
Nel 2022, ultimo dato disponibile, il 20,1% delle persone residenti in Italia risultava a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui). Una percentuale che sale al 24,4% (circa 14 milioni 304mila persone), se si parla di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, ovvero la quota di individui che presentano situazioni di svantaggio in almeno una di queste tre condizioni: reddito, grave deprivazione materiale e sociale, intensità di lavoro. È l’istantanea scattata dall’Istat e impressa nell’ultimo report “Condizioni di vita e reddito delle famiglie”. Un quadro non certo rassicurante – seppur in lieve miglioramento rispetto al 2021 – che è stato recentemente approfondito nel workshop “Poverty and Inequality: Empirical Evidence, Policies, and Measurement Issues”, svoltosi presso l’Università Cattolica di Cremona con il coinvolgimento di esperti di caratura nazionale e internazionale.
Povertà, un fenomeno complesso – Per l’occasione, il concetto di povertà è stato analizzato sotto una prospettiva complessa e multidimensionale. Povertà, infatti, non è solo sinonimo di basso reddito, “ma anche mancanza di istruzione, isolamento sociale, impossibilità di accedere ai servizi, il non essere mai padroni del proprio tempo: sono, queste, dimensioni sempre più rilevanti, su cui la ricerca si sta orientando per esplorarne caratteristiche e confini, con l’obiettivo di trovare soluzioni utili al suo contenimento”. Ad evidenziarlo è stato il professor Enrico Fabrizi, docente della Facoltà di Economia e Giurisprudenza che, insieme alla professoressa Chiara Mussida del Dises (Dipartimento di scienze economiche e sociali dell’Università Cattolica) e in collaborazione con l’Associazione italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati (Aissec) ha organizzato il convegno presso l’ateneo cremonese.
“A Piacenza il rischio povertà è dimezzato rispetto al resto d’Italia” – Interessante notare come la riflessione sulla povertà parta da quei territori, come sono in generale quelli del Nord Italia, dove il fenomeno è decisamente contenuto rispetto alla media nazionale rilevata dall’Istat. “In province come Cremona e Piacenza – ha spiegato Fabrizi -, secondo le stime elaborate da noi in Cattolica sui dati Eurostat, il rischio di povertà è meno della metà di quello nazionale. Siamo intorno al 9% per entrambe. Pochi territori fanno meglio, e non di molto”. L’attenzione rimane comunque alta e occasioni come quella del workshop in Cattolica sono utili per avanzare alcune contromisure. Secondo gli esperti non c’è una ricetta unica, ma alla base di tutto ci sta sempre il lavoro. “A patto che garantisca un minimo di stabilità e salari adeguati – ha evidenziato Fabrizi -. Dove il lavoro c’è, le cifre relative al rischio di povertà si abbassano. Ci sono poi le politiche, a livello nazionale e locale. Gli effetti del Reddito di cittadinanza sono stati analizzati da diverse relazioni al convegno: effetti che ci sono sicuramente stati, ma non potremo sapere la portata nel medio e lungo periodo, visto che è già stato abbandonato. Un altro problema – ha sottolineato il docente -, che riguarda più il livello locale, è quello che in gergo chiamiamo del non take-up, ossia il fatto che chi ha diritto a prestazioni o sostegni non riesca ad esercitarlo. La burocrazia a volte è complessa e le persone che vivono nell’indigenza hanno spesso un’istruzione limitata, difficoltà a spostarsi o ad accedere alle piattaforme online attraverso cui i servizi vengono erogati. Pensiamo ad esempio agli anziani soli”. Il futuro appare quindi a tinte chiaroscure. “I tempi sono difficili, nel breve periodo le prospettive non sono buone – ha commentato Fabrizi -. Non dobbiamo dimenticare però i risultati ottenuti in passato e ispirarci a quelli. Grandi stagioni di riduzione della povertà le abbiamo già vissute e superate. Per uscire da questa fase un po’ complicata servono coesione sociale, investimenti mirati, nuove tecnologie”.




