“Capitale della Cultura? Una mostra di successo
non basta, serve visione innovativa”

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di Bernardo Carli – Mattina presto, aria limpida. Scendo dalla Val Nure verso la città,  la “mia” città, non quella dove sono nato, che è famosa per la bellezza, ma quella che ho scelto, che mi è familiare, che amo. La vedo tutta intera, distesa sul primo lembo di pianura, tranquilla come un gatto che dorme. Città che si è coricata vicino ai monti, ma non troppo per non subirne i rigori invernali. Città che guarda a sud, ai campi e alle colline, sì perché a nord c’è il grande fiume, cupo e un po’ fangoso, da tempo ammalato, da quando raccoglie troppi rifiuti di città popolose e lontane. Piacenza non lo ama il fiume, non lo ha mai sentito suo, ne sopporta l’esistenza, in passato ne ha subito le intemperanze autunnali e adesso qualche notte lo veglia con preoccupazione, quando si gonfia di melma, fango e detriti: quelle notti si aspetta che tanta incomoda abbondanza passi oltre e vada a disturbare altri. Il fiume è da sempre un pezzo del recinto che limita il territorio della città . Amarlo sarebbe accettare uno strumento di costrizione. Bella la vita di altre città che si trovano nel bel mezzo di una campagna vuota,  libere di muoversi ed espandersi nella direzione che vogliono. Piacenza sta addossata ad una recinzione. Per noi è meglio far finta che il fiume non esista perché da che mondo è mondo, di là, anche se c’è il ponte, non è più casa tua. Indago il suo skyline, come si dice oggi, e mi soffermo sulle “emergenze”: un grattacielo, uno solo, poi il campanile di una chiesa come tante, una fabbrica fumigante, le ciminiere di una centrale, qualche torre di metallo e infine, massiccia e più bassa, una mole antica, scura e squadrata. Insomma, nulla a che vedere con la visione di Renzo Tramaglino quando nel capitolo XI dei Promessi Sposi giunge in vista di Milano.
“Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia …”
A quest’ora del mattino, sopra la mia città riposano ancora i sogni, gli ultimi, quelli più reali perché precedono il risveglio.
Quali sono oggi i sogni di questa città, che è avvezza da anni a immaginarsi nei ruoli più diversi, che, malgrado gli anni, ha ancora la fantasia di una fanciulla che sogna d’essere artista o sposa, scienziata o cuoca, dottoressa, costruttrice, pasticcera, musicista, …   Qual è oggi la vocazione per la quale vuole spendere i suoi talenti?
E’ recente la decisione del Comune di Piacenza di concorrere, insieme ad altre 46 candidate, ad esser capitale italiana della cultura nel 2020.
Questo quanto in sintesi recita il regolamento: “L’iniziativa di selezionare ogni anno la “Capitale italiana della cultura” è stata introdotta con la legge Art Bonus e mira a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la conservazione delle identità, la creatività, l’innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo.”
Alla luce di quanto richiesto dalla commissione, si debbono fare alcune considerazioni. Prima tra tutto al generico termine di “cultura” fanno riferimento diverse cose, tra queste la presenza di “giacimenti storici”, che possono essere artistici o documentari (tra questi non solo monumenti, piazze, chiese e dipinti, ma anche archivi, biblioteche, tradizioni popolari,  ecc.). Altro categoria di cose che stanno nel termine di “cultura” è quel fermento che produce oggi nuovi beni che caratterizzano la comunità. C’è da dire che in un paese che raccoglie circa il 50% del patrimonio artistico e culturale dell’intero pianeta, difficile è che una città di antica fondazione non ne contenga una cospicua parte. Mi sembra che quel bando del ministero della cultura, quando insiste sui termini di progettualità, coesione sociale, l’innovazione, creatività stia parlando di qualcosa molto marginale nella realtà della nostra assonnata città. Da noi vi è nel desiderio di essere capitale della cultura il riconoscimento unilaterale d’essere diventata tale dopo una mostra importante che ha veduto un indubbio successo di pubblico, mi riferisco a quella del Guercino da poco conclusasi con un bilancio più che lusinghiero. Ebbene, quella importante mostra rappresenta solo in parte l’attuale concetto di cultura. Essa è una ottima valorizzazione dei giacimenti culturali di cui la città è ricca, ma ha poco a che fare con i termini citati nel bando, che raccolgono a pieno il concetto di cui si dice. Quale è il valore innovativo dell’iniziativa? E quale quello creativo, progettuale, innovativo? Non può esprimersi certo nella possibilità offerta al pubblico di arrampicarsi in cima ad una cupola per vedere da vicino come sono fatti affreschi antichi, che peraltro, nell’intenzione dell’autore, sono nati per essere ammirati da lontano, perché se ne goda l’aspetto compositivo d’insieme. Chi dice questo, vantando una lunga esperienza come restauratore di affreschi nelle volte delle chiese, ritiene che l’operazione potrebbe essere pari alla audizione della nona sinfonia di Beethoven che si limiti ad alcune parti strumentali avulse dal contesto d’insieme. Questo solo per chiarire. Piacenza ha sicuramente alte potenzialità se finalmente investe nel “promuovere nuove espressioni culturali” , perché no, anche mettendole in relazione con i propri giacimenti storici, ma in una visione innovativa. Questa è ciò che fanno altre città, delle quali buona parte sono in quella lista di candidate. Non dimentichiamo che tra queste sta pure Parma, l’antagonista di sempre. Che dire, forse sarebbe il caso di soprassedere per un po’, e nel frattempo usare proficuamente il tempo per esercitarci innanzi tutto nella difficile virtù di fare squadra per poi promuovere quello che ci è richiesto e del quale i cittadini, e soprattutto i giovani, hanno urgente bisogno.

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