Addio ad Aldo Braibanti, intellettuale e antifascista

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E’ morto il 6 aprile scorso nella sua casa di Castellarquato, a 91 anni, Aldo Braibanti, scrittore, filosofo, artista, poeta, drammaturgo, scienziato e partigiano. Una sorta di intellettuale rinascimentale senza pompa e, soprattutto, senza mecenati. Nato a Fiorenzuola d’Arda, laureatosi in filosofia a Firenze, partigiano, arrestato e torturato dagli aguzzini della banda Carità, iscritto al Pci e divenutone ben presto dirigente in Toscana, rifiutò la chiamata a Botteghe Oscure per non contraddire il suo anarchismo di fondo. Braibanti ha svolto il suo ruolo di intellettuale, vivendo gran parte della vita a Roma, lavorando all’arte e per l’arte, senza cercare sponde, pensando di dare il suo contributo alla società e perfino all’umanità attraverso il prodotto che essa ha di maggiormente peculiare, il pensiero, e reputando per converso che non fosse necessario mettersi in prima fila a raccogliere (eventuali) applausi. Di qui una vita che, dopo l’indesiderata ribalta dell’assurdo processo per plagio degli anni 60, Aldo ha condotto in modo che molti hanno definito francescano per frugalità, disinteresse, disdegno di protagonismi, sobrietà. La sua opera (poesia, teatro, arte figurativa) costituisce una eredità originale dei fermenti di progresso sociale, del desiderio di cambiamento, della tensione rivoluzionaria della seconda metà del Novecento. In un paese in decadenza quale il nostro, il vecchio mite, anarchico, comunista (ma libertario) Aldo Braibanti non ha mai deposto le armi del pensiero.

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