Più o meno all’inizio del suo mandato, il sindaco Dosi telefonò a me e al teologo Enrico Garlaschelli per fare a entrambi la medesima proposta: avresti voglia di far parte del Consiglio della Biblioteca Passerini Landi? Ricordo che mi trovavo dentro il magazzino editoriale di Melampo, la casa editrice presieduta da Nando dalla Chiesa a Milano, trasformato in spazio eventi. Avevamo organizzato la presentazione di un libretto a cui avevo anch’io contribuito. E stavo spostando seggiole, verificando che il microfono funzionasse, interrogandomi sulla presenza o meno di bottigliette d’acqua. Non sono infatti mai riuscito a scindere la militanza culturale dalla manovalanza culturale. E va bene così.
Chiesi a Paolo che cosa comportasse la nomina. Paolo fu assolutamente sincero: si trattava di un organo consultivo le cui riunioni erano rare. Come tale valeva qualcosa solo se i membri – tre consiglieri comunali, l’allora direttrice Rossella Parma, il discendente di una famiglia di benefattori dell’istituzione e due membri “di chiara fama culturale” della città, vale a dire noi due – avevano voglia di spendersi. Chiarì anche che si trattava di una nomina per la quale non era previsto alcun compenso. Accettammo subito entrambi, e non so se in quegli anni fummo utili, ma posso dire per certo che lui totalizzò il cento per cento di presenze alle riunioni e io ne saltai solo una, verso la fine, perché la sovrapposizione con un impegno lavorativo non era risolvibile. I nostri referenti in biblioteca erano stupefatti, tale assiduità era del tutto inedita.
All’epoca mi vennero mostrate più volte le statistiche degli accessi e delle richieste di prestito. La curva di crescita della Passerini Landi era stupefacente: negli anni gli utenti si erano moltiplicati. Era una sensazione che avevo già come frequentatore di quegli spazi, ma vederla rappresentata in maniera puntuale era un’altra cosa. Non solo: anche le altre biblioteche cittadine crescevano con convinzione.

Una delle idee di cui si parlò a un certo punto in Consiglio, ma che rimase lettera morta, era quella di spostare la biblioteca di viale Dante – che è ancora oggi in un casottino a un piano e si articola in tre stanze, di cui solo una con tavoli per studiare – in un’ala della dismessa stazione dei vigili del fuoco. Era infatti un periodo in cui si facevano tante ipotesi, come ad esempio portarci il Cassinari. A me pareva una sciocchezza: i licei artistici devono stare vicino al patrimonio monumentale e museale, non in periferia, inoltre si sarebbero create per gli alunni che abitano in provincia difficoltà logistiche. Oppure si facevano tentativi: per un breve periodo il cortile interno divenne un parcheggio a pagamento, ma la cosa non funzionò.
Eppure quell’idea, che senz’altro necessitava di risorse e progettazione, era l’idea giusta per tanti motivi. Intanto perché viale Dante è una via lunga e popolata che fa da cerniera tra la zona centrale della città e la periferia verso la Val Trebbia, e il servizio sarebbe stato reso a un numero alto di cittadini. Poi perché si tratta di una zona in cui sono molte le scuole: in poche centinaia di metri medie (il Carducci, la Dante e la Caduti sul lavoro) e superiori (il Casali, il Leonardo, il Tramello e l’Itis) con una popolazione scolastica complessiva che forse non ha eguali in città. Infine perché un edificio lasciato non vissuto invecchia con velocità e presto è da rifare tutto quanto si è guastato.
A tutto questo, oggi si è unita una nuova ragione. In zona, dopo la grande Esselunga si è inaugurato un Penny cui seguirà un terzo grande supermercato, approvato pochi mesi fa dall’amministrazione e il cui cantiere è già operante. Il piccolo commercio – e in viale Dante da sempre ci sono macellerie, pizzerie al trancio, una pescheria celebre, gelaterie – soffre e soffrirà sempre di più.
La chiusura di ogni saracinesca non rappresenta solo un operatore senza più lavoro: è un elemento di crescita del degrado urbano. Sulle saracinesche calate fioriscono le scritte e i disegni osceni, le vetrine non più illuminate vengono spaccate. La sicurezza non si fa con le ronde. Si fa con il presidio civile, con le persone che vivono gli spazi. E come nei Giardini Margherita sarebbe meglio riportare i giochi per i bambini che c’erano un tempo invece di chiudere i cancelli o mettere divisori antibivacco sulle panchine, in viale Dante c’è un atto forte, politico e umano insieme possibile: riprendere quel progetto. Dare spazio a una grande biblioteca che con il suoi viavai di studenti e lettori abbia un effetto tonificante per il commercio e di presidio per il territorio.




