
Da un po’ di tempo a questa parte ci si interroga sui motivi della subalternità di Piacenza a Parma. Perché la nostra città non è cresciuta né si è sviluppata come l’orgogliosa ex capitale del Ducato?
Alcuni sostengono che le ragioni vanno ricercate nel primo secolo dell’età moderna, il glorioso Cinquecento. E precisamente nell’anno di poca grazia 1547, quando il Duca Pier Lugi Farnese, figlio del papa Paolo III, dinastia Farnese, cadde sotto i colpi dei congiurati. Tra i sostenitori di questa tesi c’è Domenico Ferrari Cesena, già docente di informatica alla Cattolica, a lungo capodelegazione del Fai, grande appassionato di storia locale.
Professore, è verosimile indicare la causa dell’attuale modestia di Piacenza in quel fatto di sangue del XVI secolo?
“Guardi, Piacenza nel basso medioevo era una città ragguardevole, decisamente più importante di Parma. La nostra città contava trentamila abitanti, Parma soltanto diciannovemila. I piacentini della loro città erano orgogliosi: nel 1200 Piacenza era conosciuta in Europa, mentre adesso in Europa non sanno che esiste; spesso anche in Italia ci misconoscono, spessissimo ci scambiano per una cittadina lombarda, non sanno bene dove Piacenza si trovi. Che cosa è successo? Ecco, per me il principio del decadimento è iniziato proprio allora, in quel 1547”.
Com’è possibile?

“Seguiamo le vicende della nostra città: dopo l’uccisione di Pier Luigi siamo stati aggregati, per breve tempo, alla Lombardia per poi, nei tre secoli seguenti, diventare sudditi di Parma: ora il Duca risiede a Parma e sappiamo bene come nel Rinascimento – di cui i Farnese sono una famiglia simbolo – i signori regnanti fossero come monarchi assoluti e le loro capitali non potessero che trarne giovamento, anche dal punto di vista culturale e dal punto di vista architettonico. Insomma, per me la perdita del ruolo di capitale del Ducato, con il trasferimento dell’autorità a Parma, ha inciso da subito sul morale dei piacentini, determinandone un vero ‘abbacchiamento’. Per trecento anni le persone di censo e cultura che si muovevano attraverso il continente e la penisola fecero riferimento a Parma, gli illuministi riconoscevano il ruolo di Parma e vi si recavano. D’altronde, appunto, Parma era una capitale: più à la page, più moderna, una piccola Parigi. Dell’antica capitale che fu, Piacenza conservò soltanto il Supremo consiglio di giustizia, tutto il resto seguì i duchi nella nuova città capitolina”.
E i piacentini ne soffrirono a tal punto da modificare il loro carattere?
“I piacentini hanno cominciato a sviluppare allora un complesso di inferiorità tenace, persistente, nei confronti di Parma: tre secoli di loro supremazia del resto non potevano non lasciare il segno.
A Piacenza, dopo l’assassinio del duca, non successe niente: né ribellioni, né sdegno contro i congiurati; subentrò invece una sorta di depressione collettiva. Faccio un esempio: è scandaloso ma significativo che i reperti di Veleja siano custoditi nella Pilotta di Parma e che Piacenza, colonia romana prima per fondazione (218 a.C.), non abbia nemmeno un museo archeologico. Poi è vero che un aneddoto sostiene che quei reperti a un certo punto furono offerti a Piacenza e che i piacentini li rifiutarono. E’ un aneddoto, probabilmente infondato, che tuttavia in qualche modo rispecchia il carattere della nostra città. Poi, che nella contemporaneità i parmensi siano stati più bravi a far conoscere la loro città, a creare il brand Parma, non c’è dubbio, ed è difficile ormai per Piacenza recuperare le posizioni perdute. Si potrebbe fare qualche passo e per farlo bisognerebbe imitare Parma, ma non lo si fa”.
Cosa si dovrebbe fare per valorizzare il nostro patrimonio culturale ed artistico?
“Mi lasci dire, innanzitutto, che non sono d’accordo con chi sostiene che Piacenza è una città triste. Ultimamente si sta muovendo bene, per esempio con le mostre sul Guercino e sul Pordenone e si dovrebbe andare avanti su questa strada. I giovani che lavorano nel campo culturale sono bravi. Siamo però deboli economicamente per il semplice fatto che non abbiamo grandi aziende: a differenza di Parma non ne abbiamo costruite di grandi e solide. E anche per la cultura l’economia conta, eccome. Parma è diventata quel che è anche da questo punto di vista perché i suoi industriali la sostengono economicamente. Da noi dal secondo dopoguerra sono sorte tantissime imprese che però non sono cresciute, non superando praticamente mai la dimensione familiare. Il dato positivo, se vogliamo vederlo, consiste in un patrimonio straordinario da valorizzare, patrimonio ambientale ed enogastromico. Di questo le nostre classi dirigenti devono rendersi conto, puntando sulla bellezza. Abbiamo un territorio ipercostruito e la cementificazione va fermata in nome della difesa del territorio e del paesaggio. La gente oggi, su queste tematiche, è finalmente sensibile e la classe dirigente, ancora una volta, è invitata a rendersene conto.
La mia impressione è che noi piacentini, sempre a differenza dei cugini parmensi, non possediamo sufficiente orgoglio civico. Il piacentino è individualista, a Parma sanno fare squadra. Penso che anche questa sia una eredità cinquecentesca, dell’assassinio del duca Pier Luigi e con lui di un futuro di piccola capitale”.




