
Davanti al piccolo bar, poco più in giù della Scala, incontrai degli americani. Un viceconsole con due che studiavano canto ed Ettore Moretti, un italiano di San Francisco, che era ufficiale nell’esercito italiano. Presi qualche cosa con loro, uno dei cantanti si chiamava Ralph Simmons e come nome d’arte Enrico del Credo. Non ho mai saputo se cantasse bene o no, ma, a vederlo, pareva sempre sul punto di far grandi cose, era grasso e intorno al naso aveva una tumidità da febbre da fieno. Tornava da Piacenza, dov’era stato a cantare la Tosca con enorme successo.
“Naturalmente lei non mi ha mai sentito cantare”, disse.
“Quando canterà a Milano?”
“Quest’autunno, alla Scala”.
“Scommetto che ti buttano le poltrone”, disse Ettore. “Vi hanno già raccontato quando gli tirarono addosso tutto il teatro, a Modena?”
“È una sfrontata bugia”.
“Gli tirarono le poltrone”, disse Ettore. “C’ero anch’io. Ne tirai sei io stesso”.
“Sta zitto mulatto”.
“Non sa l’italiano”, continuò Ettore. “E dappertutto gli tirano le poltrone”.
“Piacenza è il più brutto posto dell’Italia settentrionale per cantare”, disse l’altro tenore. “Credetemi, un posto infame per cantare”. Si chiamava Edgar Saunders.
Questo brano compare poco prima della metà di Addio alle armi, romanzo in larga parte autobiografico che Ernest Hemingway ambientò durante la Grande Guerra per lo più nel nostro Paese. Opera infinitamente superiore ai più celebrati Per chi suona la campana e soprattutto Il vecchio e il mare – qui la prosa si presenta scarnificata senza dover attingere a qualche forma di simbolismo sentimentale più o meno d’accatto per ammiccare al lettore – celebra il pubblico emiliano come pubblico estremamente esigente in fatto d’opera. In particolar modo spicca quello piacentino: il teatro della nostra città risulta essere una specie di temibile banco di prova, se non si viene fischiati al Municipale si può cantare in tutto il mondo. Del resto non solo Verdi è nato (ed è tornato a vivere) da genitori piacentini tutto sommato più vicino a Piacenza che a Parma, ma il nostro Novecento si è caratterizzato per alcuni grandi cantanti, tra cui occorre ricordare almeno il baritono Piero Campolonghi e i tenori Gianni Poggi e Flaviano Labò. Qualche cosa nell’aria e nel dna, se parliamo d’opera, ci sarà dunque proprio.
È quindi da cogliere come un’ottima notizia quello che si è verificato domenica pomeriggio in occasione della replica de La forza del destino di Giuseppe Verdi. L’interpretazione del baritono Kiril Manolov ha lasciato insoddisfatto il “popolo del loggione”, che s’è fatto vivo per segnalare la propria disapprovazione a forza di mugugni, mentre qualcun altro prendeva le difese del cantante bulgaro replicando in dialetto: “Canta te ca t’è un bullo”. Ottima notizia perché vuol dire che a distanza di quasi novant’anni da Addio alle armi il pubblico piacentino si conferma pronto magari a dividersi, ma senz’altro a esprimere un’opinione. E in quest’epoca fin troppo prona agli eventi non è poca cosa. Ne sarà uscita rinfrancata il soprano Anna Pirozzi, che al contrario ha incassato grande apprezzamento.
Vale la pena ricordare come nacque, La forza del destino. Nel gennaio del 1861 Verdi firmò un contratto che lo vincolava a scrivere un’opera che il Teatro Imperiale di San Pietroburgo avrebbe prodotto durante la stagione seguente. Scartata l’ipotesi di trarre il soggetto dal Ruy Blas di Victor Hugo (vi si narra la scalata al potere di un valletto che gode dei favori dell’Imperatrice: poteva risultare sgradita agli zar), si risolse per Don Álvaro o La fuerza del sino, dramma di Ángel de Saavedra rappresentato a Madrid nel 1835, affidando il libretto al fedele Francesco Maria Piave. Tuttavia il sopralluogo in Russia lo portò a uno scontro: non voleva infatti che il soprano La Grua fosse della partita. La messa in scena dovette così ritardare di un anno, perché il cast fosse tutto all’altezza.
La forza del destino debuttò il 10 novembre 1862 con un successo strepitoso. Anche se qualche isolato contestatore ci fu: si trattava di giovani seguaci del compositore Mikhail Glinka che desideravano più attenzione alla produzione russa, all’epoca fin troppo prona alla grande tradizione dell’opera italiana. Si dice che Verdi non diede peso alle critiche. Tuttavia vedendolo in scena gli sembrò che il finale dell’opera fosse pomposo e drammatico. Lo riscrisse alla luce dei Promessi sposi: il protagonista non più suicida, ma pervaso di cristiana rassegnazione. Come tutti i grandi, sapeva che c’è sempre spazio per migliorare e che qualche fischio non fa certo paura.




