Export molto forte, approfittando del fatto che fuori dall’Italia la crisi economica assomiglia sempre di più ad un ricordo, e comparto alimentare “appetitoso”, ma per il resto l’economia piacentina è ancora inchiodata a numeri preoccupanti.
E’, in sintesi, il quadro – fatto più di ombre che di luci – tratteggiato dal presidente di Confindustria Piacenza, Emilio Bolzoni, sulla base dell’ormai abituale check up periodico a cura dell’Ufficio Studi dell’associazione degli industriali piacentina su un campione di aziende locali che assommano 9mila addetti e un fatturato di circa 3 miliardi di euro.
In cifre, il dato generale del fatturato manifatturiero segna un calo dello 0,69% per il secondo semestre 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012.
Giù anche l’occupazione: bruciato un altro 0,96% di posti di lavoro, il che si traduce anche in un 8,12% in termini di tasso di disoccupazione. Meglio della media regionale, che è dell’8,45%, ma pensando ai numeri del non lontanissimo 2010 – si era al 2,9% – il vulnus della crisi emerge in tutta la sua drammaticità.
Se il fatturato interno (-2,32%) è da lacrime, regala invece qualche sorriso quello estero (+3,28%, ma l’anno precedente si era registrato un +5,31%): a trainare tutti è il settore alimentare (+7,12%), il che appare come uno spiraglio di speranza se si considera che l’Expo 2015, intolato “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita” e centrato proprio sulla sfida di “assicurare a tutta l’umanità un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile”, è ormai alle porte.
Stabile la meccanica, fiore all’occhiello della presenza estera del ‘Made in Piacenza’, continua a perdere pezzi l’edilizia: il dato del -13,94% lascia pensare che molti ormai si limitino ad attendere il “rimbalzo”, se mai ci sarà.
Mentre il premier Matteo Renzi annuncia misure che potrebbero dare un po’ di ossigeno ad un’economia nazionale davvero illanguidita, riduzione della burocrazia con semplificazione degli adempimenti e chiarezza e sveltimento normativo continuano ad essere il cuore delle richieste a Roma degli industriali: l’esempio dell’Inghilterra (un giorno e una sterlina per avviare un’attività) rispetto all’Italia (40 adempimenti, con costi notevoli) è uno schiaffo alle colpe di chi tiene in vita questo “mostro” normativo.
Qualche responsabilità però va attribuita anche a chi, alla faccia del “rischio d’impresa”, continua a non investire (ad esempio su formazione, Ict, ricerca e sviluppo): domanda inferiore alle attese, difficoltà di reperire risorse e paletti burocratico-amministrativi vengono citati come attenuanti dagli intervistati nello studio, ma l’ulteriore calo del 5,57% negli investimenti, in un solo anno, dovrebbe suggerire anche un pizzico di autocritica in più.




