Fondazione di Piacenza e Vigevano,
se Beniamino Anselmi si facesse da parte…

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anselmiDopo aver eletto, nei giorni scorsi, i tre componenti aggiuntivi e raggiunto la pienezza della composizione, il consiglio generale della Fondazione di Piacenza e Vigevano è pronto a riunirsi per votare il presidente che succederà a Giacomo Marazzi. Lo farà domattina, venerdì 15 marzo, al termine di una vera e propria “campagna elettorale” che ha visto al centro due candidati: Sergio Giglio, consigliere eletto dalla Camera di commercio e quindi espressione del mondo economico, e Francesco Scaravaggi, candidato esterno al consiglio, che gode dei favori della Curia a cui guarda il settore del volontariato, del mondo accademico e dei ben cinque rappresentanti della comunità di Vigevano. Al momento non è facilmente decifrabile l’attribuzione dei voti che esprimeranno i rappresentanti di Comune, Provincia: seppur incerto fino all’ultimo, l’esito favorevole delle votazioni viene attribuito dai più alla candidatura di Francesco Scaravaggi.
Raccontata così sembrerebbe la storia di un ordinario rinnovo cariche, seppur riguardi la più importante espressione sociale privata piacentina. Purtroppo così non è perché dietro la formalità delle votazioni si è sviluppata una contrapposizione che ha raggiunto toni inadeguati ed eccessivi, fino a chiedere l’intervento della magistratura da parte della presidenza uscente a preventiva tutela del “buon nome” della Fondazione.
Cosa divide le due parti che si contendono la presidenza?
Sostanzialmente l’approccio alla ineludibile ristrutturazione delle attività della Fondazione a causa della preoccupante perdita di valore del patrimonio e quindi, in prospettiva, dell’inevitabile contrarsi delle risorse disponibili a beneficio del territorio. Come i lettori sanno, alcune infelici operazioni finanziarie (“derivati” e affini) e industriali (vicenda Banca Del Monte di Parma) hanno “stressato” la consistenza patrimoniale. La cordata che segue Giglio propone una operazione di chiarezza che non eluda la responsabile valutazione del patrimonio e che non escluda una sorta di ristrutturazione degli elementi che lo compongono. Tutto ciò al fine di garantire maggiore sicurezza alle attività che la Fondazione dovrà sviluppare sul territorio nei settori indicati dallo statuto.
ambrosioLa cordata che si stringe attorno all’attuale presidenza e che propone la candidatura di Scaravaggi non è altrettanto severa nelle valutazioni e tende a minimizzare le perdite di valore, soprattutto per evitare che emerga la chiara inadeguatezza e quindi dannosità delle scelte operate. Di seguito, anzi prima, li preoccupa, essendo loro i maggiori beneficiari, che una più severa valutazione del patrimonio possa portare una immediata contrazione delle risorse da distribuire sul territorio.
Marcello Pollastri, in uno sferzante articolo (Corriere Padano 14 febbraio), sottolineava l’incapacità di mediazione dei rappresentanti delle istituzioni piacentine Comune e Provincia mettendo in evidenza l’assoluta assenza nelle fasi decisionali più delicate. A mio parere non basta, per completare il quadro occorre focalizzare sul comportamento della Curia che ha fin qui rinunciato a qualsiasi iniziativa di pacificazione, soprattutto in un quadro politico e sociale governato quasi per intero da esponenti cattolici. Come poteva non rinunciare, avendo lasciato via libera ai “colonnelli curiali” schieratisi immediatamente per la difesa dei valori della questua e quindi per la continuità?
Il disorientamento dei cattolicissimi Dosi e Trespidi forse risulta più comprensibile.
Il consiglio generale esprimerà sicuramente un presidente, ma il pericolo più evidente sarà il perdurare della incomunicabilità tra le due parti. Situazione non auspicabile, perché potrebbe minare la gestione della Fondazione. Per rendere più praticabile il canale delle diplomazie, anche “last minute”, gioverebbero segnali di disponibilità da entrambe le parti.
Uno su tutti sarebbe la rinuncia di Beniamino Anselmi a sedere di nuovo nel nuovo consiglio di amministrazione. Essendo l’esponente più preparato e con maggiore esperienza finanziaria e bancaria, la sua brillante carriera ne fa fede, gli si accredita maggior peso nelle decisioni che hanno portato all’acquisto delle azioni Banca del Monte di Parma e sulla politica di investimenti finanziari portata avanti dalla Fondazione. Purtroppo non tutte le ciambelle riescono con il buco. Di seguito, meno attenzione della Curia verso gli interessi mondani della politica e più per l’attività pastorale.
Sarebbero due segnali di discontinuità che gioverebbero al dibattito ed al recupero dell’armonia indispensabile per la gestione della Fondazione.

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