non trascura la documentazione storica, ma anzi la mette in primo piano; e con essa si armonizza.

Perchè, come dice lo stesso autore, “uno strumento antico per poter suonare ha bisogno di corde nuove”.

Così, perché vittime e sopravvissuti della Shoah parlino alle nuove generazioni dal passato, occorre far conoscere le loro vite; per avvicinarsi a loro rispettandolo l’accaduto.

Matteo Corradini ci ha provato, con gli oggetti della memoria e il filo della speranza. E ci è anche riuscito: con un libro delicato, profondo, che resta nel cuore.

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.