Il punto di vista – La rinascita di Porta Galera passa attraverso l’educazione

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Il Direttore di questa testata mi comunica due buone notizie che riguardano quel quartiere che ho eletto a mia dimora, riconoscendo ad esso risorse e potenzialità per una rinascita che serva all’intera città.
A breve nel quartiere Roma, meglio definito con termine antico “Porta Galera”, si potrà leggere il Corriere Padano prelevandolo in due “cestelli” collocati in punti strategici. L’altra notizia è che lo stesso giornale aprirà il proprio ufficio commerciale nella Strada de’ Tibini (“Strada” e non “Via” rispetto a quella antica classificazione che distingue cantoni strade e vie). Sono anni che desideravo che un organo di informazione trovasse alloggio nel quartiere: lo stanno facendo non pochi professionisti, artisti, ma anche sindacati, partiti politici, associazioni di volontariato e di promozione culturale. Confesso che quando ne ho la possibilità, mi impegno nel chiamare qui tutti gli amici che pur in forme diverse, lavorano per la socialità e la valorizzazione delle diverse culture. E’ convinzione di molti che la rinascita di un comparto urbano così tanto vilipeso possa avvenire solo da una forma nuova di coesione sociale nutrita di valori e di legalità, di civiltà, di consapevolezza storica, di cultura e solidarietà. Il quartiere ha requisiti straordinari: una popolazione storica ancora fedele alle proprie origini, la volontà e la sana bellezza di popoli nuovi, di uomini e donne forti, di bambini bellissimi. A fianco di qualche disgraziato dedito a piccoli o meno piccoli “delitti”, sta crescendo il numero delle famiglie con voglia di lavorare e crescere figli. Questo complesso e progressivo mutamento della compagine sociale, che come ogni trasformazione necessita di governo e di servizi; a questo contribuiscono i sempre più numerosi studenti e professori dell’università, del Liceo, degli Istituti Scolastici e se è impensabile il ritorno al florido tessuto commerciale di una volta, mortificato ovunque da una insensata abnorme crescita dei centri commerciali, in Porta Galera si confezionano abiti, si rilegano libri, si disegna e si fanno illustrazioni, si progettano case, si ripara il riparabile.
Questo incoraggiante processo , che si oppone e contrasta sul campo ogni odioso episodio di effrazione alle regole del vivere civile, deve fare i conti con un disonorevole quanto immeritato stigma. L’Amministrazione Comunale sta facendo la sua parte per difendere la legalità; questa tuttavia non può essere demandata esclusivamente alle sanzioni (peraltro non sempre efficaci). Ciò che si tenta è la promozione della stessa legalità mettendo in moto quel lento ma risolutivo processo che risponde al nome di educazione. Essa alberga nelle scuole, ma trova ragion d’essere più efficace allorché si sviluppa un dialogo pacato e diffuso sui valori del vivere civile, sul rispetto dell’identità di ciascuno, sui diritti e i conseguenti doveri. Un giornale …, il giornale, sia esso di pagine o di pixel, assieme ai libri, è uno strumento indispensabile per la crescita umana.
Tanti anni fa, quando ancora lavoravo con i miei studenti vagheggiavamo il prototipo di una “città etica” costruita sui valori, primo tra tutti la libertà, che è l’ingrediente primo della democrazia e, come cantava Giorgio Gaber “ … è partecipazione”. Erano tempi nei quali il fanatismo ideologico insanguinava le strade; contro questa insensata barbarie lavoravamo tra le mura scolastiche, liberando tutte quelle idealità, sogni e utopie che conferiscono ai giovani un profumo di bellezza . Quando si trattò di dar forma concreta al valore della legalità, dopo lunga discussione, progettammo un insieme di panchine da collocare accanto ad una edicola: comode sedute messe in cerchio in modo da consentire ai lettori di scambiarsi opinioni su ciò che i giornali raccontano. In quell’ansia di libertà e giustizia, i miei allievi pensarono che ogni barbarie passata o futura poteva essere vinta da uomini consapevoli.
Recentemente Alberto Esse, che è artista e operatore culturale, ha proposto alla città un suo progetto che aveva già presentato se pur in una veste più dimessa: Esse dispone in cerchio molte sedie in diversi luoghi della città perché chi liberamente interviene possa discutere di temi che hanno attinenza con il luogo. L’operazione ha significati molteplici per quanto riguarda il nesso tra i luoghi e ciò che contengono, sia in forma materiale che evocativa: una sorta di affermazione di identità del dove e di recupero di una sua funzione: parlare di politica culturale al museo o nel palazzo pubblico recupera un aspetto dialettico che il museo stesso rappresenta, così come ragionare di lavoro ed economia in una fabbrica restituisce a questa un ruolo che va ben oltre i muri e le macchine. Ma ciò che ci interessa ancor più, è questo modo di ragionare “inter pares” su un tema umano e universale: quel cerchio nel quale ciascuno si siede mostrandosi nella propria interezza fisica senza interporre alcuna barriera reale o metaforica, è segno di una civile e rispettosa partecipazione che nulla a a che vedere con la presunta libertà sguaiata e spesso vile che propongono i social.
Noi che operiamo nella convinzione che il nuovo riservi sempre i buoni frutti di una evoluzione umana e che non vi sia una passata mitica età dell’oro, pensiamo che l’inevitabile incontro tra le diversità debba essere agito con coraggio (che è contrario del timore) e grande speranza. Il ragionamento che proponiamo non ha paternità religiosa né politica, non è di destra né di sinistra, cattolico, mussulmano o altro, non è “buonista” come in modo ignorante e sommario si definiscono coloro che nutrono speranza in un nuovo umanesimo, è solo ragione e visione di un futuro verso il quale inevitabilmente andiamo: la storia, se si ha la volontà di conoscerla e decifrarla, ammonisce sul pericolo di ogni tipo di restaurazione.

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