Cittadella, serve uno scavo archeologico lungo e costoso

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di Giuseppe Marchetti, geologo – Chi scrive è stato forse tra i primi geologi ricercatori universitari italiani a occuparsi dei rapporti intercorrenti fra evoluzione fisica del paesaggio e popolamento antico. Questa attività è stata prevalentemente svolta in collaborazione con il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna (Cattedra di Topografia dell’Italia Antica). In questo quadro, molte sono state (e sono) le ricerche attinenti al territorio piacentino. Fra queste, in funzione del tema in esame, vale la pena di ricordare i seguenti lavori a stampa: “Geomorfologia e città di fondazione in Pianura Padana: il caso di Placentia” – “La geografia fisica di Piacenza romana” – “Urbanistica e Geomorfologia nel settore centrale della Pianura Padana: i casi di Piacenza, Pavia e Cremona”.
In questi lavori, notevole rilevanza era stata attribuita al fatto che i centri storici delle tre citate città erano stati edificati, presumibilmente già a partire da antichi nuclei neolitici, in una posizione geomorfologicamente assai significativa.
Tutti questi centri abitati, infatti, sono collocati nelle immediate adiacenze dell’orlo di una scarpata fluviale (gradino topografico alto almeno 10 metri) inciso dal Po (Piacenza e Cremona) e dal Ticino (Pavia), posta a divisione di una superficie topografica superiore da una superficie posta a quota inferiore.
Essi sono infatti sorti, con grande evidenza, su alte superfici pianeggianti (non inondabili) affacciate “a balcone” su sottostanti ripiani, potenzialmente inondabili (se non artificialmente
difesi). Questi bassi ripiani, di età olocenica (su quello di Piacenza corre Viale S. Ambrogio, con le adiacenti costruzioni), si sono formati per progressiva deposizione di materiali alluvionali all’interno di profondi solchi precedentemente incisi (circa diecimila anni fa) dai corsi d’acqua prima citati all’interno delle superfici di appartenenza delle unità superiori. Nel caso specifico della città di Piacenza, queste distinte azioni delle correnti fluviali (prima erosione, poi deposizione) sono state esercitate dal Po. Va però sottolineato che, sempre nel caso di Piacenza, la fase erosiva del Po ha “smangiato” la porzione più settentrionale del grande conoide di deiezione del Trebbia.
In altre parole, tutta la “Piacenza antica”, a partire da Palazzo Farnese/Piazza della Cittadella, è stata edificata su una superficie con ossatura costituita da prevalenti ghiaie eterometriche ed eterogenee (talora alquanto grossolane) provenienti dallo smantellamento del nostro Appennino e accumulate dal Trebbia nel sottosuolo della città primitiva; i depositi del piano basso (quello di Viale S. Ambrogio) corrispondono invece a prevalenti limi e sabbie depositate dal Po. Nelle pubblicazioni richiamate in premessa, si poneva l’accento sul fatto che i nuclei storici delle tre città prese in esame erano collocati nelle porzioni di territorio adiacenti all’orlo di scarpate fluviali e, in particolare, nelle vicinanze di importanti confluenze fluviali. Veniva così dimostrato che queste fasce di territorio dovevano (e devono) a priori essere giudicate, per intrinseci motivi idrogeomorfologici, ad elevato rischio archeologico.
Anche per questo motivo, bene ha fatto allora il Comune di Piacenza a predisporre un’indagine archeologica preventiva, atta a definire in termini pratici il grado di questo rischio. L’indagine è stata purtroppo condotta tramite semplici perforazioni a carotaggio (di 10 cm di diametro!!) secondo una maglia quadrata di 10 m. I risultati ottenuti, basati su questo particolare modo di procedere, hanno destato forti preoccupazioni anche in chi ne ha seguito la realizzazione (vedi oltre). In definitiva, le indagini eseguite, seppur lodevolmente portate a compimento e dettagliatamente illustrate, non potevano certamente escludere la presenza di strutture e reperti in grado di imporre il “fermo progetto” per pericolo di intercettazione di elementi archeologicamente significativi (tali da esigere il “fermo cantiere”).
I motivi di questa affermazione, tenuto conto di quanto sopra riportato, trovano riscontro nei seguenti fatti:
1. i carotaggi (10 cm di diametro!) hanno interessato un substrato naturale eminentemente ghiaioso;
2. hanno intercettato, di conseguenza, anche ciottoli di svariata natura litologica, quegli stessi eventualmente utilizzati, in alternativa ai laterizi, per l’erezione di muri e manufatti in genere;
3. in questi casi, anche un esperto interprete professionista avrebbe potuto con grande fatica distinguere un concio “artificiale” da un ciottolo naturale (lembo di roccia);
4. particolare attenzione doveva essere dedicata anche all’eventuale riconoscimento della presenza, nelle carote di trivellazione, di pezzame lapideo di derivazione “estranea” rispetto ai litotipi appenninici, cui appartengono i ciottoli delle ghiaie del substrato (non sembra affatto che questo aspetto sia stato preso in considerazione); 5. l’interasse di 10 m può lasciar sfuggire l’individuazione di manufatti (e corpi fisici in
genere) di elevato interesse archeologico, anche di rilevanti dimensioni.
Non a caso, molto oggettivamente, nella relazione illustrativa dell’indagine, traspare, ripetutamente, l’incertezza dell’interpretazione e il dubbio sulle considerazioni svolte. I relatori, come si evince anche dai richiami bibliografici che hanno posto a premessa del loro scritto, ben sapevano di aver a che fare con un’area assai ricca, sia potenzialmente che di fatto, di testimonianze archeologiche (essi hanno accettato a priori, tra l’altro, l’esistenza nel sottosuolo esplorato di due canali/acquedotti).
In ogni caso, in tema di incertezze e dubbi, val la pena di ricordare:
– “…tali strati possono essere intercalati da possibili piani di
frequentazione…”;
– “…il riconoscimento di queste interfacce nei carotaggi non è sempre agevole e sussiste comunque una rilevante possibilità di errore…”;
– “…l’individuazione di strutture murarie nell’analisi dei carotaggi presenta sovente delle difficoltà legate alla ristrettezza del campione e alla possibile incoerenza dei materiali messi in opera ad esempio in nuclei di murature “a sacco”…”.
Appare in ogni caso chiara (pagg. 11-12) la presenza di diffuse e ricche testimonianze della frequentazioni e di resti archeologici di non secondaria rilevanza, così come sintetizzato a pag. 6 della relazione, dove si sottolinea la presenza di:
d) Probabili piani di frequentazione
d 1) Piani di concotto con tracce di malta
d 2) Concentrazioni di laterizi
d 3) Strati di malta e laterizi
d 4) Piani di malta
d 7) Concentrazioni di ghiaia con laterizi
e) Concentrazioni di materiali ceramici e rifiuti antropici
f) Probabili strutture in laterizio
h) Vuoti e cavità
Ben si comprende allora come nelle “Note conclusive” (pag. 13), anche se “.. non si sono riscontrate evidenze che possano ricondurre all’esistenza nel sottosuolo di resti di carattere monumentale.. “, si finisca con l’affermare che la “.. presenza di una spessa stratificazione antropica…” non esclude la necessità di “.. un’indagine archeologica estensiva”. Proprio a quest’ultimo proposito, è fuori discussione che le indagini esperite, sia pure con i limiti sopra evidenziati, hanno comunque evidenziato la presenza di stratigrafie di indubbio interesse archeologico. Si deve allora ricordare che la legge italiana tutela non solo i ritrovamenti archeologici, ma anche le stratigrafie archeologiche. Questo aspetto conferma, ove ancora ce ne fosse stato bisogno, l’effettiva necessità, adombrata nelle conclusioni della relazione, che la realizzazione del progetto deve essere accompagnata da un vero e proprio scavo archeologico, che, come l’esperienza insegna, comporta tempi e costi elevatissimi (un analogo intervento a Cremona è durato 6 anni, con costi elevatissimi!).
Ci si chiede allora: ma è giusto mettere a soqquadro un tempio archeologico, spostando e deviando storici canali sotterranei, per creare 200 posti/macchina pubblici, quando, a fronte di costi e di tempi imprevedibili (che non escludono affatto il fermo definitivo dei lavori), esistono infinite soluzioni alternative?
Mai come in questa circostanza, sarebbe doverosa (almeno) una “pausa di riflessione”!

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