Il neo segretario generale del Comune Filippini: “Consiglio da sforbiciare”. Sollevazione bipartisan

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filippiniSi piacciono, sono narcisi. Mentre declamano al microfono si ascoltano compiaciuti; quando occorre   alzano i decibel , perché fa sempre un po’ scena. Volgono la testa di qua e di là, magari sbandierando i fogli di appunti in mano. A volte ci infilano delle pause lunghissime, studiate, un po’ come faceva Craxi. Poi, a tempo debito,  tirano l’immancabile occhiata ai banchi della stampa, come a dire: “Sentito bene? Quello che sto dicendo è importante, non tutto il resto. Ragion per cui, scrivete…”. Eccome se si piacciono, questi nostri consiglieri comunali. Quelli di oggi e quelli di ieri. E’ quasi fisiologico: arrivi a sedere su quei banchi e, salvo sporadici casi, vieni intaccato da un piccolo delirio. Nessuna colpa, ben inteso: il protagonismo politico è sacrosanto. Ma la sollevazione polemica bipartisan seguita alle parole del neosegretario Vincenzo Filippini – “qui si fanno troppe sedute di Consiglio e gli interventi sono troppo lunghi” ha detto – non fa altro che ispessire quella crosta che vuole i politici membri di un club a sé stante, un po’ lontani dal pensare comune. Bisogna essere onesti: il segretario comunale Filippini ha ragione. Punto. Se non abbia perso tempo o se si sia impicciato di cose che non lo riguardano, come si ritiene, non è affar nostro sindacare. Filippini ha fatto osservazioni di buon senso. Con pacatezza ha spiegato che forse sarebbe il caso di cambiare registro. Meno chiacchiere e più fatti. Vivaddio.
Non bisogna però rischiare di scentrare il tema. Va infatti riconosciuto che i consiglieri pagano la frustrazione che nasce dal rapporto tra la Giunta e il Consiglio. Da anni l’aula è stata spogliata di tante competenze, via via affidate all’organo esecutivo, la giunta appunto. Giunta che negli ultimi anni non ha certo brillato per efficienza e per aver licenziato moli di pratiche amministrative. Cosicché il Consiglio, privato di tante discussioni sostanziali che ne costituivano la ragione essenziale di sopravvivenza.  si è via via tramutata in un consesso un po’ platonico.
Comunque sia, di sforbiciare quei Consigli, soprattutto i tempi degli interventi, se ne parla da più di dieci anni, ma mai nessuno è riuscito a interrompere certe lungaggini snervanti. Anzi, quando qualche anno fa si è provato a modificare il regolamento per il funzionamento dei tempi a disposizione di ciascun gruppo, il risultato è stato peggiore di prima. I “ragazzoni” del Consiglio si sono attrezzati, hanno capito come salvaguardarsi gli spazi e ora le comunicazioni durano un’eternità. Intervengono tutti. Certo, la segnalazione del cittadino è importante, anzi fondamentale. Ma anche la foto o le due righe sul giornale. Con il risultato che troppo spesso le discussioni sono sterili, noiose, senza un perché. Il “taglio” eccome se è urgente e sarebbe bello se i nostri politici non la prendessero troppo sul personale.
Ma attenzione: chi ha avanzato il sospetto che lo spropositato numero di Consigli che si celebra a Piacenza (44 in un anno, superiore di gran lunga a tutte le altre città emiliano romagnole) trovi nel gettone di presenza la sua giustificazione, si sbaglia. La vera ragione è più psicologica. Osservandoli e confrontandosi da anni con i nostri politici, si capisce chiaramente come  l’appuntamento con il Consiglio comunale rappresenti una flebo di autostima. Sono stati eletti dai piacentini ed è giusto che siedano a Palazzo Mercanti. Ma non per questo si deve esagerare.

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