
E’ tempo di Fiera dell’Aglio a Monticelli, la 48esima per la precisione: se non fosse per il Covid questa sarebbe stata la 50esima, un traguardo che esprime buona parte della cultura agricola del territorio. Ne parliamo con Francesco Rastelli presidente della Cooperativa Produttori Aglio Piacentino più brevemente CO.P.A.P.
“La CO.P.A.P. nasce nel 1976 dall’unione di diverse aziende agricole con lo scopo di migliorare e salvaguardare, soprattutto dal punto di vista dei prezzi, la produzione della varietà locale di Aglio Bianco Piacentino, varietà molto apprezzata dai coltivatori e consumatori in Italia e all’estero per le sue proprietà…”
Ho notato che ultimamente avete ampliato la vostra offerta parallelamente ad una maggiore presenza sui mercati
“Ora siamo presenti in tante regioni attraverso la grande distribuzione: le Coop nord-est e nord-ovest, il gruppo GS – Carrefour ed Eataly. Abbiamo poi ampliato la gamma dei nostri prodotti: all’aglio bianco piacentino, alle cipolle bianche rosse e dorate, allo scalogno ed al pomodoro da salsa abbiamo aggiunto quelli che noi chiamiamo Condimenti “Famiglia genuina”. Sono l’aglio bianco piacentino all’agro in olio, le cipolle rosse e cipolle bianche caramellate e cipolle dorate in salsa dolce piccante. Prodotti di nicchia, ma di grande qualità per ristoranti e sempre più numerosi gourmet. La maggior parte dell’aglio marinato in commercio è cinese, quindi sa poco di aglio… Mentre il nostro è di un’altra categoria”.
L’Amministrazione comunale sta lavorando per classificare DE.CO alcuni prodotti del territorio, tra cui l’aglio piacentino…
“La DE.CO per l’aglio l’hanno già ottenuta, stiamo invece pensando di attivarci per ottenere un marchio europeo DOP o IGP, siamo soltanto in una fase preliminare. La nostra attenzione, in questo momento, è diretta al mercato, la concorrenza si sviluppa a livello mondiale: la qualità viene riconosciuta, ma spesso si scontra con il prezzo dell’aglio di importazione e questo è un problema, tant’è che la produzione di aglio in Italia continua a calare rendendo l’aglio un prodotto a rischio. Tante emergenze si sommano rendendone la coltivazione sempre più problematica: oltre alla concorrenza sempre più esasperata, la difficoltà a trovare mano d’opera, ora sempre più straniera gestita da cooperative di cui ti devi fidare sulla regolarità dei lavoratori e dei contratti. E’ un bel rischio”.
Quest’anno come è andato il raccolto?
“E’ andato bene, la produzione è stata buona, prodotto abbastanza uniforme, meno aglio piccolo rispetto allo scorso anno…”
Mentre l’impegno che state portando avanti per migliorare la qualità del prodotto garantendone la massima salubrità con l’Università Cattolica come sta procedendo?
“Partecipiamo a un progetto per combattere la fusariosi, responsabile del marciume secco che colpisce l’aglio in tutto il mondo, assieme all’Università Cattolica di Piacenza e Agrisilva. L’obbiettivo è quello di individuare gli agenti causanti. Il progetto porterà alla stesura di linee guida per la corretta gestione della filiera e minimizzare o azzerare la problematica. Con la Cattolica la collaborazione è datata all’inizio degli anni ’80 quando il dottor Gianluigi Ottolini affrontando il miglioramento genetico dell’aglio ne aveva creato una varietà che prese il suo nome “varietà Ottolini” resistente ai nematodi. Nel 1982 la varietà Ottolini è stata la prima varietà di aglio italiano ad essere iscritta all’ENSE (Ente Nazionale Sementi Elette). Nel ’94 ottenne la varietà Serena riuscendo ad eliminare la virosi nel bulbo generando una pianta virus-esente.
Nel tempo il nostro impegno è continuato per la tutela dei produttori e dei consumatori prestando molta attenzione alle lavorazioni.
Produciamo in modo tradizionale: raccolto a mano, steso al sole e non negli essiccatoi, naturalmente a costi diversi. Se poi il prezzo che spuntiamo non riesce a tener conto del modo diverso di lavorare diventa un problema. La soluzione sarebbe optare per la completa meccanizzazione del processo produttivo che non sarebbe un sacrilegio, ma comporterebbe una diversa organizzazione della filiera a beneficio del problema scarsità di mano d’opera”.
Quali sono i prossimi progetti su cui metterete mano?
“Siamo alla ricerca “un bando che ci aiutasse ad ampliare la virus-esenza dell’aglio: è un processo molto costoso, si tratterebbe di sterilizzare il seme su tutta la filiera. Poi stiamo ragionando come organizzarci meglio a livello commerciale perché la qualità del nostro aglio lo merita”.
Cosa ha favorito le coltivazioni dell’aglio piacentino nell’esprimere tanta qualità? Peraltro, riconosciuta da tutti…
“Penso sia la qualità del terreno, avendo avuto l’opportunità di conoscere diverse varietà italiane e straniere, mi son sempre stupito della diversità di gusto dell’aglio piacentino, considerando che siamo in una zona nord dell’Italia non beneficiamo di tutto quel sole di cui godono al sud. Molto probabilmente è la qualità del terreno: anche la cipolla e lo scalogno seminati nella nostra zona ottengono risultati migliori sia qualitativo che di gusto. Quindi la spiegazione sta nella qualità del terreno, limitato però alla zona della Bassa Piacentina”.




