

Il parroco antifascista che si unì alla Resistenza venne fucilato a soli 35 anni dai fascisti di Salò al Cimitero di Piacenza nell’inverno 1945
Dopo la commemorazione dell’uccisione di Don Giuseppe Borea davanti alla sua tomba il 4 febbraio scorso, il nipote omonimo Giuseppe Borea si è mostrato fiducioso: “La strada verso la beatificazione di Don Borea ci sembra più aperta di prima. Stiamo camminando con la diocesi per portare avanti la figura di Don Borea soprattutto sotto l’aspetto religioso ed è un cammino cominciato col Vescovo Ambrosio e che continua oggi con Monsignor Cevolotto che abbiamo di nuovo incontrato: siamo soddisfatti perché ci sembra che la strada verso il processo di beatificazione sia davvero aperta oggi.” La cerimonia è stata officiata dal cappellano militare Don Bruno Crotti e vi hanno presenziato i consiglieri comunali Salvatore Scafuto in rappresentanza della sindaca, Paola Gazzolo, Andrea Fossati, il presidente dei partigiani cattolici Mario Spezia, Stefano Pronti in rappresentanza dell’ANPI provinciale e il presidente del Museo della Resistenza piacentina di Sperongia Andrea Losi.
Nato a Piacenza nel 1910, Giuseppe Borea venne avviato al sacerdozio dallo zio monsignore e parroco Riccardo Scala. Divenne prete nel 1936 e fu curato prima a Morfasso, poi a Bardi e dal 1937 ricoprì l’incarico di rettore a Obolo, nel comune di Gropparello. Nonostante fosse un prete di campagna, dimostrò presto insofferenza verso il fascismo, creando attività alternative alle parate di regime, organizzando in contemporanea spettacoli teatrali e incontri pubblici. Ciò gli attirò il sospetto dei fascisti e gli costò nel 1942 una denuncia come ‘sovversivo’ e l’arresto con l’accusa di propaganda antifascista. La sopraggiunta caduta di Mussolini gli evitò il processo e gli valse la scarcerazione. Dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943 aderì alla Resistenza partigiana coi fratelli, prestando servizio nei Corpi volontari della libertà dell’Alta Val d’Arda col nome di battaglia di ‘Pius’. Prestò assistenza spirituale all’ospedale militare di Bramaiano di Bettola e la sua canonica fu usata come nascondiglio per fuggiaschi, profughi e partigiani e per la distribuzione e occultamento della stampa e altro materiale clandestino, finendo tra le figure più ricercate in provincia dalle autorità collaborazioniste di Salò. Il 28 gennaio 1945, a causa di una delazione, Don Borea venne arrestato dalla Guardia nazionale repubblicana: fu quindi trasferito al Carcere di Piacenza, processato sommariamente e il 4 febbraio 1945 venne fucilato contro un muro di cinta del Cimitero di Piacenza. Negli ultimi momenti rifiutò benda e sedia prima della fucilazione e perdonò i suoi carnefici. “Il grado di una civiltà si misura anche da come sa conservare il ricordo dei suoi cittadini migliori – ha spiegato Don Crotti – Piacenza non può dimenticare don Giuseppe Borea.”

BREVI RIFLESSIONI SU DON BOREA, a nome dell’Amministrazione comunale, del consigliere SALVATORE SCAFUTO
– OGGI rendiamo omaggio – alla memoria di don Giuseppe Borea, Testimone di fede e carità cristiana sino agli ultimi istanti della sua vita, venne ordinato sacerdote nel 1936 e l’anno seguente, a soli 27 anni, il vescovo Menzani gli affidò la parrocchia di Obolo, frazione di Gropparello, dove si sarebbe speso con entusiasmo e dedizione non solo per portare conforto e porsi come guida spirituale per gli abitanti, ma anche per migliorarne la qualità di vita. La costanza e la determinazione con cui cercò sempre la via del dialogo – senza arretrare di fronte alle minacce di ritorsione delle gerarchie fasciste, che mal tolleravano il suo impegno sociale – gli permisero di portare avanti progetti di fondamentale importanza per la sua gente: dall’attivazione della linea elettrica al percorso educativo in oratorio per i più giovani, cui trasmise i valori e gli insegnamenti dell’Azione Cattolica.
Questo giovane sacerdote di montagna, così presente e attento ai bisogni della sua comunità, di cui condivise anche le difficoltà e gli stenti, ebbe sempre a cuore gli ultimi e i sofferenti. Fu con questa attitudine, che già nell’ottobre del 1942 aveva chiesto di essere arruolato al fronte come cappellano militare, nell’intento di essere vicino ai soldati nelle trincee e sui campi di battaglia, ovunque vi fosse l’urgenza di assistere e ridare speranza a chi andava incontro alla morte. Il permesso, dalla Diocesi, non sarebbe mai arrivato, ma quando – dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 – la guerra giunse in modo drammatico e devastante anche tra le nostre colline, don Giuseppe non esitò: sorretto dal suo coraggio e dalla sua forza gentile, nel giugno del 1944 diventò cappellano della 38° Brigata della Divisione Val d’Arda, comandata da Giuseppe Prati.
In quei lunghi, durissimi mesi, don Borea continuò ad essere – ancor più di prima – un punto di riferimento non solo per i suoi parrocchiani, ma per tutti coloro che avrebbero incrociato il suo cammino, bussando alla porta, sempre aperta, della sua canonica. Egli fu al fianco di partigiani, militari, prigionieri, condannati all’esecuzione, senza mai fare distinzioni di parte: ciò che contava era l’umanità delle persone che avevano bisogno di aiuto, di sostegno o, semplicemente, di una parola di fede, di un gesto d’amore, di quella pietà che nel conflitto era venuta a mancare.
Furono le sue mani a chiudere gli occhi alle vittime dell’eccidio del Passo dei Guselli, le sue mani strette in quelle dei genitori, figli e fratelli cui doveva portare la tragica notizia di una morte, le sue mani a ricomporre e restituire dignità ai poveri resti di tanti partigiani uccisi, celebrandone le esequie. Come Nuccia Casula, giovane studentessa originaria di Varese, uccisa sul nostro territorio durante un rastrellamento, di cui don Giuseppe raccolse la salma rimasta per qualche giorno sotto una fitta coltre di neve, per darle sepoltura nel piccolo cimitero di Obolo.
Ma quella figura esile e altruista, capace di non tirarsi mai indietro laddove poteva farsi strumento di pace, faceva paura più delle armi. Quando lo arrestarono, nel gennaio del 1945, dovette subire accuse infamanti e ingiuste, fu sottoposto a un processo iniquo in cui non vennero ammessi testimoni in sua difesa, nonostante fossero numerose le persone che avrebbero voluto spendersi per proclamarne l’innocenza. Solo dopo la Liberazione, i responsabili di quelle calunnie e della sua uccisione sarebbero stati condannati, la validità del processo inficiata, le gravissime falsità nei suoi confronti smentite completamente.
Il suo sacrificio si iscrive nel solco del contributo determinante che il mondo cattolico diede alla Resistenza, annoverando oltre 2000 Caduti – di cui ben 1177 iscritti all’Azione Cattolica e alla Gioventù italiana del Movimento – e più di 2500 feriti gravi. Furono 730 i sacerdoti imprigionati o vittima di torture per non aver accettato la connivenza con ideologie violente e di sopraffazione, di cui 315 assassinati o mai più tornati dai campi di concentramento in cui vennero deportati. La fede e una solidarietà senza confini restarono sempre la loro bussola, ad ogni passo. Così fu per don Giuseppe, quando il 9 febbraio del 1945, di fronte al muro del cimitero urbano, ebbe davanti a sé il plotone d’esecuzione. Rifiutò la sedia, non volle essere bendato. “Muoio innocente – disse – perdono di cuore coloro che mi hanno fatto del male e anche voi che state per sparare”. La sua coerenza, la limpidezza d’animo, il suo straordinario esempio restano ancora oggi un faro luminoso di altissima levatura morale e civile.
Commemorando oggi, alla presenza delle autorità politiche, civili, militari e religiose, nonché del nipote Giuseppe – che desidero ringraziare per la sua costante e infaticabile opera di tutela della memoria – l’Amministrazione comunale rende il tributo commosso e partecipe di Piacenza a uno dei suoi tanti figli caduti per la libertà, martire nel nome della pace, dell’amore e della carità cristiana. Ci uniamo Perché questa commemorazione il ricordo di questo grande uomo sia un’ ulteriore tappa di consapevolezza e gratitudine nel ripercorrere il cammino della nostra storia.




