
Un laboratorio di idee per rilanciare l’Appennino. Questo è “Road to Appennino Hack”, progetto dell’Università Cattolica di Piacenza articolato in incontri, discussioni e proposte per immaginare il futuro delle aree interne e a rischio spopolamento del nostro territorio.
Un importante step di questo percorso, che si concluderà con la challenge “Appennino Hack. Valorizzazione economica e turistica dell’Appennino” in programma a maggio, è stato il seminario andato in scena ad inizio marzo con la partecipazione, tra gli altri, del vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio Adriano Cevolotto e del presidente di Confindustria Piacenza Francesco Rolleri. Personalità con ruoli diversi a dialogo per ragionare su prospettive ed obiettivi comuni.
Un Parco culturale ecclesiale – Per il vescovo la carta vincente potrebbe essere quella della creazione di un Parco culturale ecclesiale, un modello di promozione territoriale, già adottato in altre diocesi, che interseca cultura, arte, devozione e valorizzazione del ricchissimo patrimonio religioso italiano. “Non si va avanti guardando lo specchietto retrovisore, ma anche lo specchietto retrovisore è un aiuto – ha detto -. Ci sono spazi non utilizzati che rischiano di diventare degrado. Certe zone, poco popolate nei mesi invernali, diventano mete turistiche nella bella stagione, polo attrattivo di persone e di iniziative. Si tratta allora da un lato di pensare ad una presenza che non si limiti solo ad alcuni momenti celebrativi, così come alla gestione di un patrimonio ecclesiale suggestivo e bello, però oneroso da sostenere per una piccola parrocchia e non sempre abitato o abitabile”. Cevolotto ha invitato le comunità di fedeli a fare rete. “Guardiamo ad esempio alla parrocchia di Fiorenzuola, che ha praticamente adottato Rompeggio – ha spiegato -. Due comunità gemellate. Non è questione di presenza, ma di legame. Il territorio non deve cadere nel rischio di marcature di confini. Se ci sono confini è perché possono essere attraversati”.

Appennino, una fotografia in numeri – Il presidente di Confindustria Rolleri ha poi affrontato il tema senza troppi giri di parole. “Definirla un’emergenza è poco. Tra quindici anni l’Appennino piacentino sarà quasi completamente spopolato”. Una preoccupazione causata anche dai numeri, per l’occasione presentati da Celeste Pacifico di Art-ER, società consortile della Regione. Le imprese in montagna in Emilia-Romagna sono in tutto 51mila, circa l’11% del totale, ed occupano 142mila addetti. Ci sono 370 scuole (107 Comuni montani hanno anche la scuola dell’infanzia), dieci ospedali di comunità e 29 case della salute (sulle 127 in Regione). Le debolezze e gli squilibri sono evidenti, ancor più se si pensa che il territorio montano e collinare – con i suoi 121 Comuni – rappresenta il 42% del territorio regionale, ma è abitato solo dal 10% del totale della popolazione emiliano-romagnola, di cui il 27% ha più di 65 anni.
“Smart working può essere risorsa, ma servono servizi” – “Ho sempre sostenuto che servissero prima di tutto giusti servizi – ha aggiunto Rolleri -, ma ci si scontra con ridicole composizioni nella forza organizzativa. Cinque anni fa ero convinto che la fusione dei Comuni in montagna, bocciata invece dai cittadini, fosse questione di sopravvivenza. E nutro ancora amarezza per quel tentativo fallito di eliminare le Province nell’ottica di una semplificazione dei livelli di governo. Non basta l’impegno della Regione – ha incalzato -, serve un Piano nazionale e con misure di aiuto che vadano oltre i primi due o tre anni di insediamento, altrimenti, com’è già successo, ci sono aziende che aprono in montagna, restano finché ci sono gli aiuti e poi si trasferiscono altrove. Lo smart working potrebbe essere una risorsa: resta però il problema che chi vive in queste zone ha bisogno di ospedali e di scuole”.
Il seminario in Cattolica ha visto intervenire anche il direttore generale della Provincia Vittorio Silva; Giovanni Pattoneri, direttore del Gal del Ducato e Pierangelo Romersi, direttore di Destinazione Emilia.




