di Elena Caminati – Progettualità e visione del futuro altrimenti l’opportunità diventa zavorra. Se il tema delle aree militari non viene trattato con idee e progetti precisi sul dopo-acquisizione, è solo fatica sprecata. Di questi edifici di proprietà statali si parla da decenni, ma solo ora sembra esserci una svolta. In tutto sette edifici di cui tre caserme in particolare dovrebbero entrare, nel giro di pochi mesi, nella mani del comune Piacenza. E da qui? Per Giuseppe Baracchi presidente dell’Ordine degli Architetti la strada è ancora lunga. Piacenza in questa partita è la cabina di regia nella task force sulla dismissione delle aree militari insieme al Demanio e alla Difesa. “Occorre una strategia politica ben chiara, una progettualità su cosa si vuole fare della città” ha detto Baracchi. “Se mi chiedessero cosa farei nelle caserme, non saprei davvero rispondere – confessa – ma se il residenziale oggi non è più il motore (come invece è stato per anni) del cambiamento, quale può essere il nuovo imput? Dobbiamo rispondere a questa domanda per ripensare alla città, a cosa vogliamo ottenere insieme a tutti gli attori del cambiamento”. “Occorre che ci intendiamo su cosa significa progettualità – specifica l’assessore al Demanio Silvio Bisotti – gli architetti sono preoccupati di acquisire aree e che poi restino inutilizzate, spazi di cui la città non può godere. Non sarà così per Piacenza – prosegue – per le riflessioni che si sono fatte in questi anni e per i presupposti che sussistono, non ci sarà nulla di sovrastrutturale, di eccessivo. Io sono ottimista e mi sento di dire che entro il 2015 avremo a dispozione il laboratorio Pontieri, anche grazie all’impegno della Camera di Commercio nella realizzazione del Museo dell’Agricoltura. Certo ci vuole una seria pianificazione perchè ci sono 800 mila metri quadrati di aree da ridisegnare, ma con senso di responsabilità si può fare qualcosa di produttivo”. Fondamentale risultano i privati, potenziali investitori che decidano di puntare sulla rinascita di questi luoghi. Assurdo sarebbe pensare a nuovi insediamenti abitativi, visto già il numero di invenduto nella provincia; anche in questo caso è fondamentale una progettualità che attragga. “Non possiamo pensare a nuove abitazioni in queste caserme, nella nostra città il problema centrale è quello delle infrastrutture, soltanto dopo possiamo pensare a investitori italiani ed esteri” ha detto Cesare Maggi di Maggi Immobiliare. L’occasione per parlare del futuro delle aree militari è stato il convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti di Piacenza e dal Comune all’interno del Polo di Mantenimento Pesante Nord di viale Malta. Esperienze a confronto, spunti di riflessione da fare propri per non rendere le caserme vere e proprie cattedrali nel deserto inutilizzate. “Oggi è tempo di capire che bisogna anche demolire e che il riuso non può essere il recupero tout court di questi edifici ma deve prevedere un mix di funzioni in base alle esigenze del territorio, e la predisposizione di luoghi che invitino alla condivisione di spazi” ha detto Alessandra Ferrari, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Bergamo che ha portato l’esempio di otto caserme concentrandosi su quella di Montelungo. “Abbiamo istituito un tavolo tecnico di lavoro con ingegneri, architetti, Ance e Comune – ha proseguito – per capire quali fossero le strategie migliori per un progetto sostenibile da un punto di vista urbanistico e da un punto di vista economico” ha concluso. Significativa anche l’esperienza del comune di Palmanova in provincia di Udine che a causa della burocrazia non è ancora del tutto riuscita a fare delle aree militari un’opportunità. “Vent’anni fa – ha detto il sindaco Francesco Martines – c’erano 5mila 500 abitanti e altrettanti militari. Oggi ci stiamo reinventando una città legata al turismo culturale, dall’altra parte stiamo cercando di potenziare i servizi. Una missione ambiziosa legata ai tempi molto lenti e farraginosi dello Stato”.




