
di Elena Caminati – Qualcuno ha lasciato all’ingresso del Rifugio Segadelli una borsa con la frutta, una mela e qualche arancia. Un gesto semplice che arricchisce di speranza chi lo riceve. Sono i senza tetto del dormitorio comunale, ad oggi dieci uomini tra i 20 e i 45 anni, italiani e stranieri che vivono in strada. Ognuno di loro ha una storia diversa, certamente nessuno ha deciso volontariamente di diventare clochard. Oggi chi arriva a bussare quella porta, che si affaccia praticamente sui binari della stazione, fino a pochi anni fa viveva dignitosamente grazie ad un lavoro che in questo momento non è più una certezza. È proprio questo, insieme ad conseguente disgregazione dei legami familiari e ad una dipendenza magari al gioco d’azzardo, che porta nel giro di 3 mesi a perdere tutto e non avere più una casa. E’ accaduto anche a Paolo, che ha deciso di restare nell’anonimato; prima responsabile di reparto nel settore metalmeccanico, nel chimico, poi la crisi, il licenziamento, la disoccupazione, fino a che non si ha più il denaro per comprarsi da mangiare, tantomeno per pagare un affitto, e non resta che la strada, che accoglie, non giudica ma mette alla prova.
Paolo è arrivato al rifugio segadelli 13 anni fa, da allora è un’altra persona, oggi ha un nuovo lavoro che gli permette di avere un appartamento e vivere dignitosamente. Parla timidamente e preferisce non farsi riprendere dalla telecamera, ma mentre racconta la sua storia gli occhi hanno una luce nuova, oggi è convinto di avercela fatta. “Ho lavorato prima nel settore meccanico, poi nel chimico. La crisi mi ha fatto perdere il posto di lavoro, i sussidi di disoccupazione sono terminati e mi sono trovato, in pochi mesi, senza una casa, in mezzo alla strada. Non ho mai avuto paura – ci dice con sicurezza – ho sempre evitato di frequentare personaggi poco raccomandabili e mi sono sempre occupato dei fatti miei”. Al rifugio Segadelli ha trovato accoglienza, conforto e soprattutto un letto nel quale riposare. Oggi un lavoro Paolo l’ha trovato, un’occupazione che gli permette di essere indipendente.
Gianni Bonadè (nella foto) ha dedicato gli ultimi 18 anni della sua vita ai disperati, a quelli che arrivano dalla strada con i quali si cerca di intraprendere un cammino di recupero. Da 12 anni è responsabile del dormitorio comunale Segadelli, e di persone che ce l’hanno fatta ne ha viste tante, ma anche tanti che non vogliono farsi aiutare.
“Ci sono persone che si trovano a vivere in modo randagio e disumano nel giro di pochi mesi – spiega Bonadè – la disgregazione dei legami familiari, la perdita del lavoro sono le cause principali”. Il Segadelli è aperto della 20.30 alle 8 del mattino, 12 posti letto, una sala per la cena, uno spazio all’aperto, docce e bagni. Esistono poche regole che vanno rispettate. “Ci sono poche regole, soprattutto l’obbligo della doccia nel rispetto di se stessi e degli altri – spiega – alla sera si cena, gli ospiti possono lavare gli abiti con la lavatrice e l’asciugatrice in modo che possano uscire da qui in modo decoroso”.
Dal Segadelli si può uscire con lo spirito di rivalsa, certo un dormitorio non basta ma è il primo passo verso un cambio di mentalità. “Il valore aggiunto che un’associazione di volontariato può dare è fare ascolto, capire la persone. Fare in modo di ridare una motivazione per continuare a vivere per riprendere in mano la propria vita. Gli strumenti ci sono – prosegue Bonadè- le persone che vogliono dare una svolta ce la possono fare”.
Nel 2014 sono passate almeno una volta al Segadelli 160 persone, il picco soprattutto nei mesi estivi, quando altre strutture sono chiuse. Per i mesi invernali, i piacentini hanno offerto al rifugio coperte e sacchi a pelo, ma il freddo morde molto meno della crisi. Gianni Bonadè è per i senza tetto del Segadelli una colonna portante; “Diciotto anni fa – racconta – ho sentito la necessità di fare un cambiamento, di abbandonare la carriera e il guadagno e di dedicarmi alle persone bisognose. Ho cambiato la mia vita, senza pentimenti”.




