di Roberta Suzzani – Una cosa è certa: siamo di Piacenza. E ci piace dirlo. E rimarcarlo. E rincarare la dose fino allo sfinimento. Elencando sul filo della memoria tutto quello che fa di un piacentino un piacentino. A cominciare da quella strana abitudine di leggere il quotidiano locale a cominciare dal fondo. Ma non proprio dal fondo fondo, dalle “Lettere al direttore” per intenderci. Un po’ più in su: dalla pagina dei morti. Quindi Sei di Piacenza se… s’at guerd tutt i dé in sla Libartè la pagina di mort. Con buona pace del vero dialetto.
Quello del “Sei di… se…” è un vero e proprio tormentone campanilista che gira su Facebook, abbraccia tutt’Italia – c’è la versione di Palermo, Frosinone, Mestre, Rovigo, Treviso, Napoli, Croce di Piave… – e che in casa dei Farnese ormai conta 5613 contatti (numero che con ogni probabilità è destinato a crescere già alla fine di questo articolo) .
Nato poche settimane fa da un’intuizione di IRiparo – brand di riparazione di Ipod, Ipad e tutto quello che può sfracellarsi cadendoci maldestramente dalle mani – in un batter d’occhio ha invaso la rete diventando un fenomeno sociale e, per certi versi, culturale. Un fenomeno dilagante che non accenna a volersi spegnere e che potrebbe trasformarsi in una festa all’ombra del Gotico con il sindaco Paolo Dosi desideroso di abbracciare tutti i suoi (con)cittadini orgogliosi delle loro origini.
Giochi, modi di dire, foto, ricordi, ironie che ci fanno sentire a casa, personaggi che tutti conoscono ma di cui nessuno sa nulla. L’Amarcord, in questo gioco in cui sono vietate le tre “p” – polemiche, pubblicità e politica – è quasi d’obbligo.
«Completate la frase», chiedevano gli amministratori al lancio del gruppo. Così è stato fatto.
Sei di Piacenza se… e ognuno ci ha messo il suo. Quasi tutti ci abbiamo messo come, perché e cosa vuol dire essere “del sasso”. Un senso di appartenenza riscoperto che cozza con l’immagine del piacentino acido e irritabile – ladro o assassino – che se ne sta nel suo e del vicino di casa non vuol proprio sentire parlare. Eppure la forza di Facebook – o forse quella della voglia di protagonismo – ha forzato gli indugi anche dei più timidi.
Quindi “Sei di Piacenza se…”
… sclami metum via baraca e buratei e andum a Ca a fe la suta..
…se E i Turtlitt di Carnevale.
…se non stuzzichi, sighi;
non ti addormenti, passi via;
non hai mai vomitato semmai, butti indietro;
non inciampi, scapussi; non sei rigido, sei ringo; non ti spaventi, prendi, uno stramlone, non svieni, ti viene un balordone, non hai la faccia tirata semmai, frogna, non prendi, cattu su; non sei di fretta ma di spressi, non corteggi, vai dietro; non fai figuracce solo tolle, non urli vosi, non critichi mai, magari pari dietro, non ti dai da fare semmai ti sciulli, non ti vanti ti dai delle arie, non vai ai funerali ai morti ci vai dietro, non accendi la luce pissi il ciaro, non sei triste hai la camola,
non ti arrabbi dai fuori di matto, non hai i brividi ma gli sgrisloni, non hai mai avuto problemi con il francese “tanto il piacentino è uguale”.
In questo turbine di modi di fare, dire e luoghi del cuore non possono certo mancare i piatti. Anolini, pisarelli, tortell, il brasato la piccula e tra questi spunta anche il tanto contestato pomodoro in forma di passata prodotta da Arp. Sempre restando in tema di rosso le maglie del Piacenza che fu, quando in campo sfilavano Valentini, Regali, Zanolla, Gambin e Gottardo. Quando la conquista della B era una festa cittadina tutto merito di “Gibbi” Fabbri. Quando c’era la Casa della Bambola, Il Fulmine e la Casa del Bianco dove adesso ci sono Zara, Benetton e Oyshio.
E a guardar bene, forse, dietro a questo rigurgito di piacentinità gridata c’è un pizzico di malinconia di una città a cui piaceva essere provinciale.
E tanto per capirci, sei di Piacenza se voli basso e schivi i sassi. Vula bass e schiva i sass.




