Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita”.
Questa frase – abissale e memorabile – compare nel libro di Philippe Forest Tutti i bambini tranne uno, che i lettori italiani scoprirono nel 2005, stampato dell’editore ALET di Padova (sarebbe poi stato ristampato da BUR e infine da Fandango). Nelle trecentocinquanta pagine belle e strazianti della sua opera lo scrittore francese ci racconta di quando sua figlia Pauline, di appena tre anni, iniziò a sentire male al braccio sinistro. Di come quel male si rivelò in breve un cancro raro. E di come quel cancro, tra speranze vane e ricadute, la spense dopo un anno di tentativi e di cure. Tuttavia fu un anno bellissimo: Forest e sua moglie Alice scoprirono un modo di essere famiglia, di amarsi, di starsi accanto, di donarsi tempo e accudimento, che non c’era mai stato prima e non ci sarebbe stato in seguito. Finito quell’anno non solo i due genitori rimasero senza la loro bambina, ma si persero e finirono per separarsi.
“Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo”.
Questo è invece l’attacco – sempre abissale e memorabile, ancor più alla luce di quello che lo segue – di un altro libro autobiografico: Marte (sottotitolo Il cavaliere, la morte e il diavolo) di Fritz Zorn, scritto nel 1976, pubblicato in Italia con grande successo da Mondadori nel 1978 e ora disponibile per i tipi di Gabriele Capelli editore. Fritz ha avuto tutto dalla vita (“Provengo da una delle migliori famiglie della riva destra del lago di Zurigo, chiamata anche la costa d’oro”, scrive ancora), tranne la capacità di darle un senso che non sia il costante senso di vuoto. E così quando arriva la malattia, pur essendo il suo corpo minato, la sua anima finalmente guarisce. Così questo suo diario di un periodo infausto (Fritz riesce a concludere quanto ha in animo di scrivere, poi muore) è ancora una volta un diario su un periodo paradossalmente felice.
Ho sempre trovato ammirevoli i libri che ho citato. Non solo per la loro qualità letteraria, ma anche – e soprattutto – perché quella qualità è l’esito formale di una meditazione umana profonda. Di una capacità di visione sul dolore mentre lo si vive che a me è preclusa (e lo so per certo: sono stato malato di cancro, e non ho mai avuto il coraggio e la lucidità che Forest e Zorn dimostrano in abbondanza). Ora dunque non posso che aggiungere a queste due letture un libro piacentino appena uscito presso Scritture, Tra le braccia di Fritz (sottotitolo La mia bella estate col cancro) di Antonella Lenti, giornalista che è stata corrispondente de “l’Unità” negli anni Ottanta, in seguito direttrice di questo stesso settimanale e infine vice-caposervizio di “Libertà”. Oggi ne è felicemente collaboratrice esterna, ha ripreso il suo tempo: è stato uno dei doni di Fritz – nome dato al suo cancro al seno – che nella “bella estate” (in realtà ben più di un’estate) passata insieme, l’ha portata tra le altre cose a riconsiderare gli anni vissuti di corsa, a lungo da precaria, per fare il mestiere di cui si è innamorata da giovane.
Nelle duecentotrenta pagine del libro – che si apre con una prefazione del professor Luigi Cavanna e si chiude con un commento della psicologa Michela Monfredo e una postfazione del professor Giorgio Macellari – Antonella Lenti è molto generosa con il lettore, permettendogli di vivere da vicino quello che ha vissuto lei. Si apre con la tentazione di negare tutto (“Sarà mica un cancro? Noooo!”) e prosegue con la constatazione dello stato dei fatti, con la presa in carico da parte dell’ospedale, con la terapia (che ha effetti tremendi), con l’operazione, con la radioterapia successiva (comprensiva di microtatuaggi utili al puntamento), con il mantenimento. Ma soprattutto, passo dopo passo, a ogni azione clinica si accompagnano le vicende della vita privata: dalla voglia famelica di carne che prende l’autrice un giorno (succede, come al contrario succede di non tollerare più sapori amati, durante la chemio) al sostegno ricevuto dal compagno e dagli amici, dal lavoro che deve andare comunque avanti fino alle esplorazioni di spazi medici sempre nuovi, con le loro pratiche e la loro umanità.
In coda c’è il dopo, la testimonianza, la voglia di dire, di esibire il proprio corpo sopravvissuto e proprio per questo ancora più bello, la partecipazione alle raccolte fondi. Infine, c’è questo libro. Perché ci sia un senso: aiutare chi è malato, favorire una conoscenza diffusa che porti ognuno di noi a essere tempestivo nel recarsi dal medico di fronte al sospetto di malattia. È un aiuto che possiamo dare a noi stessi e non solo.




