Deposito nazionale scorie nucleari,
“Non a Caorso, abbiamo già dato”

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L'ex centrale nucleare di Caorso
L’ex centrale nucleare di Caorso

di Elisa Calamari – Il 2 gennaio Sogin, società che gestisce gli ex impianti nucleari italiani, ha depositato presso l’Istituto superiore per la protezione ambientale la mappa con l’elenco dei siti idonei ad ospitare il deposito nazionale per le scorie nucleari: un documento che scotta e che era atteso da tempo, ma il cui contenuto resta al momento segreto. Sogin fa conto sulle auto-candidature dei territori ma fra queste, ammesso che ce ne saranno, non spunterà di certo quella di Caorso. Né di Piacenza. “Non qui, abbiamo già dato”: lo hanno dichiarato a gran voce l’assessore regionale all’Ambiente Paola Gazzolo, lo ha dichiarato l’intera Regione approvando due risoluzione per dire ‘no’ alle scorie in Emilia e naturalmente lo hanno dichiarato il Comune di Caorso e i suoi cittadini, che da tempo convivono con l’ex impianto atomico ‘Arturo’ e che non hanno nessuna voglia di ospitare un maxi deposito.

Il sindaco Roberta Battaglia, per rimarcare il concetto, lo ha anche messo nero su bianco nella prima pagina del giornalino informativo comunale distribuito a tutte le famiglie del paese: “Attendiamo di conoscere le mappature dei siti ritenuti idonei, tra i quali, in base ai criteri già individuati, non risulta Caorso per la vicinanza ad un importante corso d’acqua qual è il Po. L’individuazione del sito nazionale sarà comunque un passo storico ed un tassello fondamentale in vista della decommissioning. Ma c’è un’altra urgenza che tutti i sindaci sede di impianti nucleari hanno evidenziato, ponendo richiesta ufficialmente al ministero della Sanità: rendere noti i dati dell’indagine epidemiologica, per poi presentarli nel corso di incontri ufficiali pubblici alle popolazioni interessate”. Battaglia si è anche attivata per sollecitare la Regione alla convocazione del ‘Tavolo della trasparenza’, organismo istituzionale all’interno del quale Sogin sarà chiamata ad informare circa le fasi d’avanzamento dello smantellamento dell’impianto.

Fabio Callori, ex primo cittadino di Caorso e attuale vicesindaco, nonché presidente della Consulta Anci dei Comuni sedi di servitù nucleari, conferma la posizione di Battaglia e ribadisce che i criteri di esclusione sanciti da Sogin di fatto escludono Caorso dalle aree idonee ad ospitare il deposito. Poi non risparmia una stoccata: “La mappa è stata depositata con un notevole ritardo, ora è indispensabile che non ci siano ulteriori rinvii anche perché ricordo che nel 2025 è previsto il rientro dall’estero dei nostri rifiuti radioattivi. E’ fondamentale che venga presto individuato il sito che ospiterà il deposito e soprattutto che venga realizzato”. La pensa così anche Angelo Giostri, consigliere comunale di minoranza del gruppo ‘Il patto per Caorso’ nonché ex dipendente dell’impianto nucleare caorsano, che afferma: “Deve essere chiuso il ciclo, portando a termine la dismissione e realizzando il deposito, che non può essere sul nostro territorio vista la presenza del Po. Noi chiediamo che si dia effettiva realizzazione al proposito di riportare Caorso al cosiddetto prato verde. La preoccupazione, però, è che si ripeta quanto accaduto nel 2003 dopo l’individuazione di Scanzano Ionico: e se non riuscissimo a trovare un’area che accetti le scorie?”. Se prevarrà la politica del ‘Nimby’ (Not in my backyard, ovvero ‘non nel mio giardino) servirà infatti un piano B. Al momento nessuno sa, o sarebbe meglio dire nessuno comunica, quale potrebbe essere questa seconda opzione.

CARATTERISTICHE DEPOSITO – DATI FORNITI DA SOGIN

Ispra avrà due mesi di tempo per esaminare la mappa presentata da Sogin e un altro mese servirà al ministero dell’Ambiente per il nullaosta, poi il documento sarà pubblicato e verrà avviato il confronto con gli enti pubblici dei territori interessati. Passaggi che sulla carta sembrano semplici ma che nella realtà, e quanto accaduto nel 2003 a Scanzano Ionico lo conferma, rischiano di diventare impraticabili. Rischiano di scontrarsi con la ferma opposizione delle località indicate (si parla di un centinaio di siti idonei dislocati in 12 regioni italiane, prevalentemente al Centro-Sud) e con la tipica lungaggine burocratica italiana. Per evitare l’impasse Sogin intende seguire un percorso basato sulla massima trasparenza e uno dei punti fermi sarà spiegare in dettaglio come sarà costruito il deposito: “E’ progettato sulla base delle migliori esperienze internazionali – spiega proprio la società – e secondo i più recenti standard Aiea (Agenzia internazionale energia atomica) che consentirà la sistemazione definitiva di circa 75mila metri cubi di rifiuti di bassa e media attività e lo stoccaggio temporaneo di circa 15mila metri cubi di rifiuti ad alta attività. Dei circa 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi, il 60% deriverà dalle operazioni di smantellamento degli impianti nucleari, mentre il restante 40% dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca che continueranno a generare rifiuti anche in futuro”. I rifiuti atomici saranno protetti e isolati dalla biosfera attraverso tre barriere ingegneristiche. La prima è rappresentata dai contenitori metallici, al cui interno i rifiuti risultano già condizionati con una matrice cementizia a prova di corrosione. Nel futuro deposito i contenitori saranno poi inseriti in moduli di calcestruzzo speciale (garantiti per 350 anni) con dimensioni di tre metri, due metri e 1,7 metri. In questi moduli i contenitori saranno nuovamente cementati. Infine la terza barriera: tutti i moduli saranno a loro volta inseriti in celle di cemento armato con dimensioni di 27 metri per 15,5 metri per 10 metri, garantite a loro volta per 350 anni. Una volta riempite, le celle saranno sigillate e ricoperte con più strati di materiale opportuno, allo scopo di rendere impossibile qualsiasi infiltrazione d’acqua. A ulteriore garanzia di sicurezza ci sono i criteri dell’area che potrà ospitare il deposito: non potrà essere nelle vicinanze dei vulcani e delle aree sismiche, escluse anche le zone soggette a frane e inondazioni, le fasce fluviali, le altitudini sopra i 700 metri e con pendenze superiori al 10%, i parchi o luoghi di interesse naturalistico, le zone carsiche, i centri abitati; distanza di oltre cinque chilometri dalle coste marine, di almeno un chilometro da strade, autostrade e linee ferroviarie, distanze adeguate anche da dighe, aeroporti, poligoni militari, zone di sfruttamento minerario, attività industriali.

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