Emergenza medicina territoriale – Lino Anelli: “Monitorare le liste di attesa”

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“Un nuovo ospedale? Non so se sarà utile o no. Il problema per il
nostro territorio è la sanità di oggi. Le risposte che riesce a dare ai
bisogni dei cittadini”.
E’ questo il punto che sottolinea Lino Anelli del Coordinamento
provinciale salute e medicina territoriale che, da prima della
pandemia, ha preso avvio a seguito del progetto di ristrutturazione
dei servizi predisposto dall’Ausl nel 2017 che suddivideva le
funzioni sanitarie dei presidi ospedalieri presenti con la
trasformazione dell’ospedale di Piacenza in un hub principale e il
ridimensionamento degli ospedali di Fiorenzuola e
Castelsangiovanni dove è prevista una tipologia chirurgica di
supporto all’ospedale principale. Il coordinamento territoriale
affida alla sua pagina facebook una ricca rassegna stampa di tutto
quello che si pubblica sui temi della sanità piacentina e anche i
punti di vista del gruppo formato da una rete di associazioni (ci
sono Legambiente, Rete di mutuo soccorso, Terme Valtrebbia
ecc.. ma anche alcune componenti della Cgil). Per il
Coordinamento salute “Il sistema piacentino è ormai appoggiato
allo sviluppo di una sanità privata che si sta sviluppando in questi
anni in modo spaventoso. Siamo di fronte a una scelta – dice Lino
Anelli – se vogliamo davvero difendere la sanità pubblica
dobbiamo oggi cambiare quel piano sociosanitario del 2017 o per
lo meno rivederlo”.
Se durante la pandemia tutto il personale pubblico era rivolto alla
cura del Covid adesso che il problema si è ridotto vediamo che le
strutture private hanno preso piede e non abbandonano più quello
che si sono conquistate in quei mesi terribili e il risultato qual è?
Mentre continua la carenza di medici, di risorse ecc. rischiamo
che il nostro sistema diventi come quello lombardo dove il 54%
della sanità ormai è in mano ai privati, privarti convenzionati, ma
privati.
Al di là dei tanti elementi positivi che vanno riconosciuti – spiega

  • tra cui lo sforzo del personale ospedaliero perché le cose
    funzionino, c’è da dire che tutto il sistema delle liste d’attesa sta

saltando. Un tema su cui proprio in queste settimane il
Coordinamento salute ha avviato un progetto.
Sportello per monitorare le liste d’attesa
Ora, al di là della denuncia, il coordinamento ha in serbo alcune
iniziative concrete che hanno l’obiettivo di sensibilizzare i
cittadini ma anche di fornire uno strumento per monitorare da
vicino i disservizi legati soprattutto alle liste d’attesa aprendo uno
sportello per raccogliere casi e segnalazioni. Sicuramente sarà
online ma non è escluso che possa diventare anche un punto di
ascolto fisico. “Se i corsi di formazione per la procedura avranno
buon esisto potremmo aprire lo sportello fisico a Piacenza. La
sede? Potrebbe essere quella di Legambiente ma abbiamo preso
anche contatti con la Cgil.
Vediamo se questo progetto potrà svilupparsi. Un’analoga
iniziativa è partita a Lodi e quel coordinamento ha aperto lo
sportello con il sindacato.
Il primo passo però sarà lo sportello on line in cui forniamo
materiale per chi vuole saperne di più. Vogliamo ricordare alle
persone che si tratta di un diritto esigibile che l’Ausl deve
rispettare. E’ un’iniziativa che ha anche lo scopo di fare pressione
sull’Azienda affinché le strutture deputate a rispondere a queste
richieste siano rafforzate”.
Se si guarda all’esperienza avviata a Lodi i risultati possono essere
soddisfacenti. “In una sola settimana di attività 16 persone hanno
avute risposte”. Un inizio.
Bobbio, l’ospedale osservato speciale
Uno dei prossimi appuntamenti importanti per il Coordinamento
salute sarà Bobbio. Qui i problemi non chiariti sul futuro
dell’ospedale meritano secondo Anelli una particolare attenzione.
“Si, a Bobbio – conferma Anelli – c’è il problema dell’Osco
(Ospedale di Comunità) su cui si sta tagliando nei fatti tutto
quello che era stato promesso”. Da anni risultano stanziati i soldi

per la messa in sicurezza della struttura ospedaliera e per la casa
della salute. In un incontro con l’Unione dei Comuni e con l’Ausl
abbiamo chiesto garanzie su quello che dovrà essere realizzato
nella casa della salute – racconta Anelli – ma ci è stato risposto che
ci andranno i medici di medicina generale, se vorranno, e quindi si
spenderanno 376mila euro per costruire muri e poi, forse, dentro
non ci andrà nessuno.
Le nostre richieste riguardavano soprattutto l’ospedale.
Chiedevamo infatti che l’Osco di Bobbio tornasse quello che era
fino al 2015, cioè un piccolo ospedale. Che non fosse solo un
punto di riabilitazione per lungo degenza ma fosse anche un punto
ospedaliero con un minimo di potenziamento per medicina
d’urgenza, ortopedia ecc. Se in un primo momento c’era stata
questa apertura e si era detto di trasformarlo in ospedale di
montagna si è trattato di fatto di un’apertura del tutto simbolica
perché nel merito nessuno ha spiegato che cosa sia un ospedale di
montagna. Inoltre nella definizione delle funzioni ospedaliere che
fa la regione non esiste il caso “ospedale di montagna”. E siamo
ancora lì. In quell’incontro si era detto che partivano i lavori per la
messa in sicurezza ma sono rallentati”.

Riguardo ai servizi forniti a Bobbio, come quello per la cura
dell’osteoporosi, Anelli sottolinea come queste siano tutte
“funzioni non fisse”. Sono state accordate dall’Ausl su
prenotazione o con presenze periodiche a seguito della protesta dei
sindaci della valle. In sostanza a Bobbio l’unica cosa strutturale
sono i 24 posti letto per la lungo degenza e il piccolo pronto
intervento.
“Tutto il resto – rimarca Anelli – sono briciole di prestazioni che
vengono erogate periodicamente o su prenotazione e sempre
quando ci sono le disponibilità dei medici. A Bobbio, a parte il
medico di medicina che segue reparto di lungo degenza, non ci

sono medici in organico, vengono tutti da fuori quando hanno
tempo o su prenotazione. La nostra richiesta era che Bobbio
anche se piccolo avesse le caratteristiche ospedaliere che significa
con una sua base operativa di medici, infermieri, specialisti e con
presenze fisse rispetto ad alcune patologie, ma direi che siamo in
alto mare”.
I finanziamenti? Per solo per i muri… ma il personale?
A risolvere i problemi aperti, soprattutto per il personale, non
vengono in aiuto neppure i finanziamenti legati al PNRR.
La Regione assegna 500 milioni per le Case della salute per
strutture tecnologiche, servizi di telemedicina e in totale per
Piacenza sono a disposizione 23 milioni di euro… perché non
colgono l’obiettivo secondo voi? Semplice – sottolinea Anelli – è
stato spiegato in un incontro pubblico dalla direttrice generale
dell’Ausl che questi soldi saranno spesi per i muri, per realizzare
le strutture. C’è un’altra voce di finanziamento legata al PNRR ma
i fondi regionali sono ancora tutti da definire. Non sappiamo
ancora la ripartizione. Ma ci chiediamo come funzioneranno le
strutture senza gli operatori?”
Su questo tema si mette in rilievo un paradosso che riguarda
proprio il personale. A parte la stabilizzazione di alcune persone
per compensare la quota di turn over – spiega Anelli – sia a livello
nazionale sia regionale permangono ancora i limiti di spesa
previsti dai vari documenti di economia e finanzia nazionale per
gli organici. E quindi, di fatto, siamo ancora in fase di blocco delle
assunzioni. Non è un paradosso? E’ vero, la Regione ha aperto la
stabilizzazione di precari perché non se ne può farne a meno. Se
non lo avessero fatto almeno con la quota di medici precari
impiegati durante la pandemia si sarebbe corso il rischio che
saltasse tutto”.
E questo sarebbe un altro capitolo delicato, gli organici della
sanità e sulle condizioni contrattuali – segnala il rappresentante di
coordinamento salute. “Per quanto riguarda la sanità, se si scappa

dal sistema sanitario è perché si viene pagati di più ma anche
perché nel privato si trova un sistema di orari diversi. Chi va a
lavorare nel settore pubblico sa quando inizia il suo turno ma non
sa quando ne uscirà. C’è poi anche il problema della
contrattazione difficile finché a livello nazionale restano i blocchi
della spesa. Resto convinto che anche questa situazione sia
collegata a quello che dicevo inizialmente. Il tutto è legato a una
scelta di privatizzazione. Non mi aspetto grandi cambiamenti di
strategia. Resistendo a questa tendenza chiaramente in atto forse
qualcosa può essere raggiunto… si può riuscire a strappare
qualcosa…”
Il punto di partenza la riorganizzazione Ausl del 2017
Questa riorganizzazione così non va – segnala Anelli – Le
ragioni? Semplice, praticamente quello che viene fuori è un
modello di tipo lombardo che pone una serie di problemi.
Dapprima il venire meno di una diffusione territoriale della rete
ospedaliera – elenca Anelli – e quindi una concentrazione su
Piacenza di un maggior numero di funzioni. Lo avevamo già
denunciato al tempo di quella decisione che questo avrebbe
portato a ricadute negative sui tempi d’attesa. Conseguenza? Il
disagio sarebbe ricaduto sui cittadini costretti a lunghi spostamenti
per andare a incrociare le patologie che non erano più servite negli
ospedali periferici. Ovviamente, in questa situazione, con una
medicina territoriale che non esisteva, il progetto di Casa della
salute che l’Ausl aveva proposto all’interno del piano socio-
sanitario 2017 non è mai decollata”.
Case della salute? “Progetto incompiuto”
Tra le ragioni individuate una su tutte si staglia. “Le case della
salute? Erano incomplete – segnala Anelli – e per due motivi.
Innanzitutto si basavano sostanzialmente sulla disponibilità del
Medici di Medicina Generale e in secondo luogo perché, al di là
della programmazione sulle Case della salute mancavano

assolutamente le risorse per dotarle di personale per visite, esami
ecc. e va anche considerato che tutto questo è avvenuto all’interno
di un contesto nazionale di tagli pesanti alla sanità che si stavano
ripetendo già da qualche anno.
E’ evidente quindi che considerati tutti i fattori il piano del 2017
non stava in piedi sia per la sua strutturazione sia perché mancava
di quel supporto che invece il blocco delle assunzioni e il taglio
alla sanità aveva determinato.
Aggiungo anche una considerazione. Sul nuovo ospedale, su cui si
è fatta molta discussione, la questione non è se un ospedale nuovo
può essere utile o no. Il problema è che se ci sarà funzionerà tra 10
o 15 anni quindi il problema è la sanità oggi.
Credo che non si possa continuare a parlare di nuovo ospedale e
non affrontare invece le carenze della rete ospedaliera così come è
oggi.”
La critica del rappresentante del Coordinamento provinciale va
oltre: “Oltretutto abbiamo sottolineato che quel piano 2017
lavorava contro l’ipotesi di medicina territoriale… perché Casa
della salute e medicina territoriale hanno senso se organizzate
anche attorno a un ospedale, a un polo ospedaliero. Mi spiego
meglio. Non puoi fare una Casa della salute a Ferriere e avere
come unico punto di riferimento ospedaliero Piacenza. Devi
costruire rete di medicina territoriale che veda assieme risposta
ospedaliera e medicina territoriale, Case della salute e assistenza
domiciliare ecc. E’ questo il punto.”
Nei progetti si era parlato di Case della salute all’interno delle
quali ci sarebbero stati gli ambulatori degli specialisti ospedalieri
che andavano sul territorio soprattutto per l’assistenza ai cronici…
Secondo il rappresentante del Coordinamento provinciale salute
così non succede. Almeno non in tutti i casi.
“Per alcune sì per altre no. La medicina territoriale, se la si vuole
fare veramente, deve puntare su un’organizzazione che integra la
presenza ospedaliera e quella territoriale. Vorrei essere chiaro:
nessuno nega che gli ospedali assumano una specializzazione

particolare. Così per Castelsangiovanni e Fiorenzuola ma non si
può eliminare da questi poli ospedalieri quella risposta d’urgenza
che deve essere accessibile. S’intende pronto soccorso ma anche
medicina d’urgenza e si devono avere anche le strutture
ospedaliere su cui appoggiarsi. L’arrivo della pandemia ha reso
ancora più evidente le fragilità e la carenza di organico, un pezzo
della rete ospedaliera ridimensionata come per esempio a
Fiorenzuola che è un cantiere aperto”.
“I sindaci protestano dopo, ma prima sono con l’Ausl”
Anelli parla anche della necessità di un nuovo protagonismo dei
sindaci espressione dei territori e portatori delle istanze dei loro
cittadini. Si attivano sempre quando scoppia il problema – dice –
iniziano a protestare però, quando abbiamo fatto gli incontri, tutti
a difendere l’Ausl. Del resto non va dimenticato che il piano di
riorganizzazione attuale ha avuto il voto di tutti i sindaci o quasi
tutti. In quelle occasioni devo dire che noi del Coordinamento
salute e medicina territoriale ci siamo presi non pochi pesci in
faccia.
Da qui dunque l’attività autonoma – spiega – con iniziative nei
paesi alcune già fatte altre in programma. A cosa servono?
“Naturalmente cerchiamo di sollecitare i cittadini a prestare
attenzione a quello che sta succedendo. Oggi più che mai
l’attenzione è indispensabile perché a nostro parere la situazione si
sta ulteriormente aggravando”. Aggravamento dovuto in
particolare al periodo della pandemia che ha “scarnificato quel
poco di capacità di resistenza che aveva ancora la nostra rete
ospedaliera. Per questo – dice Anelli – pensiamo sia urgente in
questa fase riprendere la discussione su come riorganizzare la rete
potenziandone la distribuzione. La storia dimostra che,
concentrando tutto su un unico hub quello di Piacenza il sistema
va in crisi. Sia perché la struttura del territorio richiede che ci sia
la distribuzione territoriale e sia perché, con questa carenza di
organici e di risorse non possiamo pensare che tutte le risorse che

ci sono vadano verso la costruzione di un nuovo ospedale quando
gli ospedali attuali stanno andando al collasso per la pressione che
arriva dal territorio”.

Antonella Lenti

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