
Nei colli piacentini c’è un Parco Archeologico capace di combinare ricerca scientifica e attività ludica. E’ il Villaggio Neolitico di Travo che dopo il lockdown ha rilanciato le proposte culturali con rievocazioni storiche e laboratori di archeologia sperimentale. Caratteristica del parco è la ricostituzione, a fianco dell’area di scavo inaugurata nel 1995, di tre capanne neolitiche e una necropoli longobarda, entrambe ricostruite grazie alla perizia di archeologi e archeotecnici. E’ la combinazione fra scavi e habitat dell’epoca, nella rigogliosa cornice della Val Trebbia, che conferisce al parco tutta la sua importanza e il suo fascino.
Un sito che continua ad estendersi. Nel 2005 sono emerse 117 sepolture dell’Altomedioevo nelle adiacenze degli scavi neolitici. “Tutta la Val Trebbia è zona di interesse archeologico. Sin dall’Età del Bronzo era “l’autostrada” per attraversare gli Appennini”, osserva Francesco Garbasi di ArcheoVea.
ArcheoVea è l’impresa di servizi cuturali che gestisce il parco e il museo di Travo. Ha sede a Parma ed è composta da giovani professionisti specializzati in archeologia, in comunicazione e valorizzazione del territorio.
Lo scorso 16 e 17 ottobre il parco ha dedicato un fine settimana ai Longobardi. Due giorni di laboratori, dimostrazioni e visite guidate alla scoperta della necropoli ricostruita in base ai rinvenimenti delle tombe longobarde.

Alla manifestazione hanno partecipato archeotecnici e rievocatori storici, un mix di rigore scientifico e rappresentazione teatrale del passato. Con Gianluca Spina, giovane medievista piacentino specializzato nella forgiatura delle spade longobarde, c’era il gruppo di Living History “Soreli Jevat” con il suo accampamento militare. Quest’ultima è un’ associazione friulana dedicata alla messa in scena dei popoli barbari. In Emilia-Romagna esistono una decina di gruppi di rievocazione con precise caratteristiche: dalle comunità preistoriche fino ai soldati napoleonici, passando per le centurie romane.
“Un rievocatore non è necessariamente un archeologo o un archeotecnico – spiega Garbasi. E’ un appassionato di storia che si cala nella vita quotidiana del passato”.
La suggestione è garantita. Gli spettacoli di rievocazione catalizzano l’attenzione del pubblico, delle famiglie, lasciando i più piccoli a bocca aperta davanti alla drammatizzazione della dura realtà del passato.
Le recenti scoperte longobarde hanno arricchito il Parco Archeologico di Travo, già considerato fra i siti preistorici più importanti d’Italia. Un insediamento di 6000 anni fondato da una comunità di cacciatori e raccoglitori sulle rive del torrente Trebbia. Era l’Età della Pietra, punto di svolta dell’Umanità, periodo in cui l’uomo cominciava a diventare sedentario, a coltivare i campi e a allevare il bestiame.
“Vogliamo valorizzare il territorio – precisa Garbasi – fare didattica nelle scuole, organizzare manifestazioni importanti di rievocazione storica per aprire il Parco ai non addetti ai lavori, senza trascurare il rigore scientifico”.
I rievocatori conoscono le regole del gioco. I loro costumi devono essere filologicamente credibili, privi di anacronismi, aderenti alla realtà storica rappresentata.
E’ loro compito restituire lo “spirito del tempo” di un’epoca remota con ampia libertà creativa poiché a livello prettamente estetico, i resti archeologici di un sito preistorico non possono certo competere con il colpo d’occhio che offre un anfiteatro romano, una Agorà o un tempio greco: Travo non può né vuole confrontarsi con Taormina, Agrigento o Paestum.
Le rievocazioni storiche e l’ìntroduzione di elementi alternativi (e profani) all’esposizione scientifica classica risultano essere la formula vincente per rilanciare un sito la cui “fruibilità culturale” non è immediata.
“La sfida – aggiunge Garbasi – è mantenere alti gli standard della rievocazione storica e dei laboratori sperimentali e reimpostare il modo di fare cultura, aprendo i cancelli degli scavi al “pubblico”, nel senso più largo del termine”.
Ciò implica un impegno non indifferente poiché la divulgazione di ArcheoVea mira ad offrire livelli di intendimento personalizzati in base alle esigenze del visitatore. “Un percorso culturale al servizio della comunità che parte da lontano, per valorizzare non solo il Parco ma tutta la vallata”, conclude Francesco Garbasi.




